Gli Hobbit, Tolkien e Dio:

la scrittura di eucatastrofe e il problema del male


di Jill Delsigne



Mi sento come se fossi dentro una canzone, se capisci cosa intendo”

È stata la canzone ad arrivare nel mio cuore, se sai quel che intendo”

Samwise Gamgee


Tolkien scrive numerosi momenti autoriflessivi nel SdA, nei quali i personaggi parlano di sé stessi come di personaggi di una storia e scrivono la loro propria poetica in risposta all’eucatastrofe e al problema del male. La struttura stessa dei libri del SdA richiede la finzione autoriflessiva che gli hobbit Portatori dell’Anello1, personaggi che esistono solo nelle pagine del libro, abbiano scritto gli appunti sui quali il libro è fittiziamente basato. Questa autoriflessione tematica e strutturale ha un profondo significato religioso e morale, ed è un esempio dell’idea che Tolkien aveva sul fatto che la realtà è composta da livelli di storie, ciò che io chiamerò lo schema della storia di Tolkien. Ho scelto la parola schema perché denota il significato di “piano, disegno”, sia in senso umano che divino, e “lo scopo o il metodo progettato per un’impresa o un lavoro letterario” (OED2). Inoltre la psicologia cognitiva ha dato alla parola un significato più specialistico: un’opera umana che dia senso al mondo. Questo non vuol dire che il SdA di Tolkien sia un’allegoria – del Cristianesimo o della Seconda Guerra Mondiale – suggestioni che egli negò con veemenza. Piuttosto, il SdA è un esempio della sua metafora teologica della storia.

Lo schema della storia di Tolkien e le sue convinzioni religiose permeano il SdA e la maggior parte delle sue opere, incluse Foglia di Niggle e The Notion Club Papers. Molti studiosi hanno notato le implicazioni religiose che si possono trovare nella storia del SdA, inclusi Gunnar Urang e Stratford Caldecott. Altri critici hanno discusso la teoria dell’eucatastrofe di Tolkien ed il suo saggio Sulle fiabe, in particolare Verlyn Flieger e David Sandner. Per quanto ne so, nessuno ha mai letto l’autoriflessività di Tolkien come metafora teologica o s’è focalizzato su come gli scritti degli hobbit Portatori dell’Anello esemplifichino le idee di Tolkien circa i rapporti tra il suo schema della storia, l’esperienza dell’eucatastrofe ed il problema del male.

Tolkien pensa alla propria vita come a una storia, allo stesso modo di Bilbo, Frodo e Sam, un tropo che Tolkien in prestito dal Vangelo. T.A. Shippey, in una discussione riguardo a Sulle fiabe, dipana l’etimologia della parola Vangelo3, riconducendola al greco evangelion o “buona novella”, che è stato tradotto nell’inglese arcaico come gód spell o “la buona storia”, da cui gospel. Tolkien include l’auto-coscienza dei personaggi che parlano di sé stessi come di personaggi di un libro e che scrivono le proprie storie in modo da riflettere la sua comprensione teologica di lettura e scrittura. Egli scrive che “Il Signore degli Anelli è… un’opera fondamentalmente religiosa e cattolica” (Lettere, 172). In un certo senso “tutta la scrittura può essere un esercizio religioso, se sub-crea un mondo secondario per la glorificazione di Dio. Dio è ‘l’artista supremo’, ‘l’Autore della Realtà’ e lo ‘Scrittore della Storia’ ” (Lettere 101, 252, 253) e noi Lo imitiamo scrivendo le nostre storie, sia creando le nostre vite attraverso il libero arbitrio, sia sub-creando le nostre storie di fantasia.

Tolkien sostiene che le sue storie sono “fondamentalmente riguardanti il problema del rapporto tra Arte (e Sub-creazione) e Realtà Primaria (Lettere 145). Dio come Autore e Creatore ha imbevuto la Sua arte con la realtà, creando il nostro universo; gli uomini possono sub-creare, ma solo ad un livello secondario di fantasia immaginata. La sub-creazione artistica umana è “un omaggio all’infinità della Sua [di Dio] varietà potenziale” (Lettere 188). Tolkien crea ramificati livelli di realtà con il suo schema della storia. Il Dio Cattolico Romano è la realtà ultima, ma anche il Creatore della Storia, o della realtà secondaria. Dio dà alla Storia sostanza materiale: il nostro Mondo Primario. Tolkien, un personaggio di questa Storia, sub-crea il suo mondo secondario, imitando e glorificando Dio. Egli dona al suo mondo sub-creato una mitologia che esemplifica la sua idea di Dio come Autore.

Ilúvatar, la divinità suprema della mitologia della Terra di Mezzo, crea per primi gli Ainur, esseri in qualche modo simili agli angeli, per scrivere della musica con loro. Quando uno degli Ainur, Melkor, scegli di creare discordia all’interno dell’armonia, Ilúvatar introduce due temi prima di fermare la musica. Ilúvatar traduce poi questa musica in una visione, in modo che gli Ainur possano vedere ciò che le melodie significano, rivelando che i due nuovi temi sono la creazione degli Elfi e degli Uomini. In definitiva, Ilúvatar dà a questa musica-visione, un’opera d’arte, esistenza sostanziale, in modo che gli Ainur possano entrare in essa. Il Dio cattolico ha creato la Sua storia, il mondo, ex nihilo con la Sua parola, ed anche Ilúvatar dà sostanza alla sua musica con le parole “Ëa! Che queste cose Siano!” (Silmarillion 20).

Secondo Robert Collins, Ilúvatar incorpora ovviamente non solo l’indoeuropeo “padre” (atar in sindarin, pitar in sanscrito) ma anche il latino ‘vates’ – poeta / veggente – che enfatizza la figura del Creatore come artista, e quella della sua creazione come oggetto d’arte, l’immagine sostanziale nel tempo e nello spazio del pensiero dell’artista (257). Anche Bilbo, Frodo e Sam, tra gli altri personaggi sub-creati da Tolkien e fittiziamente creati dal grande Poeta Ilúvatar, si mettono a scrivere le loro poesie e racconti, potenzialmente sub-creando i loro propri mondi.

Nella mitologia della Terra di Mezzo, una grande forza stimolatrice a creare tutti questi livelli di storie è rispondere al male, o la scelta di disobbedire a Dio. Più in particolare, il male che si manifesta nelle storie di Tolkien è il desiderio di dominare gli altri e la brama di potere, due fattori che portarono alla Prima Guerra Mondiale, alla Seconda Guerra Mondiale e alla Guerra dell’Anello. Tolkien, Bilbo, Frodo, Sam: tutti si mettono a scrivere per esprimere la redenzione che sperimentano attraverso le pericolose avventure delle loro storie. Il Signore degli Anelli di Tolkien e la poesia degli hobbit sono i segnali della loro trasformazione; mentre essi si confrontano con il male nel corso delle loro avventure, iniziano a scrivere ed inoltre iniziano a pensare a sé stessi come a personaggi di una storia. In risposta al male e forse soprattutto ai mali della guerra, Tolkien crede che l’atto del sub-creare possa aiutare l’individuo a pensare al problema del male: perché un Dio totalmente buono, onnisciente ed onnipotente permette al male di esistere? Tolkien trova una risposta a questo apparente paradosso in ciò che egli chiama eucatastrofe, “l’improvvisa svolta felice in una storia che ti trafigge con una gioia che fa salire le lacrime” (Lettere 100). Tolkien definisce ufficialmente la “eucatastrofe” all’interno delle fiabe nel suo saggio, ma le sue lettere rivelano che egli aveva trovato l’eucatastrofe anche nel nostro mondo primario. Il suo schema della storia o il pensiero del mondo primario come Storia di Dio, gli permette di trovare la consolazione di un lieto fine non solo nelle svolte miracolose delle fiabe, ma anche nei miracoli che accadono nelle storie delle vite umane della “realtà”. Tolkien inizia la sua spiegazione dell’eucatastrofe a suo figlio, Christopher, con il resoconto di un bambino che improvvisamente e miracolosamente guarì da una malattia mortale (Lettere 101); anche se questo racconto è accaduto nella vita reale, Tolkien trova in esso l’elemento cruciale delle fiabe, la consolazione del lieto fine. Tolkien definisce l’eucatastrofe come “una grazia improvvisa e miracolosa, su cui mai una persona deve contare nei suoi piani . Essa non nega l’esistenza di discatastrofi, di dolore e fallimento: la possibilità di queste cose è necessaria per la gioia della liberazione; essa nega… la sconfitta universale” (Saggi 153). Nel momento in cui tutto sembra perduto per il male in una storia o nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, può verificarsi una svolta improvvisa negli eventi.

L’eucatastrofe impedisce l’esistenza di un male che contraddica l’onnibenevolenza di Dio, perché è la trasformazione del male in un bene inaspettato, “un assaggio di [della] Verità” che il male alla fine sarà sconfitto (Lettere 100). Tolkien scrive a suo figlio, Christopher, durante la Seconda Guerra Mondiale, “il male lavora con vasto potere e perpetuo successo – in vano: prepara sempre e solo il terreno per un bene inaspettato che germoglierà” (Lettere 76). Dio troverà un modo per volgere le scelte sbagliate al Suo scopo, anche se le perdite ed i danni che il male provoca sono reali ed irreparabili. Tolkien scrive dell’originale Caduta dall’Eden: “Non potremo mai recuperarlo, perché non è questa la via del pentimento… noi potremmo recuperare qualcosa di simile, ma su un piano più elevato” (Lettere 110, corsivo mio). Il suo uso della parola potremmo contiene la necessaria incertezza perché un’eucatastrofe si realizzi. Ciò che il male distrugge rimane perduto ed irrecuperabile, ma Dio può scegliere di creare un nuovo ed inaspettato bene dagli eventi malvagi. Tolkien ha sub-creato la Terra di Mezzo, e lo hobbit Portatore dell’Anello scrive all’interno del Signore degli Anelli per esprimere la sua personale esperienza di eucatastrofe nonché la convinzione teologica di Tolkien che il male alla fine non trionferà sul bene.

L’eucatastrofe è anche parte della difesa di Tolkien alla scrittura e lettura di fiabe. La sub-creazione è forse la più alta funzione dell’uomo, perché è l’imitazione di Dio, l’Autore divino; un sub-creatore di fiabe imita il dono della grazia miracolosa di Dio nelle storie vere delle vite umane, includendo un’improvvisa, inaspettata piega nel racconto che sconfigge gli antagonisti fittizi. La forma della fiaba, che implica la Consolazione del Lieto Fine, è una struttura letteraria che consente particolarmente agli autori di esprimere le loro esperienze personali di eucatastrofe in forma di fiction.

Leggere fiabe può migliorare la consapevolezza morale del lettore, portandolo a provare ciò che Tolkien chiama l’emozione eucatastrofica. Nelle sue lettere, Tolkien sembra misurare il successo delle sue storie in base alla loro capacità di “trasportare” i lettori con tali potenti emozioni (Lettere 83, 103, 110, 220, 221, 320, 354, 376), imitando la Storia più potente di Dio, il Vangelo. Tolkien definisce il nucleo del sistema etico del Cristianesimo, la resurrezione di Cristo, la “Fiaba più grande” ed un momento archetipico dell’eucatastrofe (Lettere 100). Cristo quasi si dispera sulla croce, gridando: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,46). Proprio quando Cristo crede che ogni speranza sia perduta, si verifica il più grande momento di eucatastrofe: egli viene resuscitato. Il potere delle fiabe di trasportare il lettore, specialmente il potere della storia di cristo di muovere l’individuo, è redentrice secondo Tolkien. Egli scrive: “Il narratore dovrebbe essere riscattato in modo consono alla sua natura: da una storia in movimento” (Lettere 100-1).

L’eucatastrofe nelle fiabe porta l’ascoltatore a provare “[g]ioia oltre le mura del mondo, acuta come il dolore” (Saggi 153). La gioia che viene da una grazia miracolosa in una situazione apparentemente senza speranza comporta non soltanto l’euforia della virata improvvisa ed inaspettata degli eventi, ma anche un’altrettanto forte tristezza, un rimpianto di ciò che è andato perduto. Tolkien suggerisce che questa emozione “viene da quei luoghi dove Gioia e Dolore sono tutt’uno, riconciliati” (Lettere 100), una risposta umana ed affettiva al problema del male. L’eucatastrofe è allo stesso tempo una profonda sensibilità per l’irreparabile perdita della vita e per il danno causato agli altri dal male e, contemporaneamente, una speranza di giustizia e guarigione, contro ogni evidenza contraria, che può ispirare l’individuo a lottare per la bontà e la riparazione del torto.

Tolkien scrive a suo figlio, Christopher, durante la Seconda Guerra Mondiale per sollecitarlo a mantenere la sua “hobbitudine” nel cuore” attraverso la scrittura, al fine di elaborare i suoi sentimenti sulla guerra (Lettere 78). In questa lettera Tolkien usa la metafora del racconto delle esperienze di Christopher nella seconda guerra mondiale, echeggiando una conversazione che Frodo e Sam hanno ai confini di Mordor: “pensa che tutte le storie si sentono così quando tu sei dentro di esse. Tu sei dentro una storia molto grande!” (Lettere 78). Pensare alla vita di Christopher nei termini di una storia che il Creatore scrive consente di dare speranza per l’improvvisa grazia fiabesca dell’eucatastrofe. Tolkien diagnostica a suo figlio una “sofferenza da soppressione dello scrivere” (Lettere 78). La scrittura aiuta l’individuo a riflettere sul problema del male e, nell’esperienza personale di Tolkien riguardo allo scrivere fiabe, a formulare una teoria dell’eucatastrofe come soluzione a questo paradosso. Egli consiglia a suo figlio: “Penso che se potessi cominciare a scrivere e trovassi un tuo stile, o addirittura (per cominciare) imitassi il mio, lo troveresti di gran sollievo. Sento tra tutte le tue pene… il desiderio di esprimere i tuoi sentimenti riguardo al bene, al male, al bello, al brutto in qualche modo per poterli razionalizzare, e per evitare che si infettino. Nel mio caso esso ha generato Morgoth e la Storia degli Gnomi” (Lettere 78). Uno di questi sentimenti verso il bene ed il male è l’emozione eucatastrofica.

Tolkien fornisce esempi di personaggi che provano l’emozione eucatastrofica mentre stanno, allo stesso tempo, creando l’opportunità per il lettore di essere trasportato in questa gioia triste. Frodo, Sam, Pipino e Merry – tutti rispondono con gioia penetrante al poema del menestrello gondoriano “Frodo dalle Nove Dita e l’Anello del Destino” (RdR 249). Tolkien include la risposta dei personaggi a questo poema per mostrare ai suoi lettori la possibilità che la storia del Signore degli Anelli, sotto forma di tre romanzi anziché di poema, possa profondamente muovere il lettore oltre la disperazione del problema del male e dare una speranza di eucatastrofe e liberazione nella storia del lettore stesso nel Mondo Primario. Egli scrive: “i loro cuori, feriti con parole dolci, strariparono e la loro gioia era come spade, ed essi si mossero col pensiero verso regioni dove dolore e piacere fluivano assieme e le lacrime erano un vino di beatitudine”. Tolkien avrebbe potuto affermare che questa è la risposta ideale alla sua trilogia e forse alla letteratura in generale. Il mondo secondario fittizio del poema gondoriano riporta le menti degli hobbit al loro mondo primario; essi rispondono non solo al poema, ma anche al miracolo improvviso della distruzione dell’Anello che hanno personalmente sperimentato. Tutti – Bilbo, Frodo e Sam – si mettono a scrivere poemi e il Libro Rosso dei Confini Occidentali, il fondamento fittizio del Signore degli Anelli, per esprimere la loro esperienza di eucatastrofe e per farla sperimentare ai loro lettori.

La poesia ha un profondo effetto su Bilbo. Significativamente, è la canzone dei nani all’inizio de Lo Hobbit che risveglia il lato Took in Bilbo e lo convince a diventare il quattordicesimo membro della loro compagnia. Nel corso della sua avventura, Bilbo fa esperienza di diversi momenti di salvataggio inaspettato. Per citarne solo alcuni: Gandalf lo salva dai troll, trova l’Anello e fugge da Gollum e le Aquile lo mettono in salvo da lupi e goblin. In particolare, quando le Aquile arrivano per aiutare gli Elfi e gli Uomini contro i Goblin nella guerra finale, Bilbo sperimenta l’eucatastrofe. Proprio mentre egli si prepara a morire, le Aquile portano “un inaspettato lieto fine” al libro (Lettere 100). Il lettore che viene coinvolto emotivamente dalla storia prova questa sensazione assieme a Bilbo. Anche Tolkien, il sub-creatore di questo miracolo, ammette che lui stesso “ha provato improvvisamente in una misura abbastanza ampia l’emozione eucatastrofica al grido di Bilbo “Le Aquile! Le Aquile stanno arrivando!” ” (Lettere 101).

Alla fine della storia, dopo l’esperienza di eucatastrofe di Bilbo, Gandalf si accorge che Bilbo è cambiato significativamente; egli fa notare la trasformazione di Bilbo subito dopo che egli ha recitato “La strada va sempre avanti”, una poesai che Bilbo stesso aveva scritto. In questa poesia Bilbo esprime il cambiamento di prospettiva che l’eucatastrofe ha compiuto in lui. La poesia mette a fuoco la trasformazione in Biblo e fa notare a Gandalf che “C’è qualcosa che non va in te! Non sei più lo hobbit di un tempo” (Hobbit 302). La poesia che recita Bilbo è un tema sia per Bilbo che per Frodo; entrambi si mettono in viaggio nella Compagnia dell’Anello con una variante di questa poesia.

La prima versione della poesia, che si trova ne Lo Hobbit, esprime il potere curativo del tornare a casa, seppure cambiati. L’abilità di Bilbo di scrivere questa poesia rappresenta la sua capacità di rispondere alle sue esperienze del male non con la disperazione, ma con la speranza di poter trovare felicità e pace tornando nella Contea. Gli ultimi versi della poesia suggeriscono questo significato: “Gli occhi che han visto spade e fiamme ardenti / e in sale di pietra orrori ignoti, / Guardano infine i pascoli ridenti / e gli alberi e i colli tanto noti” (Hobbit 302). Bilbo si rivolge alla poesia per esprimere la complessità dell’emozione eucastrofica che prova. La sua strada lo porta attraverso il pericolo e il buio sull’orlo della disperazione, ma una svolta provvidenziale lo salva, sia nelle forma delle Aquile che lo portano in salvo dai Goblin, sia nel trovare l’Anello che gli permette di scappare da Gollum. Attraverso l’eucatastrofe, egli sopravvive a questi pericoli e può tornare a casa. Anche è rimasto mentalmente segnato dal terrore delle sue avventure, la vista di casa ha il potere di curarlo, ed egli inizia il processo componendo questa poesia e scrivendo appunti nel Libro Rosso dei Confini Occidentali.

Come un veterano di avventure e un poeta, Bilbo usa la metafora di una storia pensando alla propria vita. Come Tolkien vede la sua vita come una storia che continuerà per molto tempo anche quando lui non sarà più parte di essa. All’arrivo di Frodo a Gran Burrone, lui e Bilbo hanno diverse conversaioni autoriflessive sulla natura delle storie. Bilbo si riferisce alle avventure di frodo come a dei capitoli che seguono la sua storia nello stesso libro. “Ho iniziato a chiedermi se fossi riuscito a vivere abbastanza da vedere i tuoi capitoli nella nostra storia… Ci sono interi capitoli di cose prima che tu arrivassi qui!... ci dovranno essere evidentemente molti altri capitoli, se riesco a vivere abbastanza da scriverli” (CdA 267, 280, 302). Questi capitoli non sono solo le pagine che Bilbo ha scritto nel Libro Rosso dei Confini Occidentali, ma si riferiscono anche alla vita di Frodo. La parola “capitolo” deriva dal latino caput, o “testa”. Non è semplicemente la suddivisione di un libro, ma è anche un riferimento alla consapevolezza e alle vite dei personaggi. Bilbo spera di finire la sua storia come in una fiaba tradizionale, con l’eucatastrofico “e vissero per sempre felici e contenti” (CdA 302).

Bilbo lascia in eredità a Frodo la poesia della Strada, il fardello dell’Anello ed un modo per attenuare gli effetti del male scrivendo poemi originali. Frodo inizia le sue avventure citando testualmente la poesia della Strada inventata da Bilbo. Dice a Pipino: “Mi è venuta in mente così, d’un tratto, come se la stessi creando io; ma è possibile che l’abbia sentita molto tempo fa” (CdA 82). Nel corso delle sue avventure troverà la propria voce e scriverà poesie sue proprie in risposta al male che deve affrontare e, dalla sua prospettiva, alla sua incapacità di resistere a quel male.

Quando Gandalf sembra morire nelle Miniere di Moria, Frodo è il primo della Compagnia a “mettere una parte del proprio dolore quando dice di fermarsi”CdA 403). Il tentativo di Frodo di scrivere poesie sottolinea il cambiamento che ha subito. Tolkien indica la trasformazione di Frodo in poeta come manifestazione del suo cambiamento di prospettiva. Prima che Frodo lasciasse la Contea “si era raramente volto4 a scrivere canzoni o rime” (CdA 403). L’uso della parola “volto5” qui, oltre che idiomatica, esprime la motivazione di forti emozioni, come l’emozione eucatastrofica, che ispira uno a creatore “storie in movimento” (Lettere 101). La scelta del verbo “creare6” mette in primo piano lo schema della storia di Tolkien nel quale un creatore umano imita il creatore divino. La parola creare mette anche in primo piano l’etimologia della parola poeta. Poeta deriva da ποιητής, una parola greca per “creatore” (OED). Mentre la morte di Gandalf permette alla Compagnia di fuggire da Khazad-dûm e alla fine lo trasforma in una creatura migliore, questa poesia enfatizza il dolore di Frodo. Egli piange la sua perdita ed usa la poesia per esprimere questi sentimenti.

Dopo il momento più drammatico dell’eucatastrofe, la distruzione dell’Anello, Frodo scopre che la scrittura non è sufficiente per comprendere e contrastare gli effetti del male. Scrivere può aiutare un individuo a pervenire ad una riconciliazione intellettuale col problema del male, ma non può sanare completamente ciò che il male spezza. Il suo compito si è concluso con quella che a lui sembra una discatastrofe personale: non è riuscito a distruggere l’Anello volontariamente.

Tuttavia, proprio quando la storia sembra senza speranza, strappa con un morso l’Anello dalla sua mano e precipita nella Voragine del Fato, un’improvvisa svolta eucatastrofica che salva Frodo dallo sfidare Sauron. Tolkien scrive ad un lettore che “la catastrofe [di Frodo] esemplifica [un aspetto di] le parole familiari “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male” ” (Lettere 233). Egli interpreta il proprio lavoro con un vocabolario religioso, insistendo sul fatto che la salvezza di Frodo dipendeva più dalla sua pietà e misericordia per Gollum che non dalla sua incapacità di distruggere l’Anello. Tuttavia il suo fallimento ossessiona Frodo.

Frodo vive nella Contea per un certo tempo dopo la distruzione dell’Anello, scrivendo quello che può nel Libro Rosso, ma non può essere guarito nella Terra di Mezzo. La sua ultima poesia riflette la speranza di trovare “ad ovest della luna e ad est del sole” nella terra dei Valar, dove il problema del male potrebbe essere più chiaramente compreso. I Valar sono un passo più vicini a Dio, anche se forse la soluzione del paradosso non potrà mai essere pienamente compresa fino a quando non si muore e ci si confronta con Dio. Nell’Estremo Occidente – ma ancora ad est del sole, un archetipo di Dio – Frodo può trovare la guarigione, se ciò è possibile, prima di morire (Lettere 328). Tolkien non ci dice se Frodo riceve un’altra grazia miracolosa oppure no; c’è solo “la speranza senza garanzie” di tutti noi (Lettere 237).

Fin dall’inizio dell’avventura, Sam scrive poesie originali nello stile di Bilbo e poi trova la sua modalità, come Tolkien consigliò a suo figlio Christopher di fare. Sam ama i vecchi racconti e le leggende che Gandalf e Bilbo narrano, e scrive la sua poesia all’inizio della storia. Sebbene Tolkien sia attento a separare il cristianesimo dalla sua mitologia, la parola leggenda rivela l’armonia tra di essi. Leggenda, come la parola spell7 in gospel8, deriva dal cattolicesimo romano. La parola leggenda si riferiva originariamente alle storie dei santi, che facevano esperienza dell’eucatastrofe di Cristo attraverso tormentose morti. Quando gli hobbit arrivano nel luogo dove Bilbo aveva incontrato i troll, Sam recita una poesia che lui stesso ha creato, forse in risposta al racconto di Bilbo (CdA 325). Sebbene Sam sappia scrivere, non ha molta fiducia nella sua poesia. Egli “mormorò impercettibilmente” la titolarità delle sue parole, Più avanti, mostra ancora una volta la sua scarsa fiducia nei confronti della sua poesia: “Io non sono molto bravo con la poesia – non nel crearla: un po’ di rime comiche, forse, di tanto in tanto… ma non poesie vere” (DT 324). Al fine di creare “vera poesia”, come le leggende che ama, egli deve prima fare esperienza del materiale delle leggende, come dell’eucatastrofe.

La fiducia in sé di Sam riguardo allo scrivere cresce in tutta la storia, ed egli ha l’appassionato desiderio tipico dei poeti di trovare le esatte parole che si adattino al soggetto. Sam cerca i suoi versi di poesia riguardo ai fuochi d’artificio di Gandalf, ma teme che la sua abilità con le parole non sia in grado di catturare la sua idea di Gandalf. Allo stesso modo, Galadriel lo ispira, ma egli è preoccupato dalla sua capacità di trovare parole che possano descriverla accuratamente. Nello stesso modo negativo di presentare le sue capacità creative, crea frammenti di una poesia che descrive le sue impressioni su Galadriel: “Vorrei fare una canzone su di lei… A volte come un grande albero in fiore, a volte come una giunchiglia bianca, piccola e sottile. Dura come il diamante, soffice come il chiaro di luna. Calda come la luce del sole, fredda come il gelo delle stelle. Orgogliosa e lontana come una montagna innevata, e allegra come qualsiasi fanciulla abbia mai visto con margherite nei capelli in primavera. Ma queste sono un mucchio di sciocchezze, e tutte farina del mio sacco” (DT 324). Se anche le sue parole sono farina del suo sacco, esse mostrano ancora i cambiamenti nella sua scrittura e tradiscono la sua natura poetica, che fatica a trovare parole degne di tratteggiare Gandalf o Galadriel.

Sam riesce forse meglio di Bilbo e Frodo ad articolare il suo momento di eucatastrofe. Egli trova il coraggio per salvare Frodo nelle vecchie canzoni e in alcune poesie di Bilbo: “allora, a bassa voce, meravigliandosene lui stesso, alla fine vana e inutile del suo lungo viaggio e del suo dolore, spinto da chissà quale pensiero nel suo cuore, Sam iniziò a cantare” (RdR 194). Egli inizia con poesie e canzoni che ha sentito da altri, ma esprime subito la propria esperienza a parole. Il primo verso è un bel ricordo della primavera, un emblema di trionfo sulla disperazione e la morte associate all’inverno, e dei faggi “ondeggianti” che “portano come gemme bianche le elfiche Stelle / fra i loro capelli di fanciulle” (RdR 195). La luce delle “Stelle elfiche” simboleggia la speranza, prefigurando la speranza che Sam proverà quando vedrà una vera stella dopo che lui e Frodo sono fuggiti (RdR 211). La seconda strofa della poesia di Sam è una sfida di disperazione:

Del mio viaggio la fine è arrivata

delle tenebre orribile è il peso,

ma oltre torre alta e alata,

oltre monte e pendio scosceso,

sulle ombre il Sole si è alzato

e le Stelle brillano in cielo.

Non dirò che il Giorno è passato,

che le Stelle portano un velo.

La sua missione di soccorso ha una svolta eucastrofica. Aveva perso la sua strada nella torre, ma Frodo fa un rumore in risposta alla sua canzone, mostrandogli da che parte andare.

Come Tolkien e Bilbo, Frodo e Sam cominciano a pensare alla loro vita nei termini di una storia quando diventano poeti. Nella conversazione a cui Tolkien allude nella lettera a suo figlio, Sam chiede: “Mi chiedo se verremo mai messi in una canzone o un racconto. Siamo dentro uno di essi, ovviamente; ma io voglio dire: messo per iscritto, lo sai; raccontato davanti al caminetto, o letto in un libro grande e grosso con lettere rosse e nere, anni e anni dopo. E la gente dirà: “Sentiamo quella di Frodo e dell’Anello!”. E loro diranno: “Sì, quella è una delle mie storie preferite. Frodo era davvero coraggioso, non è vero, papà?” (DT 363). Sam e Frodo sono, ovviamente, già “per iscritto” nel “grande e grosso libro” della trilogia del Signore degli Anelli; letteralmente, questi personaggi esistono solo come parole su carta ed appaiono solo in una realtà secondaria, nell’immaginazione del lettore e di Tolkien. Pensando a sé stessi come a personaggi di una storia in modo auto-consapevole, essi hanno anche la speranza di una fine eucatastrofica come quella dei racconti che hanno ascoltato in gioventù.

Sam e Frodo sono guide di una possibile risposta al male, perché essi trovano speranza nel racconto di Beren, una leggenda che hanno sentito da bambini. Essi sono incoraggiati quando si rendono conto che le loro vite fanno parte della continuazione della leggenda di Beren. Sam collega il dono di Galadriel a Frodo con il Silmaril che Beren riuscì a recuperare dalla Corona Ferrea, anche se il rischio di Beren era “più nero” della situazione in cui si trovano Sam e Frodo (DT 363). Sam riconosce un elemento di eucatastrofe nella leggenda di Beren, il modo in cui la storia “continua oltre la felicità nel dolore e al di là di esso” (DT 363). Poiché la parte di Beren nel racconto si conclude con un miracolo improvviso, Frodo e Sam possono racimolare da essa un po’ di speranza che anche la loro parte nella leggenda si concluderà con una grazia improvvisa. Sam esclama: “Anche noi apparteniamo alla medesima storia! Non hanno dunque una fine i grandi racconti?” (DT 363). Come parte di una lotta più grande tra speranza e disperazione – una lotta che si conclude infine con una salvezza improvvisa, nonostante l’apparente impossibilità di un lieto fine – questi racconti e scorci della vittoria finale non avranno mai fine nella nostra Terra di Mezzo. Storie come la leggenda di Beren o il SdA ricordano al lettore, hobbit o umano, di sperare nei miracoli e di perseverare nel proprio lavoro per il bene senza disperarsi.

Frodo passa il compito di scrivere a Sam nello stesso modo in cui egli l’ha ricevuto da Bilbo. Frodo parla come di fa a un erede per dare i suoi effetti personali, in particolare il Libro Rosso, a Sam quando se lo lascia alle spalle: “[T]u sei il mio erede: tutto ciò che ho avuto te lo lascio… potrai leggere le cose del Libro Rosso, e mantenere viva la memoria del tempo che è andato… fino a quando la tua parte della storia continuerà” (RdR 338). Non solo è Sam a leggere il libro alle generazioni più giovani, ma è lui che ne aggiunge delle parti. Quando Frodo gli dà il Libro Rosso dice: “Ho quasi finito, Sam… le ultime pagine sono per te” (RdR 336).

La descrizione fisica del manoscritto dei Confini Occidentali incorpora sia l’auto-riflessività dello schema della storia di Tolkien che l’eucatastrofe. Il lettore deve fingere che i personaggi che hanno portato l’Anello abbiano scritto gli appunti sui quali si basa il SdA, scritti che trasmettono la loro esperienza di eucatastrofe e la loro lotta intellettuale col problema del male. Frodo dà a Sam il Libro Rosso dei Confini Occidentali con ottanta capitoli completati; il SdA ha ottantuno capitoli, inclusi quelli de Lo Hobbit, il che implica che Sam ha solo completato il capitolo ottanta ed ha usato i pochi “fogli bianchi” rimanenti per l’ultimo capitolo. La pausa nella narrazione per descrivere il documento su cui la narrazione è basata in modo fittizio collega sottilmente questa scena con il desiderio di essere in un “grande e grosso libro” che Sam esprime sulle scale di Cirith Ungol. Frodo dà a Sam “un grosso libro con una copertina di pelle rossa liscia” e con “alte pagine” (RdR 335).

Le effettive citazioni dal Libro Rosso dei Confini Occidentali incarnano l’eucatastrofe di cui gli hobbit hanno fatto esperienza. I titoli nella “mano sottile ed errante” di Bilbo suggeriscono l’improvvisa svolta felice nella sua avventura: “Il mio Viaggio Inaspettato. Andata e Ritorno. Che cosa accadde dopo (RdR 335, corsivo mio). Il suo stesso viaggio è stato una vera sorpresa, ma era anche pieno di eucatatrofi inaspettate. Egli è sopravvissuto ai pericoli ed è ritornato. Il suo terzo titolo rifiuta anche di giungere ad una fine, ma come i grandi racconti non finirà mai fino al trionfo ultimo del bene. Anche la sicura e scorrevole scrittura di Frodo include l’eucatastrofe nel titolo che ha scelto: “La Caduta del Signore degli Anelli e il Ritorno del Re” (RdR 335). Grazie a molte eucatastrofi di fronte a forze soverchianti, i popoli della Terra di Mezzo hanno potuto trionfare su Sauron. La fine della trilogia non fornisce alcun titolo fittizio al contributo di Sam al Libro Rosso dei Confini Occidentali, solo una descrizione del suo ritorno a casa e le sue ultime parole, “Bene, sono tornato” (RdR 340). Attraverso l’eucatastrofe, egli è sopravvissuto a grandi pericoli e al male dell’Anello, per ritornare alla presenza guaritrice di Rose ed Elanor, sua moglie e sua figlia, nella Contea. Jane Chance sottolinea che il nome di Elanor “riassume l’equivalente [elfico] di grazia” e Chance legge anche il ritorno di Sam alla Contea e il suo successivo servizio in qualità di sindaco come un microcosmo del ritorno di Aragorn (179).

Tolkien scrive ad Auden: “ognuno di noi è un’allegoria, incarnata in una storia particolare, vestita con gli abiti del tempo e del luogo, della verità universale e della vita eterna” (Lettere 212). Lo schema della storia di Tolkien si rivela nell’auto-riflessività dei suoi romanzi. Tolkien usa questo schema per connettere il suo credo religioso, la sua motivazione alla scrittura e la sua esperienza di vita riguardo alle fiabe. Come sostiene John Garth, Tolkien ha rifiutato di rispondere alla Prima Guerra Mondiale con il cinismo e il relativismo morale del Modernismo (292). Piuttosto, egli si volge verso le fiabe e le leggende per comunicare la sua fede invincibile in Dio che trionferà sul male.

In un’altra lettera ad Auden scrive: “Io sono… un cattolico, quindi… non mi aspetto che la ‘storia’ possa essere altro se non una ‘lunga sconfitta’ – anche se contiene (e nella leggenda può contenere in modo più chiaro e commovente) alcuni esempi o scorci della vittoria finale” (Lettere 255). Dio ci dona scorci miracolosi della vittoria finale nel nostro mondo Primario nel Vangelo della resurrezione di Cristo e nelle eucatastrofi che avvengono nelle nostre storie personali; Tolkien fornisce un mondo secondario in cui cattura la pungente, dolorosa gioia dell’eucatastrofe, sperando di muovere il lettore a sentire questa profonda emozione morale. Verlyn Flieger discerne: “Leggere della svolta [eucatastrofica] è farne esperienza… Ciò che proviamo nella svolta di una fiaba è, per quanto piccola, un’esperienza di conversione” (31). Tolkien trova una soluzione al problema del male scrivendo una fiaba, in cui anche i personaggi scrivono per ripensare alle loro esperienze del male e della redenzione. Gli hobbit non sono un’allegoria; anzi, essi esemplificano l’abilità di usare racconti e leggende per rispondere al male con la speranza e non con la disperazione.



BIBLIOGRAFIA


[traduzione italiana di Adriano Bernasconi]

1 Smeagol, naturalmente, porta anch’egli l’Anello brevemente prima della loro distruzione reciproca alla fine della Guerra dell’Anello. Anche se pure lui ha portato l’Anello durante Lo Hobbit, non ha mai scritto nulla circa le sue esperienze. Canta canzoni sui pesci (DT 252), ricorda le leggende che aveva sentito da bambino (DT 277) ed è famoso soprattutto per gli indovinelli. La storia di Gollum fornisce un esempio di discatastrofe e del fallimento della forza etica dell’emozione di eucatastrofe su Sam. Sam non riesce a coltivare la pietà e la misericordia per Gollum dai momenti di divina misericordia che gli sono stati dati. Tolkien scrive che la mancanza di pietà per Gollum di Sam è forse il momento più tragico del Racconto, perché “rovina il pentimento di Gollum” (Lettere 330).

2 OED: Oxford English Dictionary (n.d.t.)

3 Nell’originale “gospel” (n.d.t.)

4 moved nel testo originale (n.d.t.)

5 sempre moved nel testo originale (n.d.t.)

6 nel testo originale make (n.d.t.)

7 Cioè incantesimo (n.d.t.)

8 Vangelo (n.d.t.)