Quello che fissava le nuvole





di Alex Lewis







Il cigno ruotò la testa pigramente e tuttavia con uno scopo in mente. Ingil lo guardava attentamente dalla finestra della sua camera al terzo piano della vecchia casa di pietra. Una città di pietra, case di pietra, strade di pietra sedute su una montagna di pietra – come lo deprimeva tutto ciò! Desiderava volare via come un cigno ed essere liberato da questo luogo.

Alcuni passi dietro di lui lo riportarono a terra e sospirò mentre sua madre entrò e si fermò dietro di lui, guardando fuori per dare un’occhiata al cigno mentre si spingeva verso uno dei bracci del Mindolluin.

«Stai ancora osservando gli uccelli, Ingil?» disse dolcemente.

Lui annuì. «Sono così aggraziati e liberi, madre» disse Ingil pensieroso.

«A differenza di te». La sua voce era cauta ed i suoi occhi tradivano le cattive notizie che portava. Continuò, infelice: «Temo sia stabilito, adesso. Tuo padre desidera che tu faccia da apprendista a Cargond, lo scalpellino, già da domani»

«Ma io pensavo…!» balbettò, scioccato dalla subitaneità delle notizie. Deglutì con la gola stretta: «Dovevo andare nell’Ithilien ed unirmi ai cadetti dei ranger là fuori! Non desidero tagliare rocce e pietre per il resto della mia vita!»

Lei sorrise tristemente. «Ahimé, tuo padre pensa ancora che essere un ranger dell’Ithilien sia un impiego troppo pericoloso per il suo unico figlio. Preferisce vedersi al sicuro entro i confini di Minas Tirith, impegnato in affari sicuri»

«Ma che dire dei miei desideri?» domandò.

Lei scosse la testa tristemente. «Ho provato molte volte a spiegargli i tuoi sogni, Ingil, ma è così testardo. Diventa sempre più testardo man mano che invecchia. Dice soltanto che quando sarai cresciuto apprezzerai quanto è stato saggio nel non permetterti di impegnarti in un’occupazione pericolosa e nel conoscere bene cosa volevi davvero»

«Come può!» disse Ingil esasperato.

«Crede di saperlo, figlio mio. La scorsa notte… la scorsa notte abbiamo discusso…» disse lei, infelice.

Ingil annuì. «Lo so. Ho sentito le vostre voci. Sembrava arrabbiato»

«Non è stato piacevole. Tuo padre non mi ha mai messo una mano addosso mentre era arrabbiato, ma la scorsa notte è arrivato molto vicino al farlo, perché l’ho sfidato – per l’amore che ho per te – a cercare di portare felicità alla nostra famiglia, almeno una volta» disse lei, le lacrime che ore scorrevano sulle guance bianche. Scosse la testa lentamente: «Non è in grado di vedere quel che sta facendo alle persone che ama di più. Alla fine siamo arrivati a questo: tu gli appartieni fino al tuo ventunesimo compleanno. Devi fare tutto ciò che ti dice prima di allora, o affrontare terribili conseguenze. Se desideri sfidarlo da ora in poi, puoi farlo, ma se farai questo, lui ti ripudierà e dirà che non ha figli»

Ci fu silenzio per qualche battito di cuore.

Ingil scosse la testa. «Così preferirebbe non avere alcun figlio, piuttosto che uno schiavo!»

Sua madre annuì muta, le lacrime che ancora seguivano la loro strada lungo le sue guance. Tese le braccia ed abbracciò il giovane, mentre le lacrime che sgorgavano dai suoi occhi ora iniziava a comprendere l’enormità del suo destino.

«Nindriel!»

La voce fece tremare le travi della casa e riecheggiò nella stanza.

Lei si staccò e si asciugò gli occhi arrossati.

«Nindriel!»

«Tuo padre…» disse lei quieta. «Non deve vedermi così. Devo andare a sciacquarmi il viso. Dev’essere già mezzogiorno e lui vuole il suo pranzo»

Ingil guardò sua madre affrettarsi, gridando una risposta al piano di sotto dove suo padre, il suo schiavista, il suo tiranno attendeva lei ed il suo pranzo.

Ingil si voltò e guardò fuori per vedere se il cigno aveva fatto ritorno. Non era così, ma alcune colombe si stavano sistemando su un tetto del cerchio più in basso; guardò le loro piume bianche screziate, mentre giocano alla luce del sole.

Poi gli sovvenne l’idea che poteva fuggire di casa: ma fuggire dove? Non era un dodicenne che faceva fagotto una notte e decideva di andare al mare. Le cose a diciassette anni sembravano un po’ meno facili. Dove avrebbe vissuto? Che cosa avrebbe pensato sua madre? Le voleva ardentemente bene e non desiderava che le sua azioni la ferissero; non c’era modo di sapere quali sarebbero state le ripercussioni se suo padre fosse stato contrastato.

Rimase ai piani superiori della vecchia casa per il resto di quel giorno, evitando suo padre e tenendosi la sua solitudine; era meno doloroso che guardare negli occhi altrui e vedervi riflessa la propria agonia. Il pomeriggio fuggì via e le rosee sfumature del tramonto s’infiltrarono nei cieli di quella tarda primavera e toccarono la punta dell’alta montagna, allungando dita viola e cremisi sulle cime rivestite di neve. Così avrebbe voluto essere se avesse potuto scegliere! Un montanaro, un avventuriero, che arditamente s’inerpica su picchi inviolati, che attraversa fiumi pericolosi, che naviga su oceani spazzati dal vento.

Doveva essersi addormentato. Giunse di nuovo: il sogno ero di quelli in cui si arrampicava sulla sporgenza fuori dalla finestra, spalancava le braccia e scopriva che erano cresciute in lunghezza e che su di esse erano spuntate penne. Balzava fuori e, in un primo momento, piombava giù, ma poi sforzandosi e sbattendo le sue braccia, che erano ali, riusciva a risalire fino ai frontoni delle case vicine e di quelle di fronte, e poi lontano, lontano nel cielo serale, girando attorno alla Torre Bianca sulla cima della città, guardando con meraviglia verso i piccoli puntini di umanità nelle strade sottostanti. Gridava di riso e gioia mentre il vento gli baciava le guance e gli arruffava i capelli. Cantava mentre il morso tagliente dell’aria ghiacciata gli pungeva la pelle, mentre volava sempre più in alto.

Laggiù una voce lo salutò e vide una figura familiare in una piazza molto molto al di sotto. Era piccola, remota, ma non poteva non riconoscerla: Linieth, la figlia dei Fabbricalampade, che era stata la sua amica più intima quand’era piccolo; così corse verso il basso e si avvicinò sempre più a lei. Le altre persone nella piazza si voltarono e restarono senza fiato nel vederlo. Dolcemente, brevemente le toccò i capelli e, come un’improvvisa fioritura, le sue braccia mutarono – simili a fiori – in graziose ali e lei fece un passo avanti e decollò nell’aria per unirsi a lui mentre volavano sopra la città ridendo e roteando finché l’oscurità non nascose le loro fattezze e le luci nella strada sottostante indicarono l’arrivo della notte.

Il mento di Ingil cadde con un sobbalzo dal davanzale della finestra sul quale era appoggiato. Sbatté le palpebre e guardò di fuori. Era buio e il vento era freddo. Si alzò e si sentì le gambe deboli e molli ed era come se avesse sollevato grossi pesi con le braccia per tutto il giorno. Sospirò e si scosse il sonno di dosso.

Si voltò lentamente e contemplò le stelle là fuori che facevano capolino tra le nuvole rapide che si raccoglievano attorno alla grande massa scura della montagna. Poi chiuse rapidamente le finestre, si allontanò e si fece strada in silenzio giù per le scale, verso le zone più illuminate della casa. Non era davvero in vena per le luci, ma la fame l’aveva spinto giù da basso; non aveva più mangiato dalla colazione e questo era stato parecchie ore prima. Si mosse in cucina più silenziosamente che poté e si preparò qualche semplice spuntino: pane, formaggio e un po’ di burro ed una selezione di sottaceti che sua madre aveva preparato l’autunno precedente. Si voltò con tutte queste cose impilate su un piatto e con un po’ di succo di more nell’altra mano ed uscì per andare in camera sua.

Suo padre era lì, in piedi, che lo fissava con aria feroce.

«Molto asociale da parte tua, Ingil» disse brusco «Avresti potuto quantomeno cenare con noi. Starsene al piano di sopra così, tutto il giorno…»

«Preferisco stare da solo, grazie» rispose tranquillo.

«Non dire così!» rispose suo padre arrabbiato «Ti conosco! Stai facendo l’imbronciato come una fanciulla malata d’amore perché devi andare ed iniziare a lavorare per guadagnarti da vivere. A fare un lavoro da vero uomo. Ah, sì! So che hai tentato di oppormi tua madre per farmi cambiare idea, ma non ho fatto nulla di tutto questo; tu farai quello come dico io finché vivrai in questa casa, e non ci saranno più sciocchezze riguardanti avventure e luoghi stranieri! Ci sono abbastanza pericoli in questo mondo senza bisogno di andare pure a cercarli!»

«Come lo sai? Non sei mai stato da nessuna parte a vedere!» gli gridò contro Ingil e, prima che suo padre potesse riprendersi dallo sfogo, si precipitò davanti a lui e salì le scale verso camera sua, dove appoggiò il piatto e il bicchiere su di un tavolino, quasi rovesciandoli, e poi sbatté la porta violentemente.

Da basso giunse il suono crescente di voci arrabbiate: sua madre e suo padre che discutevano. Si stese sul letto e tremò di rabbia e frustrazione.

«Lo fai sempre sentire indegno, Invoril» disse sua madre.

«Io? Perché avrei dovuto fare una cosa del genere? Fa tutto da solo per farmi vedere quanto guasto abbia il cervello ogni volta che parliamo! Ed ora si aggiunge pure l’insolenza! Non mi piace il modo con cui lo stai tirando su, Nindriel. Sono forse i suoi amici che lo mantengono? Devo forse scoraggiarlo ad interagire coi membri della selvaggia gioventù della città?»

«Non c’è alcuna selvaggia gioventù, Invoril» replicò lei arrabbiata «Sei tu che li vedi così! Sono solo giovani, come Ingil. Vogliono vivere le loro vite e divertirsi. È così sbagliato?»

«Non hanno alcun rispetto per i loro vecchi!» dichiarò seccamente «Li vedo tutti i giorni e li riconosco per ciò che sono: fannulloni senza alcun valore. Pigri sognatori!»

«Sono giovani; lascia che abbiano il loro momento» disse lei «Anche tu sei stato giovane un tempo».

«Allora che dire di questo? Ho visto il nostro ragazzo tenere d’occhio la figlia dei Lampwright recentemente: ciò mi preoccupa» aggiunse lui.

«Sta crescendo, Invoril: tuo figlio è quasi un uomo adulto!» disse lei «Non te ne sei accorto?»

«È ancora troppo giovane per prendere decisioni così importanti per sé stesso, e trovo che la ragazza sia troppo sventata e che si comporti in modo affatto adeguato per una ragazza di buona reputazione. È pericolosa per lui.»

«Conosco questa ragazza, Linieth, abbastanza da poterne parlare, ed è una che parla abbastanza educatamente ed è assai gradevole, e la sua reputazione è del tutto assente da critiche. Anche lei è giovane, Invoril. Vuoi chiedere a tutti loro di crescere in modo serio prima che ne abbiano bisogno? La vita è abbastanza difficile senza perdere di vista il suo lato più luminoso. Lascia che la vivano con le sue gioie prima di appesantirli con i suoi oneri»

«Ma tu mi hai frainteso: Ingil sta mostrando ben più che un interesse passeggero per questa ragazza, Nindriel. Li ho visti! Per più di un’ora sono rimasti in piedi a parlare alla fontana d’oro, due giorni fa!»

«E con ciò? E se anche fosse più di un interesse passeggero? Vuoi rinchiudere tuo figlio ed impedirgli di vivere la sua vita?» domandò lei.

«È soltanto un ragazzino!»

«No! Ti sbagli, Invoril! È quasi un uomo adulto! Osserva ed usa gli occhi, prima di perderlo» gli gridò contro lei.

«Finché vive sotto il mio tetto e finché è al di sotto dei ventuno anni deve obbedire ai miei desideri, e deve sempre portarmi rispetto in quanto suo padre» disse Invoril dogmatico «Domani inizierà a lavorare per Cargond lo scalpellino. È già tutto stabilito. Lo attende. Cargond lo modellerà per bene!»

«Io temo questo Cargond, Invoril» rispose lei con circospezione «Ho sentito storie su di lui dai commercianti, sul modo con cui fa lavorare la gente»

«Semplici pettegolezzi e voci maliziose, tutte quante!» replicò Invoril «Non è forse mio cugino? Trasformerà il nostro ragazzo in un uomo, qualcuno di cui potremo essere fieri. Credimi»

Così il giorno seguente ad Ingil fu dato un nuovo set di grembiuli da suo padre alle prime luci dell’alba, ed egli marciò verso l’officina di Cargond nel primo cerchio della città, in una zona che era meno che desiderabile.

Cargond era una torre d’uomo con grossi muscoli e scuri occhi torvi. La sua voce esplodeva forte e il suo temperamento non era da meno. Ben presto mise Ingil al lavoro, facendogli sollevare pesanti blocchi di pietra da una parte all’altra del negozio. Lo fece lavorare tutto il giorno senza nemmeno una pausa per l’acqua, per non parlare del cibo, e quindi molto tempo dopo che il sole era tramontato gli permise, infine, di zoppicare fuori di casa, esausto e stordito.

«Di’ a tuo padre che non sono rimasto molto colpito da te!» ruggì mentre Ingil si allontanava. «Sei troppo lento! Sei troppo debole! Sei troppo pigro! Diglielo!»

A casa, Ingil barcollò su per le scale e s’addormentò senza aver mangiato alcun cibo.

Venne sua madre e lo coprì con una coperta e lo lasciò dormire, temendo di vedere le vesciche ed i tagli sulle sue mani. I suoi grembiuli sporchi furono presi e puliti, e sua madre rammendò gli strappi una volta che furono asciutti.

«Non mi piace lo stato in cui è arrivato a casa stanotte, Invoril» disse lei ansiosa mentre introduceva il filo nell’ago «Il ragazzo è esausto».

«Così dovrebbe essere dopo un giorno di onesto lavoro!» disse Invoril vigorosamente «Guadagnare un penny onestamente significa doverselo sudare onestamente!»

«Ma non ha neppure mangiato!» disse lei.

Invoril rise. «E tu mi dici che è quasi un uomo? È semplicemente un ragazzo! Se fosse un uomo sarebbe quaggiù a mangiare a sazietà. Lascia che metta su qualche muscolo e un po’ di vero vigore. Quelle faranno di lui un uomo!»

«Lo faranno o lo spezzeranno?» domandò Nindriel tranquilla «Guarda solo questi grembiuli! Sono quasi rovinati dopo un solo giorno di lavoro. Che cosa sta facendo fare Cargond al nostro ragazzo laggiù?»

«Ti preoccupi troppo, donna!» scattò lui, picchiando sul tavolo rumorosamente. «Ora mi lascerai in pace a tranquillità a mangiare il mio pasto?»

Nindriel non rispose. Alcune ore più tardi andò a vedere come se la stava cavando Ingil, e mise placidamente il grembiule pulito e riparato sul suo letto, ma il giovane stava ancora dormendo con un'espressione stanca sul viso e così lei lo lasciò riposare anziché svegliarlo. Più tardi quella sera Cargond venne a far visita – una cosa rara ma difficilmente inaspettata.

«Allora, com’è andato il nostro ragazzo, oggi?» domandò Invoril.

«Non ti ha detto nulla, allora?» disse Cargond. «Avrebbe dovuto. Forse aveva troppa vergogna per parlare»

«Era troppo stanco per fare qualsiasi cosa che non fosse salire al piano di sopra e dormire! Non ha neppure mangiato stanotte» disse Nindriel arrabbiata «Non gli hai dato del tempo per adattarsi al lavoro, Cargond?»

«Adattarsi? Perché avrebbe dovuto avere del tempo? Non faccio favori a nessuno, neppure se sono miei familiari» rispose rabbioso, la sua faccia che s’arrossava «In ogni caso, non sono affatto contento di lui: un ragazzo pigro! Non lavora velocemente! Non riesce a trasportare granché! Si lamenta sempre e geme per un po’ di riposo!»

«Fallo lavorare di più, allora!» disse Invoril «Picchialo, se devi! Che non si dica che mio figlio è meno uomo di uno qualunque degli altri tuoi operai!»

«Ma gli hai dato un qualsiasi momento per riposare e mangiare? Che cosa ha avuto al meriggio?» domandò Nindriel arrabbiata «Dimmelo, Cargond!»

«Guarda! È affare mio come tratto i miei operai, signora! Se penso che abbiano lavorato abbastanza duramente da meritarsi un riposo, allora li lascio riposare! Il tuo dinoccolato figlio è un imbarazzo per me e per gli altri miei operai! A meno che non si meriti il diritto di riposare, non lo lascerò riposare!»

«Hai perfettamente ragione!» annuì vigorosamente Invoril «Ti do il permesso di fare qualunque cosa sia necessaria per farlo diventare un uomo, Cargond! Ci ringrazierà entrambi negli anni a venire!»

«Se vivrà abbastanza per ringraziare qualcuno!» disse Nindriel rabbiosa «Se solo poteste sentire ciò che dite! Il mio povero figlio!»

«Vatti a mettere in cucina, donna!» ruggì Invoril «Fa’ ciò che sai fare meglio! Portarci della birra con cui spegnere la nostra sete!»

«Andatevela a prendere da soli!» rispose lei e si precipitò fuori e poi su per le scale prima che Invoril potesse reagire.

«Se fosse mia moglie se ne prenderebbe un bel po’, Invoril!» disse Cargond arrabbiato. «Ti ha umiliato davanti ai tuoi ospiti! Agisce sempre in questo modo?»

Lui scosse la testa; «Non capisco, cugino. L’ho sempre trattata con onore ed ho rispettato i suoi desideri. Perché si comporta in questo modo? Che cos’ho fatto per meritarmi un trattamento simile?»

«Lascia che ti dica qualcosa, cugino! Sei stato troppo morbido con lei per troppi anni. L’avevo previsto. Lei hai permesso di fare a modo suo in troppe cose, ma in particolare col ragazzo, ed ora guardalo! Debole ed effeminato! Ci vorrà un sacco di lavoro per plasmarlo in qualcosa di utile, ti dico! Ora, se fossi in te, inizierei a pensare a delle buone sferzate, di tanto in tanto! Mia moglie non osa alzare neppure gli occhi in mia presenza, ed i miei figli sono uomini veri! Essi non osano rispondermi!»

«Forse hai ragione. Forse hai ragione!» rispose lui cupamente «Io invece stato troppo morbido per riuscire a fare il loro bene. Vieni! C’è della birra in cucina e non abbiamo bisogno di una donna che ce la porti! Possiamo cavarcela da soli! »

Andarono in cucina e presero con sé dei grandi boccali di birra da bere e li riempirono più e più volte ed iniziarono a cantare canzoni mentre giungeva la notte. Alla fine Cargond barcollò fuori nella notte ed Invoril si fece strada su per le scale e verso camera sua. Ruotò la maniglia. La porta era chiusa. Batté con forza sulla porta.

«Fammi entrare, donna!» ruggì.

Non ci fu risposta.

Ruttò e si sentì in qualche modo nauseato e così si voltò e trovò un’altra stanza in cui poter dormire. Se la sarebbe vista con lei per questo l’indomani. Non sarebbe riuscita a sfuggire alla sua ira. Il rumore del suo russare si poteva avvertire in tutta la casa e l’unico che non ne fu disturbato fu Ingil.

La mattina seguente, mentre il sole sorgeva, Ingil scese le scale rigido ed ancora stanco. Sua madre era lì, che l’attendeva.

«Non lascerai questa casa prima di aver fatto una buona colazione, Ingil» disse lei fermamente.

«Ma così farò tardi!» si lamentò lui.

«E allora farai tardi e Cargond imparerà che non può sovraccaricare di lavoro la gente in questo modo!» rispose lei.

Divorò due pagnotte con burro e marmellata e mangiò alcune altre cose prima di spingere via il piatto. Poi baciò sua madre ed uscì, sentendosi un po’ meglio.

Le sue energie vennero soffocate nel momento in cui arrivò al lavoro.

Cargond sembrava aver passato una brutta notte, con quelle guance arrossate e gli occhi iniettati di sangue. Era di pessimo umore e se la prese da subito con Ingil. Lo schiaffeggiò sulle orecchie e lo cacciò a lavorare.

«Sei in ritardo di venti minuti, fannullone!» ruggì «Per questo farai due ore extra di lavoro! Ogni dieci minuti persi, un’ora extra!»

«Non lo farò!» replicò Ingil.

Si ritrovò disteso all’indietro sul pavimento, sopra alcuni blocchi di pietra. Il suo mento era in fiamme. Realizzò debolmente che Cargond l’aveva colpito in pieno sulla mascella. Gli altri operai li osservavano con ansia ed i loro volti tradivano i loro pensieri, ma nessuno di loro era disposto a parlare; Cargond era temuto da tutti e non senza una giusta ragione.

Si rialzò e scoprì che l’interno del suo labbro sanguinava. Si allontanò, disgustato dalla brutalità.

Cargond, da parte sua, non gli permise neppure di lavarsi la bocca, ma lo spedì immediatamente a svolgere il lavoro più difficile per l’intera giornata.

«Ti ficcherò dentro il lavoro duro, per tutto ciò che è sacro!» giurò arrabbiato «E non andartene in giro pensando di poterti lamentare con tuo padre, in ogni caso! Mi ha dato il permesso di fare tutto ciò che devo per trasformarti in un pregio di questa azienda, e lo farò!»

Ingil udì il suono di una frusta schioccare dietro di lui. Non lo colpì – non ancora.

«Padre? Quale padre?» rispose cupamente «Io non ho padre!»

La frusta colpì con di punta la sua schiena e lui barcollò. Si voltò, bianco dalla rabbia e desideroso di farla finita con questo sadico una volta per tutte, ma la frusta lo sferzò di nuovo e di nuovo finché non cadde rannicchiato, coi tagli che correvano lungo le sue braccia e le sue gambe e il suo corpo. Fu solo per fortuna che Cargond non lo segnò in volto, poiché egli l’aveva frustato indiscriminatamente.

«Lavora ora, tu, marciume!» ruggì Cargond «Te ne starai qui altre quattro ore extra per aver sprecato il mio tempo! E inoltre nessuna pausa!»

Gli altri operai mormorarono sottovoce, mentre riprendevano la loro ardua giornata di lavoro. Cargond aveva intenzione di far sentire chiunque miserabile come lui, questo era chiaramente evidente.

«Misero cervello d’orco» sussurrò uno degli uomini più vecchi ad Ingil mentre lo aiutava a rimettersi in piedi «Che possa friggere nel soffio di un drago!»

«Penso che sua madre debba essere stata un drago!» disse Ingil con voce rauca mentre cacciava via le lacrime. Non avrebbe permesso a Cargond di vederlo piangere.

«No, tu offendi i draghi, ragazzo!» rispose il vecchio uomo silenziosamente.

Ma non abbastanza silenziosamente.

La frusta scioccò di nuovo ed il vecchio uomo s’irrigidì.

«Basta parlare! Lasciatelo da solo e smettetela di aiutarlo, a meno che voi tutti non vogliate lavorare più tempo!» gridò a loro Cargond «Tornate al lavoro ora, tutti voi! Questo era tutto il riposo che ognuno di voi avrà per stamattina, e nessun riposo per questo giovane lavativo!»

Il giorno passò in una foschia di dolore ed esaurimento. La frusta fu usata poche altre volte. Il sole tramontò e ancora Cargond lo fece lavorare dopo che gli altri s’erano trascinata fino a casa. Cadde una volta, ma fu trascinato per i piedi senza pietà e frustato affinché lavorasse.

Alla fine le ruvide mani di qualcuno – probabilmente Cargond – lo spinsero rozzamente fuori dai cancelli ed i cancelli furono chiusi violentemente dietro di lui.

«Non arrivare in ritardo domani mattina a meno di non voler fare di nuovo del lavoro extra, mi hai sentito piccolo verme?»

Ingil singhiozzò tra sé e trascinò i suoi piedi di piombo su per i cerchi della città, verso casa. Inciampò sui ciottoli e vagabondò per le strade. Smarrì la via due volte da tanto era stanco e quando raggiunse casa, strisciò su per le scale. Poteva sentire sommessi singhiozzi provenire dalla camera di sua madre e così cautamente aprì la porta. Lei era stesa lì, sul letto, e nel sentire rumore si voltò terrorizzata verso l’uscio. Sul lato sinistro del viso sfoggiava un livido color viola scuro.

«È arrivato anche a questo, ora?» disse Ingil arrabbiato con lacrime fresche che sgorgavano sui suoi giovani occhi «Quest’uomo è diventato un ottuso codardo e un mostro crudele che picchia le donne?»

Avvertì un calcio violento sulla sua schiena; un dolore lancinante.

«Sono un mostro crudele? Sono un ottuso codardo? Va’ nella tua stanza, piccola peste, prima che ficchi del buonsenso anche in te!»

Boccheggiò di dolore e cadde in ginocchio.

«No, Invoril! Per pietà, no!» urlò Nindriel angosciata balzando in piedi dal letto e tendendo le mani in supplica.

Invoril si mosse bruscamente verso di lui. «Se non ne vuoi ancora un po’, va’ nella tua stanza ora!» ruggì suo padre furioso.

Ingil alzò gli occhi verso suo madre disperatamente. Lei annuì dicendogli di andare; non poteva fare nulla di buono lì nello stato in cui si trovava, questo era ovvio, e probabilmente sarebbe riuscito solo a farle ancora più male. Si alzò rigidamente e si diresse verso la sua stanza, cercando di non guardare il viso di suo padre mentre lasciava la sua presenza.

«Buonanotte madre» disse con voce rotta.

«Buona… buonanotte… Ingil…» sussurrò lei al ragazzo.

Il resto della settimana che seguì fu come un incubo vivente.

Tornò e scoprì che sua madre se l’era raramente cavata molto meglio di lui mentre era lontano da casa.

“Un livido al giorno” fu il motto che debolmente accettò; se lei non ne riceveva neppure uno era un buon giorno, se lei riceveva più di una percossa allora era un cattivo giorno.

Per lui la regola era “due fustigazioni al giorno”. I nervi della sua schiena avevano quasi cessato di registrare il dolore a quel punto. Aveva perso molto peso ed era pallido e con le occhiaie e parlava molto poco con chiunque. Persino Linieth riuscì ad ottenere poco da lui quando casualmente lo incontrò un pomeriggio sul terzo cerchio mentre lui barcollava verso casa silenziosamente.

«Santi numi! che ti è accaduto, Ingil? Dove sei stato in questi ultimi giorni?» gli domandò ansiosa. Lui trasalì mentre lei gli metteva un braccio sulle spalle. «Qualcuno ti sta picchiando ed ammazzando di lavoro! Tutto questo deve finire, per pietà!»

Lui annuì. «Sono un apprendista di Cargond» disse sommessamente.

«Quale mostro ti farebbe una cosa del genere?» domandò lei.

«Qualcuno che sostiene di essere mio padre» replicò impassibile «Qualcuno che ucciderò con le mie stesse mani uno di questi giorni!»

«Ingil!» restò senza fiato lei, abbastanza scioccata da lasciarlo andare. Lui barcollò e cadde su un ginocchio sbucciandosi la pelle sul ciottolato. Lei lo aiutò a rialzarsi, con qualche difficoltà. «Ma perché? Che cosa ha fatto?»

«Non è tanto per le crudeltà che ha comminato a Cargond per me che voglio vendicarmi su di lui, Linieth» disse con un tono morbido «Ma per il modo crudele con cui ha trattato mia madre. Vive nella paura delle sue percosse e come una prigioniera nella propria casa a causa sua»

Linieth scosse il capo. «Come posso aiutare?»

«Non credo che tu possa, cara Linieth» disse semplicemente lui.

«Mio padre il Fabbricalampade farà qualcosa. Lo giuro!» disse lei arrabbiata «Non posso starmene qui e vedere l’uomo che… m’interessa… trattato in questo modo!»

«Fa’ attenzione, Linieth! Non voglio vedere tu o tuo padre feriti per colpa mia» replicò lui.

«Devo tentare qualcosa!» controbatté lei.

«Allora prega per me, Linieth. Prega perché io abbia la forza e l’occasione di impedire che queste cose terribili accadano. Di impedire all’incubo di continuare. Ma per favore, fa’ attenzione a non essere raggiunta a tua volta dal male. Ti amo troppo e mi farebbe a pezzi vederti ferita da uno di questi animali! Nulla li fermerebbe. Lo so»

Lei restò senza fiato. «Mi ami anche tu? Ti dichiaro, mio adorato Ingil, che non voglio nessun’altro uomo tranne te» disse lei dolcemente e tirandolo più vicino a sé lo baciò teneramente.

«Devo andare. Più a lungo mia madre rimane con quel bruto, più aumentano le probabilità che lui le faccia qualcosa» disse Ingil «Ma farò tesoro di quel dolce bacio, mia cara Linieth. Ne farò tesoro per sempre. E se la fortuna mi permetterà di sopravvivere a questi tempi di guai, chiederò a tuo padre la tua mano per sposarti, te lo giuro!»

Tornato a casa, Invoril lo stava aspettando a braccia incrociate e di cattivo umore.

«Sei stato visto intrattenerti in modo vergognoso con una donna di cattiva reputazione, questa sera, Ingil» disse arrabbiato «Sono dispiaciuto e francamente mi sento deluso»

«Come puoi sapere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato?» lo sfidò.

«Lo so piuttosto bene, ragazzo! Ricordati che tu sei mio! Finché non avrai ventun’anni tu mi appartieni, corpo ed anima; non dimenticarlo! Non rivedrai mai più quella puttana, mi hai sentito? Non le parlerai più e non la guarderai neppure! Mai e poi mai più!»

«Non è una puttana! È una ragazza decorosa, tu bruto!» gridò lui, perdendo la calma e lanciandosi alla gola di suo padre. Ma era troppo esausto per fare qualsivoglia impressione.

Invoril lo colpì in faccia e gli tirò pugni selvaggiamente finché non cadde sul pavimento raggomitolandosi. Lui gli tirò un calcio allo stomaco un paio di volte prima che riprendesse finalmente il controllo.

«Ingrato bastardo!» scattò «E dopo tutte le cose che ho fatto per te! Sono stato fin troppo indulgente con te e tua madre, questo è evidente! Ora puoi dormire sul pavimento e non ci sarà cibo per te finché non implorerai il mio perdono!»

«Allora, Invoril, morirò» disse Ingil rialzandosi in piedi e barcollando su per le scale.

«Allora muori, ragazzino!» gli gridò dietro Invoril. Rise minaccioso.

Al piano di sopra scoprì che il suo letto era stato privato del materasso e delle lenzuola e che non c’era più il cuscino. Sospirò e si strinse nelle spalle ed andò a guardare nella camera di sua madre per vedere com’era andato quel giorno, ma Invoril era lì a sbarrare la strada, a braccia conserte, e non l’avrebbe lasciato passare per nessun motivo.

«Non troverete conforto l’uno nell’altro!» s’infuriò «Vi farete entrambi del bene ad allontanarvi per un po’ l’unico dall’altro».

La mattina seguente fece la sua strada giù per le scale. Si fermò sul fondo e si guardò nello specchio del corridoio.

Si pettinò i capelli all’indietro, scostandoli dal viso. «Buon compleanno, Ingil» sussurrò tra sé.

«Sei ancora lì? Arriverai tardi al lavoro! E poi verrai punito!» disse Invoril mentre usciva dalla cucina «Non c’è tempo per la colazione se vuoi arrivare in tempo! Va’ fuori!»

«Allora lasciami mangiare un po’ di pane sulla via…» disse Ingil.

Fu spinto rudemente fuori dalla porta di casa.

«Va’ e lavora per un intero giorno di onesto lavoro, prima!» giunse la replica «Ed aspetto ancora le tue scuse!»

Ingil strinse la mascella cupamente e si voltò, rabbioso. Giunse al cantiere leggermente in anticipo e Cargond lo mise subito al lavoro con la frusta nella sua mano che schioccava irritata.

«Siamo di fretta oggi! Vedi quei blocchi lassù nell’angolo?» disse, indicandoli «Voglio che sei di quelli vadano da lassù a quaggiù. Oggi dobbiamo tagliarli per una consegna. Portameli»

Ingil si guardò attorno, ma nessun’altro era ancora lì. Solo lui e Cargond.

«Come posso muoverli» domandò «Mi aiuterai? Sono troppo pesanti perché li riesca a muovere tutti da solo!»

Una mano lo schiaffeggiò in faccia.

«Insolente! Tu li muoverai ora! Nessun altro è quei per aiutarti! Avanti, mammone! Fa’ vedere di che pasta sei fatto! Voglio vederti affaticato e sudato per un po’ prima di darti il cambio! Niente più lavoro facile per te!»

Ingil annuì muto e s’arrampicò sulla pila di blocchi, tirando il blocco più elevato con tutta la sua forza. Un piede gli scivolò. Si spostò un po’. Si fece forza e tirò di nuovo.

«Più forte! Tira più forte! Mettici dello sforzo, che ti possano marcire gli occhi!» ruggì Cargond. La frusta si scagliò contro di lui e colpì le gambe di Ingil come un pungiglione affilato, facendolo barcollare e imprecare sottovoce.

Tirò ancora una volta ed il blocco si spostò con un suono stridulo.

Tirò ancora una volta e scorse verso di lui.

«Vedi? Riesci a farlo quando una volontà ti istiga!» disse Cargond con una risata «Ti plasmerò ancora!»

Ingil tirò per la quarta volta.

Il pesante blocco di granito venne verso di lui ed egli barcollò all’indietro e cadde con un grido. Rotolò proprio mentre il blocco di granito cadeva giusto dietro di lui. Sentì un dolore acuto mentre qualcosa di pesante colpiva le sue parti inferiori.

Quando rinvenne, la prima faccia che vide fu quella di Linieth.

«Sto sognando?» mormorò.

« Grazie al cielo!è vivo!» disse lei ansiosamente.

«Ragazzo, riesci a toccare la mia mano?». Riconobbe il volto del padre di Linieth vicino a lei. «Ecco, provaci!»

Si sforzò e mosse leggermente la mano.

«Che mi dici delle tue gambe, giovanotto?» domandò il fabbricalampade.

Ingil cercò di muoverle ma poi scosse il capo.

«Qual è il suo problema, padre?» chiese lei impaurita.

«Dev’essere portato con molta attenzione su dai guaritori, mia cara» disse lui «È gravemente ferito»

«Cargond…» iniziò Ingil in ansia.

«Arrestato. Questo posto dev’essere chiuso. È fortunato ad essere vivo. Gli altri operai l’hanno assalito quando sono arrivati giusto in tempo per vedere l’incidente e l’hanno picchiato selvaggiamente fino a quando le guardie non sono arrivate dal cancello principale e li hanno fermati. Poi hanno tentato di appenderlo con una corda al tetto, ma le guardie l’hanno portato via in prigione. Starà lì per un bel po’ da quel che ho sentito» spiegò il fabbricalampade.

«Avrebbero preso anche tuo padre, ma tua madre li ha supplicati di tenerlo in libertà» aggiunse Linieth.

«È troppo generosa» disse semplicemente Ingil.

Fu sollevato con attenzione e portato alle Case di Guarigione.

«Temo che il ragazzo non potrà più camminare» disse Angor, l’anziano guaritore scuotendo la testa dopo un altro esame, mentre si voltava verso Nindriel e Linieth. Ingil aveva perso il conto di quanti Guaritori avevano osservato le sue lesioni. «Era mezzo morto di fame quand’è arrivato qui la prima volta, e quello siamo riusciti a ristabilirlo. Ha persino recuperato la sensibilità nelle braccia, ma temo che le sua gambe siano inutilizzabili. Se anche le ossa guarissero, cosa che dovrebbe avvenire nel tempo, ritengo che il danno ricevuto dalla spina dorsale sia stato troppo grande. Curare questa lesione è al di là dei nostri poteri. Rimarrà invalido»

Ingil lo sentì. «Lasciatemi morire»

«No, Ingil. Devi mantenere la speranza. Io non ti abbandonerò!» disse Linieth coraggiosa.

Ingil sorrise. «Ah, Linieth! Ad avere la tua fede! Come vorrei avere una fede simile anche io, ma ahimé…»

«Allora avrò fede per tutti e due» rispose fermamente lei.

«Può andare a casa?» domandò Nindriel.

Angor l’Anziano sorrise saggiamente. «Sì, porta il ragazzo a casa. Recupererà qualche speranza se si troverà in un ambiente familiare. Ci vorrà del tempo; tempo per arrivare ad accettare la sua sorte»

Così Ingil fu portato a casa.

Invoril stava seduto lì in silenzio a rimuginare. Ingil non gli disse una sola parola. Non era venuto alle Case di Guarigione, ma Ingil non sapeva dire se era dovuto al fatto che Nindriel gli aveva proibito di far visita o al fatto che non gliene importasse. Nindriel valutò il suo umore e poggiò le mani sulle anche mentre i Guaritori passavano con Ingil tra di loro.

«Di’ una sola parola e gli uomini del Sovrintendente verranno e ti porteranno via!» lo avvertì Nindriel «E allora potrai unirti a quell’animale che vanti come familiare in prigione!»

«L’ho fatto per il bene del ragazzo!» protestò lui «Tu l’avresti lasciato diventare un rammollito! Ho fatto quel che pensavo essere giusto!»

«E gli hai rovinato la vita!» sbottò Linieth furiosa mentre andava ad aiutare i Guaritori.

«Che vuoi qui, ragazza?» domandò lui «Non ti è di alcuna utilità, ora; non può muovere le gambe! È uno storpio!»

«Ho sentito certe parole pronunciate da te sulle mie virtù, Invoril! Abbi cura del fatto che io non chiami gli uomini del Sovrintendente per farti buttare in prigione per le cose malvagie su di me che hai mormorato! Non esisterei un istante a farlo e non lo farebbe neppure Glinthor, mio padre! Se amo tuo figlio è per il fatto che – per fortuna – non ti somiglia per nulla! Ed ora proviamo a ridare un po’ di gioia alla sua vita, se ci riusciamo. Vattene!»

Invoril si voltò a bocca aperta verso Nindriel. «L’hai sentita!» aggiunse lei.

«Molto bene! Un uomo può trovare conforto nell’allegria di una piacevole locanda sul sesto cerchio della città e nella braccia di una delle fanciulle che servono, se è necessario» s’arrabbiò.

«Fa’ come vuoi, Invoril» replicò lei «Non sei più mio marito, per quanto mi riguarda»

Se ne andò furibondo verso il Riposo del Principe, una piacevole taverna sul sesto cerchio della città, e si piazzò giù al bar e batté sul tavolo. «Birra!»

Durgon, l’oste, lo superò ignorandolo mentre lucidava un boccale tra le grandi mani.

«Ehi, Durgon! Voglio della birra!» ripeté, sentendosi in qualche modo infastidito. Notò che le conversazioni nella taverna erano cessate e che c’era uno spiacevole silenzio tutt’attorno a lui.

Si sporse per afferrare l’uomo per la maglia. «Birra! Ora!»

Durgon lo spinse via rudemente e si voltò verso l’uomo accanto a lui. «Hai sentito qualcosa parlare, qui, Nervil?»

Nervil scosse la testa. «Non posso dire di sì, Durgon. Nessun essere umano, in ogni caso. Un peccato per quel povero ragazzo, temo, non essere più in grado di camminare. Penso che dovremmo raccogliere qualcosa per la sua povera madre, non credi? Qualsiasi cosa aiuterebbe»

«Sì. Dei soldi gli sarebbero utili, ne sono sicuro» aggiunse Durgon.

Invoril se ne andò arrabbiato.

«Dicono che il padre del ragazzo abbia avuto una lucertola per padre ed un orco per madre» aggiunse Nervil.

Invoril si voltò e tirò un pugno nella direzione di Nervil; non riuscì ad assestarglielo.

Un gran numero di mani erano su di lui e lo prendevano a pugni abbattendolo sul pavimento.

«Trattenete le vostre mani!» giunse una voce da sopra di lui; stancamente, Invoril riconobbe che apparteneva a Durgon. «È uno spreco di sforzi sul maiale! E non vorrei avere un uomo ucciso nella mia taverna per alcuna ragione!»

Nervil si fermò e strappò via la borsa che era sul fianco di Invoril e l’appoggiò elegantemente sul bancone del bar.

«Questa sarà maneggevole per iniziare la raccolta, non credete?» disse. Gli altri lo applaudirono.

«Ora gettate quest’animale fuori dalla mia taverna! Spero che abbia capito sufficientemente bene che ora è bandito a vita!»

«Caccialo fuori! Caccialo fuori!» gridarono gli uomini nella taverna e, sputandogli addosso e calciandolo per il pavimento, spalancarono le porte e lo gettarono ignominiosamente nella fredda aria fuori.

Invoril si alzò in piedi mentre la porta si chiudeva con uno schianto e si voltò lanciando una maledizione e si asciugò la saliva dalla faccia e dalle braccia e si riaggiustò i vestiti che erano scarmigliati e sporchi.

Raggiunse la tasca posteriore dei suoi pantaloni e tirò fuori un’altra borsa piena di monete e rise della taverna e dei suoi avventori.

«Posso ancora divertirmi, stasera!» disse rabbioso alla porta chiusa del Riposo del Principe mentre scuoteva la borsa di monete con aria di sfida davanti a lui.

L’atmosfera nelle altre tre taverne era simile a quella nel Riposo del Principe e non vi rimase per non ricevere lo stesso trattamento. Finalmente trovò uno sgraziato posto laggiù, vicino al cantiere da cui Cargond aveva avviato i suoi affari e si sedette silenziosamente con un boccale di birra in un angolo, sentendosi infastidito e molto disorientato.

Una vecchia camerieraccia venne e si sedette vicino a lui, stancamente, perché sentiva che c’era qualcosa di malsano in questo sconosciuto.

«Sei dei cerchi alti della città, allora?» domandò.

Lui annuì e le sorrise stancamente.

«Cose terribili successe qui, lossai!» continuò lei «Quella feccia di fratello di troll che fa’l spaccapietre dietr’all’angolo laggiù è stato imprigionato per diec’anni, lossai»

Invoril non disse nulla.

Lei bevve una sorsata della sua birra e schioccò le labbra rumorosamente.

«Ha picchiato ‘n povero ragazzo indifeso che sgobbava per lui, o cossì dicono» aggiunse lei «Fatto diventar storpio, l’ha! Non so come certe persone possono viver assieme, non so! Ma poi, ‘l papà del ragazzo? Pecché non s’è portato via ‘l ragazzo da quel brutto posto, ecco cossa voglio sapere!»

«Così il muratore era davvero un sorvegliante severo» disse cautamente Invoril «Ma ho sentito dire che era abbastanza onesto, in ogni caso»

La camerieraccia e rise e picchiò sul tavolo. «Che? Lui? Faccia-di-barile? Stai scherzando, coso! Ci dev’al capo un mese dibbirra, lui; ci deve ai cavapietre per le pietre c’ha ordinato, e ci deve i soldi a tutt’i suoi operai!». Fece una pausa. «Lossai che c’hanno trovato ‘n sacco di soldi sott’al letto quand’hanno cercato? Cossì si dice. E si spera che’l Sovrintendente vuol pagarci i conti, con ‘sti soldi!» disse fermamente «Ecciò che resta può andare a quel povero ragazzo ch’è ‘no storpio, ora»

Invoril prosciugò il suo boccale e fece una smorfia; la birra non era molto buona in quel posto. Anzi, era una cosa terribile. Ma contribuì a smorzare i pensieri che si affollavano in lui.

«Ora ho bisogno di un posto dove restare stanotte, mia cara» disse tranquillamente, cercando di scuotere via la tristezza «Il padrone di casa ha qualche stanza buona?»

Lei rise e sporse un braccio col dito indice alzato. «Vengo co’ te! Tutt’e stanze son oribili!»

«Avanti, avanti, Solieth!» l’avvertì l’oste «Non spaventarmi i clienti!»

«Dico sol’la verità, ecco!» rispose lei allegramente.

«Mi piacciono le ragazze che dicono la verità» disse Invoril, mettendo una mano sul suo braccio.

Lei rise. «Ragazza? Mi piace, caro!»

Quella notte Invoril giacque a letto con una prostituta truccata che russava e si chiese che cosa gli era andato storto. L’ultimo posto a cui avrebbe pensato di dare ogni colpa era la propria porta, ma stava iniziando ad imparare, alla fine, che era ben lungi dall’essere popolare, in città.

Ingil giaceva nel suo soffice materasso e la sua mente affondò nei sogni, sogni familiari. Ecco che girava sopra i torrioni della città, dirigendosi verso la vetta della montagna, l’aria pungente sul suo viso.

C’era un altro uccello che stava seguendo, un cigno bianco di una certa dimensione.

Il cigno bianco sorse con poderosi battiti delle sue brillanti ali bianche come neve, verso la biforcazione tra le cime del Mindolluin.

Poi si voltò e vide Ingil che si dibatteva verso l’alto nel suo percorso.

«Mi è sempre stato detto che un giorno avrei aiutato qualcuno come me»

Il cigno parlò con voce penetrante attraverso il rumore del vento su di loro.

«Tu… tu puoi parlare??» balbettò Ingil, e quasi cadde nell’aria per la sorpresa.

Un rumore provenne dal becco dei cigni, come una risata mescolata al loro richiamo, e gli scuri occhi luminosi lo guardarono divertiti.

«Ti ho visto una volta in precedenza, ma allora giocavi da solo, eri integro e privo di fardelli» disse il cigno mentre girava attorno a lui. «Anche tu mi hai visto – da lontano. Hai osservato e desiderato di essere così come io sono adesso. Lo so perché l’ho visto in te»

«Questo dev’essere un sogno!» restò senza fiato Ingil.

Il cigno lo guardò mentre si librava di fronte a lui per un istante.

«Un sogno? Sì, forse. Ma il sogno può diventare realtà – se lo desideri. Se davvero desideri fuggire dalle catene che ti trattengono lì dove ora giaci» disse mentre lo scrutava. «Vuoi spezzare le crudeli catene della tua sorte umana e fuggire e trovare vera libertà?»

«Che cosa sai della mia sorte?» domandò Ingil spaventato.

«Guarda! Un tempo, molti molti anni fa, io ero molto simile a come sei tu adesso; una sorte crudele giunse da me quand’ero giovane, in quei lontani lontani anni. Fu lasciato senza aiuti e senza speranza. Ma poi giunse una notte assai simile a questa. Lui venne da me e disse: sogna più a lungo, sogna più a fondo! E poi il sogno divenne realtà. Anche tu puoi diventare un cigno e fuggire al calvario dell’umana sofferenza che hai sopportato. Ed una volta che gli credetti e provai, anch’io divenni come lui»

«Chi ti ha parlato? E chi sei tu?» domandò Ingil spaventato, mentre un fuoco gli si accendeva nel petto per le strane e pericolose parole che stava sentendo.

«Sappi poi che, mentre giacevo a letto da lungo tempo, paralizzato e incapace di muovere nient’altro che la mia testa, il cigno più splendente che io abbia mai visto venne da me in un’oscura notte, nel bel mezzo dei miei sogni agitati. Mi parlò, come io ora parlo a te. Disse di chiamarsi Lorfin e mi disse che potevo diventare così come lui era, e così fuggire dal mio crudele destino per sempre»

«E chi sei tu, dunque?» domandò Ingil, sospeso in bilico in modo un po’ meno esperto del suo compagno.

«Ora sono conosciuto come Celebglin – è il nome che mi sono dato quando piombai nella mia nuova libertà» disse con una viva luce negli occhi, come se ricordare fosse una novità per lui. «Perché sono nato molti anni prima del tuo tempo come Principe di Osgiliath ed ero conosciuto come Landor il Bello. Ma una grande disgrazia cadde su di me quando il nuovo stallone che mio padre mi aveva comprato per il mio ventunesimo compleanno s’imbizzarrì e mi scaraventò sul duro lastricato. La mia spina dorsale si frantumò ed io giacqui a letto incapace di muovermi, le mie speranze spezzate completamente come il mio corpo. Ma poi il cigno venne da me nei miei sogni ed io ascoltai il richiamo, ed ogni notte mi sforzavo di seguirlo. Ogni notte, per lungo tempo, riuscì a farlo, finché una notte non rimasi – e vidi la prima luce dell’alba sopra la città di cupole sotto di me, ed era fatta. E poi Lorfin venne da me e mi diede il mio nome: Celebglin ti chiamerò, disse, perché questo è lo stesso nome che mi fu chiesto di portare per tutto questo tempo, affinché lo passassi a te. Poi fu lui a darmi anche un nome che avrei dovuto portare per qualcuno che sarebbe arrivato, un giorno. Quel qualcuno ora so che sei tu: puoi avere quel nome. Posso darti quel nome. Puoi diventare come io sono adesso ed essere liberato dalla tua miseria. Mi seguirai?»

«Io… io non lo so!» disse Ingil.

«Qual è il tuo nome, ragazzo?» domandò Celebglin.

«Ingil figlio di Nindriel» disse lui.

Celebglin sembrò capire abbastanza da questa risposta senza bisogno di fargli altre domande.

«Dunque Ingil, getta via la tua vecchia e vuota vita e prendi penna e punta d’ala! Prendi la via del vento del nord e vivi di nuovo!»

«Ma devo lasciare tutto il resto dietro di me, non è vero?» domandò Ingil.

Celebglin inclinò la testa. «Sì, Ingil. Hai visto giusto. È vero: devi lasciare la tua vecchia vita alle spalle. Quando divieni un cigno non puoi più rimanere in mezzo agli umani. Devi prendere le nuvole e vivere come me. È un sogno che si trova nel tuo cuore fin da quando eri piccolo, lo so! Anche io avevo quel sogno e per quel motivo puoi abbattere le pareti e farlo diventare realtà per te. Andiamo, Ingil! Scopri il tuo nome! Saluta l’alba assieme a me!»

«Ma mia madre! Lei deve sapere… ed anche Linieth…»

«Tu ami una ragazza? Allora devi scegliere, Ingil. Scegli e ritorna domani notte. Ti aspetterò. Per il momento mi congedo»

Ingil aprì gli occhi e sentì le gocce di sudore sulle sue guance confondersi con le lacrime. Era l’ora tranquilla che precede l’alba.

Giaceva lì, attendendo che il sole sorgesse, e poi udì il suono di un movimento all’interno della casa.

«Madre?» domandò piano.

Linieth aprì la porta e gli sorrise. «Sta ancora dormendo, Ingil» disse a bassa voce «Devo portarti qualcosa da bere». Fece una pausa vedendolo ricoperto di sudore. «Che ti è successo?»

«Vieni e siediti, carissima Linieth» disse Ingil e pian piano le spiegò il suo sogno e il cigno che aveva incontrato. Lei ascoltò senza interromperlo e poi si girò per guardarlo con chiarezza negli occhi.

«Caro Ingil, vorrei tanto che potesse essere così, ma spero non sia la tua mente che cerca una via d’uscita da questa crudele situazione. I Guaritori ci hanno parlato di queste cose» disse lei attentamente «Potrebbe trattarsi di un inganno che cresce nella tua mente»

«Non penso» rispose lui «In quale altro modo potrei conoscere il nome del cigno? Come potrei sapere che un tempo si chiamava Landor il Bello e che viveva ad Osgiliath come Principe del reame?» domandò Ingil. Scosse il capo. «No. Questo non è un sogno ordinario. E se anche lo fosse, cosa accadrebbe? Se le mie speranze m’imbrogliassero mi limiterei a trovarmi qui al mattino e non avrei perso nulla, ma pensa se non fosse una illusione e Celebglin dicesse il vero e fossi in grado di fuggire da questa sorte!»

Lei gli strinse la mano e sorrise. «Allora dovrai aspettare, amore mio!»

Lui scosse la testa. «Ah, ma poi che ne sarebbe di te? Celebglin mi ha anche detto che avrei dovuto abbandonare il genere umano e così non avrei mai più rivisto né te né la mia cara madre Nindriel»

«Il mio amore per te non è egoistico, Ingil. Vorrei vederti integro e in grado di vivere una vita di gioie, non una di sofferenze. Ho potuto vedere quant’eri disperato quando hai saputo la tua sorte dal Guaritore Angor il Vecchio. Se significa che dovrò perderti, ma che potrai acquisire una libertà al di là di questa carne, così sia! Tale è l’amore che mi cercherà per le sue vie, e sappi che poi ti verrei a cercare e così staremo assieme di nuovo, liberi da questa crudeltà che schiaccia la gioia della nostra giovinezza. Sono sicura che tua madre la vedrebbe nello stesso modo con cui la vedo io»

Annuì e le accarezzò la mano teneramente. «Anch’io ti aspetterei e cercherei di trovarti, se ti fosse di conforto» le disse dolcemente «Una volta che mia madre si sarà svegliata, ne parlerò anche a lei. È giusto che sappia di questo sogno e della possibilità che mi è stata data»

Linieth aiutò Ingil a sedersi in posizione eretta con parecchi cuscini dietro di lui e gli preparò la colazione e poi uscì per un’ora. Quando ritornò Nindriel s’era svegliata e stava pulendo casa. La condusse al capezzale del figlio e la fece sedere di fianco a lui, mentre parla con calma e attenzione.

Nindriel guardò alternatamente la ragazza e suo figlio. «E tu, Linieth, riesci davvero a credere a questo sogno fantastico?»

Lei annuì. «Pensavo che si stesse illudendo, ma ora so che qualcosa di straordinario è al lavoro, Nindriel» disse «Per vedere! Stamattina sono andata dritta dai Guaritori ed essi avevano là libri sui vecchi tempi, i tempi di Osgiliath, la Città delle Cupole. Lo stesso Angor il Vecchio mi ha portato il libro e mi ha mostrato il racconto di Landor il Bello e di come fu spezzato e reso paralizzato. Poi Angor il Vecchio mi ha mostrato che nella sua versione scritta del racconto c’era solo la speranza del sospetto che Landor fosse riuscito a sfuggire alla sua sorte crudele, perché l’indomani il suo letto era vuoto eccetto che per una singola bianca piuma d’ala di cigno, e nel cielo due cigni bianchi erano stati visti in lontananza mentre volteggiavano sopra il Mindolluin. Nulla è più stato udito da allora su Landor il Bello».

Nindriel sorrise a Linieth e poi si voltò ed afferrò saldamente le mani di Ingil. «Allora devi provare, figlio mio!»

«Ma vi perderei entrambe!» disse lui.

«E otterresti così tanto, invece! Questa è un’opportunità, forse. Forse una volta ogni chissà quante vite quest’opportunità giunge ad una persona, ed è venuta da te: prendila! Prendila, per amor mio! Per l’amore di Linieth, perché entrambe ti amiamo profondamente. Vogliamo vederti vivere, libero!»

Lui annuì. «Così sarà, allora. Per coloro che amo mi impegnerò a raggiungere la luce dell’alba ed imparare da Celebglin il nome che conserva per me. Proverò stanotte!»

Il sole tramontò sulla città di Minas Tirith. Ingil aveva osservato i cieli tutto il giorno con Nindriel e Linieth non molto lontane da lui. Mentre Linieth gli baciava la fronte e spegneva la lampada ad olio, le prime stelle avevano iniziato a brillare nel cielo notturno. Ingil si stese e chiuse gli occhi.

Le piume crebbero, le braccia s’allungarono. Su e poi su, salì nei taglienti venti. Ancora più in alto volò in cieli vuoti col cuore pieno di trepidazione per ciò che avrebbe potuto trovare; ci sarebbe davvero stato Celebglin il cigno bianco? C’erano nuvole che correvano rapide in cielo e che coronavano le montagne. Poi giunse al picco biforcuto del Mindolluin, i suoi occhi che si focalizzavano laddove una forma si andava delineando nel buio circostante; essa si librava lì, aspettandolo.

«Dunque sei venuto!» disse Celebglin «Non ha tentato di fermarti, la tua ragazza?»

«Naah, non l’ha fatto. Il vero amore è qualcosa di disinteressato e sia mia madre Nindriel che Linieth desiderano che io guadagni la libertà da questa sorte» replicò Ingil.

«Allora sappi che l’amore può vincere tutte le barriere, Ingil. Vieni con me! Saluta l’alba!»

«È lontano?» domandò Ingil, cercando di allinearsi col grande cigno mentre questi sfrecciava via verso est con gran velocità e una furia d’ali.

«Lontano? Più lontano di quanto i tendini del tuo corpo possano guidarti, più lontano di quanto il dolore della tua mente possa ardere! Ma devi riuscirci! Sarò lì ad aiutarti, Ingil! Sarò lì ad aiutarti»

Ed essi volarono e volarono, e le ore si trascinarono lentamente, ogni minuto era come un’era del mondo, ogni ora come la scomparsa di un regno e le braccia di Ingil divennero stanche e simili a piombo. Vacillò, ma ogni volta Celebglin lo incoraggiò a continuare. Il suo respiro era rauco e i suoi polmoni erano in fiamme e desiderava soltanto dormire, stendersi e dormire; ma Celebglin non lo lasciò rinunciare. Alla fine Ingil si sentiva come se non potesse battere le ali e le braccia per una sola altra volta, la sua vista si stava offuscando e la sua testa brulicava esausta; l’orizzonte stava vacillando; sapeva che era bello che finito.

«Celebglin! Non riesco più a volare! Morirò! Il mio cuore scoppierà dentro di me se continuerò!»

E con quello Celebglin svanì e Ingil fu da solo.

Lo prese il panico e le sue braccia iniziarono a perdere la sensibilità. Una traccia di schiarita apparve nel cielo dinanzi a lui.

«Su, su!» ansimò «Su, salutala, ora oppure mai!»

E con un ultimo sforzo di volontà, Ingil si spinse con un grande movimento circolare e sbatté le sue braccia malconce con poderosi colpi che lo portarono a salire in alto, sempre più in alto. L’aria divenne gelida, le nuvole erano di gran lunga sotto di lui. Le stelle brillavano vivaci.

«Non riesco ad andare avanti! Non riesco!» gridò con angoscia.

Ma mentre le sue braccia cadevano in fallo e stavano per bloccarsi e lui stava per precipitare nel cielo, una grande luce divise l’orizzonte ad est davanti a lui e l’accecò.

Lanciò un grido di sorpresa e gioia, il grido di un grande cigno. E gli fu risposto.

Accanto a lui ora volava Celebglin, bianco e splendente.

«Vedi ora? Ce l’hai fatta, Ingil» disse gioioso «Ed ecco, io ho un nuovo nome per te, uno che mi ha appesantito per tanti anni. Io ti battezzo Lossril, lo splendore di neve. E ti do anche un nome che dovrai portare. Va’, ora, e sii libero! Va’, ora, e sii libero!



Nel silenzio dell’ora dell’alba, Invoril si arrampicò su per le scale della sua casa, cercando di non fare troppo rumore. Voleva vedere suo figlio ancora una volta. Alcool e colpa si erano mescolati in lui ed erano degenerati in pensieri insani ed ora ragionava sul fatto che, poiché suo figlio era incapace di vivere una vita utile, era meglio che questa finisse il prima possibile. Molto meglio che suo padre scegliesse per lui un modo onorabile per farla finita. Così pensava mentre placava la sua colpa e il suo dolore.

«Perché non sei altro che uno storpio e una creatura miserabile, Ingil!» singhiozzò a metà «Devi sicuramente odiare ciò che sei diventato – un peso terribile per i tuoi poveri madre e padre. Ti libererò. Mi ringrazierai per questo. Dev’essere fatto per il bene di tutti». Estrasse un coltello affilato dalla sua cintura. Poi entrò nella stanza, guardò in basso verso il letto e rimase senza fiato.

Non c’era nessuno su di esso.

Udì un suono e si voltò violentemente e guardò verso la finestra.

Lì stava una forma famigliare.

«Ingil?»

«Un tempo avevo un padre, ora non ne ho nessuno!» disse la voce di suo figlio, stranamente vibrante e viva. «È finita!»

«Vieni qui! Vieni qui, Ingil!» gridò arrabbiato, sollevando il coltello. «Posso liberarti! Lasciami tagliar via ciò che ti lega a questa miseria! Vieni! Lasciami farla finita ora!»

Si sporse dalla finestra. «Ingil!»

Il cigno si levò con grazia.

Molto al di sotto, un uomo urlò il suo ultimo grido mentre la gravità lo spingeva giù dal terzo piano, oltre le mura del sesto cerchio.

Trovarono il corpo spezzato di Invoril con un lucido coltello ancora nella sua mano sui parapetti del terzo cerchio di mura. Sul suo viso c’era una maschera di orrore misto a meraviglia che inquietò coloro che la videro.

Linieth guardò fuori dalla propria stanza e vide in lontananza due cigni bianchi che volteggiavano verso il Mindolluin e lanciò un bacio verso quello che stava salendo per raggiungere il più grande dei due.

«Addio per ora, mio adorato Ingil» disse con le lacrime agli occhi «Ma che c’incontreremo di nuovo è una certezza che ho nel mio cuore; il nostro amore troverà una via e ci riporterà assieme!»



Il fabbricalampade prese Nindriel a vivere con lui e chiuse per sempre la casa di Invoril come se trattenesse terribili ricordi per tutti loro; visto che anche lui era vedovo, riuscirono a trovare consolazione l’uno nella compagnia dell’altra e la loro casa fu un luogo di pace contemplativa. Linieth fu sempre tranquilla da quel momento in poi e parlò poco con chiunque in giro eccetto che con Nindriel e suo padre. Ma custodì sempre gelosamente quella singola piuma di cigno che giaceva sul cuscino di Ingil il giorno in cui se n’era andato, e sempre essa rimase accanto al suo cuscino sul suo letto affinché gli ricordasse sempre lui.

Due anni dopo, sia il padre di Linieth che Nindirel morirono ad una settimana di distanza l’uno dall’altra a causa del freddo prolungato di un terribile e duro inverno. Si registrarono in quell’anno molti decessi tra gli anziani del popolo, a causa del freddo dell’inverno.



Si dice che Linieth se ne stava sul tetto di casa sua nove giorni dopo la morte dei due anziani, incurante dei venti carichi di freddo su di lei. Quella notte tornò al proprio letto quasi congelata a morte, curata da un guaritore, che altri non era se non Angor il Vecchio.

Egli racconta nel suo diario che anche se aveva preso una quantità mortale di freddo, la ragazza era raggiante e felice come mai l’aveva vista negli ultimi due anni. Sembrava in attesa di qualcosa o di qualcuno.

All’alba, Angor scrive di essere andato nella stanza di Linieth per darle del brodo caldo e cercare di attenuare il freddo mortale, ma che lei non era a letto. Due candide piume di cigno bianco giacevano lì, l’una di fianco all’altra, sopra il suo cuscino. Correndo a guardare fuori dalla finestra, egli scrive di aver visto sopra la bianca torre di Minas Tirith due cigni bianchi come la neve salire verso i picchi del Mindolluin gioiosi e volare via verso ovest; questo ha giurato sopra tutto ciò che è sacro per lui, in qualità di Guaritore.



Con rispetto, Angold, figlio di Anbor, figlio di Angor, dalle Case di Cura, Minas Tirith.





[ traduzione autorizzata di Adriano Bernasconi di Cloudgazer, tratto dalla rivista “Nigglings”, volume 4, settembre 1992, pp. 26-42....]