Grimm, Grudtvig, Tolkien: i nazionalismi e l’invenzione delle mitologie.1





di Tom Shippey





L’evento più recente nell’ambito degli studi tolkieniani è stato, significativamente, un duplice evento. Anzitutto, il primo posto guadagnato dal Signore degli Anelli nel sondaggio organizzato dalle librerie Waterstone’s per determinare “Il libro più importante del secolo”; e in secondo luogo, la prevedibile esplosione di orrore e stizza che ne è seguita da parte dei critici letterari di professione, in particolare Germaine Greer e Auberon Waugh.2 Questa reazione antitetica a Tolkien dura ormai da buona parte della mia vita, e la continuità di entrambi gli atteggiamenti diventa sempre più sorprendente col passare del tempo. Si sarebbe potuto pensare che la narrativa tolkieniana, pur senza essere caduta in disgrazia o essere stata detronizzata in alcun modo, dopo ormai quarant’anni dovesse essere a poco a poco regredita in quello status di “conosciuta, ma non molto letta” nel quale troviamo libri perfettamente rispettabili, come ad esempio quelli di Aldous Huxley; e per converso, che i critici professionisti sarebbero stati capaci di trovare un posto non troppo minaccioso per Tolkien nel loro pantheon collettivo, come è stato fatto per altri scrittori ultrapopolari e inizialmente rifiutati dalla critica, come Dickens e Wells. Ma né l’uno, né l’altro cambiamento ha avuto luogo, cosicché noi oggi assistiamo alla stessa vecchia reazione di amore/odio (amore/odio, non amore-odio) con immutata intensità. Tutto ciò costituisce, a mio parere, un fenomeno. E i fenomeni meritano un qualche tipo di spiegazione razionale.

Ne ho proposte due in passato.i Una è che perlomeno l’odio dei critici derivi dalla guerra ormai secolare che si è combattuta nei dipartimenti di Inglese delle università fra i critici e i filologi, guerra nella quale i critici, dopo aver praticamente annientato i loro nemici, si sono visti strappare di mano la vittoria all’ultimo momento con l’arma segreta della letteratura fantasy. L’altra è che, al di fuori delle università, la letteratura britannica negli anni fra le due guerre (quando la fiction di Tolkien era in incubazione) era dominata da un gruppo chiamato da Martin Green i Sonnenkinder, i Figli del Sole.3 A questi ed altri gruppi letterari ad essi collegati, Tolkien, Lewis e il loro circolo si contrapponevano consapevolmente e con sempre maggiore efficacia, cosa che non veniva loro perdonata. D’altro canto Patrick Curry, affrontando queste stesse problematiche, ha collocato l’antipatia verso Tolkien nel “modernismo” e ha definito Tolkien come un “postmodernista” (o, naturalmente, “anti-modernista”) della prima ora, che, con l’andar del tempo, anziché perdere di importanza, si è nuovamente e sempre di più affermato come punto di riferimento per tutta una serie di proteste e resistenze del tutto attuali.ii Tutte queste spiegazioni posso essere vere allo stesso tempo, e in effetti non ci sono molti dubbi riguardo alla loro interconnessione. Vorrei pertanto aggiungerne un’altra, che non solo aiuta a spiegare il fenomeno della duplice reazione, ma in più colloca Tolkien all’interno di un’ulteriore tradizione intellettuale, accanto a quelle della filologia e del fantasy: ovvero, nella mitografia.

Non c’è, a mia conoscenza, nessun studio approfondito di questa materia, un fatto di per sé significativo, quando si prenda in considerazione la prodigiosa mole di libri e dissertazioni di dottorato che ogni anno vengono pubblicati su tematiche letterarie di ogni tipo – ogni tipo, cioè, che ricade entro gli invisibili paraocchi dell’accettabilità accademica. Mi sembra però che quello che è successo sia che gli studiosi dell’Europa occidentale, durante il diciannovesimo secolo, si siano impegnati in almeno quattro imprese collettive fra loro collegate, che enumererò per futuro riferimento. Una (1) è stata la riscoperta delle lingue alto-medievali, lingue che, si noti bene, erano state completamente sconosciute e illeggibili anche ai più colti dei loro predecessori, così che Gibbon poté scrivere il suo Declino e caduta dell’Impero romano senza conoscere una parola di Gotico, o, probabilmente, sapere che i Goti avevano lasciato una traccia letteraria dietro di sé. Ho cercato di trasmettere almeno un po’ dell’entusiasmo che caratterizzava questo movimento altrove (nei capitoli 1 e 2 delle successive edizioni di La Via per la Terra di Mezzo). Insieme a questo (2) nacque lo studio scientifico delle lingue, che aggiunse alla mera conoscenza un metodo e una fiducia in quel metodo che erano, anch’essi, interamente nuovi e che, come i suoi utilizzatori si rendevano ben conto, non erano stati disponibili a nessuno prima d’allora. Si noti che sarebbe stato possibile avere la riscoperta senza lo studio scientifico, e in effetti in Inghilterra, con la sua élite universitaria oxoniana e cantabrigense, estremamente ristretta e conservatrice, ci fu un astioso tentativo, votato al fallimento, di presentare le lingue senza studiare il metodo danese/tedesco.4 Ma (1) e (2) diedero vita a (3), il recupero dei testi alto-medievali .

Nuovamente, non abbiamo alcuno studio approfondito di questo fenomeno straordinariamente potente e innovativo: l’esplosione del “medievalismo” nel mondo per mezzo della poesia ispirata al Medio Evo. Si possono solo fissare alcune date: le Reliques of Ancient English Poetry di Thomas Percy nel 1765, con i poemi “ossianici” di Macpherson dal 1760 in avanti – ma questi precursori naturalmente dovettero fare a meno (come nel caso dei Five Pieces of Runic Poetry di Percy a partire dal 1763) dei benefici delle fasi (1) e (2) sopra descritte, e far fronte a continui dubbi riguardo alla esistenza stessa dei manoscritti su ci si supponeva avessero lavorato. Poi la russa Canzone di Igor, pubblicata nel 1797, l’edizione della Nibelungenlied di von der Hagen nel 1810, l’edizione della Edda antica fatta dai Grimm nel 1812, quella del Beowulf ad opera di Grímur Thorkelin nel 1815, quella dell’Heliand di Schmeller nel 1830, del Kalevala di Lönrot nel 1835 (la data della sua pubblicazione è ancora festa nazionale in Finlandia), la traduzione di Laing della Heimskringla nel 1834, la traduzione curata da Lady Charlotte West dei Mabinogion nel 1836, nonché la Chanson de Roland, che, sorprendentemente, si aggiungerà a questi testi solo nel 1837.5 Per uno come Jacob Grimm (1785-1863), ogni anno sembrava portare alla luce un tesoro letterario completamente nuovo. Poeti come Goethe (1749-1832) sentivano il terreno scivolare via da sotto i piedi.

Ma va anche tenuto presente che questi sforzi sul piano letterario e linguistico generarono una sorta di “corsa agli armamenti” fra le nazioni d’Europa. Per essere una nazione, sembrava – e questo sentimento era particolarmente forte fra quei gruppi linguistici che non erano nazioni, come i tedeschi o i celti – che fosse vitale avere un’antica epica letteraria come parte della propria ragione di essere. Oggi spesso ci viene detto che la letteratura e la storia della letteratura sono solo delle dissimulate meditazioni sul potere.6 Ma chiunque abbia familiarità con la storia del medievalismo si renderà conto che nel caso dei testi sopra citati, il tema del potere non è affatto nascosto o dissimulato. Karl Simrock (1802-1876), il grande volgarizzatore e traduttore della poesia medievale tedesca, commentando rabbiosamente nel 1859 la perdita delle province tedesche aldilà del Reno (sarebbero state riprese presto), si chiedeva con amaro sarcasmo:

Che importanza ha una provincia, dopo tutto? O una poesia, perfino? Ogni fiera ne porta di nuove, che vengono dimenticate innanzi la successiva. Come si può pensare che la gloria millenaria del nostro popolo dipenda da un’epica? Come si può pensare che i poemi omerici dei tedeschi, una volta che siano finalmente tratti fuori dalle macerie, siano capaci di contribuire a rafforzare la nostra autocoscienza e fare di noi, alla fine, una nazione?

Ma poi rispondeva (ed era parte del suo “tentativo di presa di possesso” del Beowulf in quanto poema tedesco, non inglese):

In realtà non è ancora finita, una volta che siano stati portati alla luce. Dalle macerie dei secoli alla polvere delle biblioteche, sarebbe andare da un oblio ad un altro: non ci si avvicina alla meta. Questa meta è il cuore della nazione: se la nostra antica poesia troverà alla fine il suo posto qui, allora la Bella Addormentata si sveglierà dal suo sonno incantato, allora gli eroi che dormono nelle montagne si alzeranno di nuovo, allora l’albero secco fiorirà sui pianori alpini, allora il vecchio imperatore appenderà il suo scudo al ramo verde, allora si combatterà la battaglia che restituirà le ultime province perdute alla Germania.iii

Parlava di province o di poesie? Non vedeva distinzioni fra le due. La forza politica e militare poggiava sulla sicurezza di sé della nazione e questa a sua volta poggiava sul sicuro possesso delle epiche nazionali. Non per nulla Gaston Paris (di rimando) teneva la sua conferenza “La Chanson de Roland et la nationalité française” durante l’assedio di Parigi nel dicembre 1870: il fatto accadde realmente, ma il contesto, l’argomento, e il nome del conferenziere lo fanno apparire quasi allegorico.iv



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La tesi di questo saggio, tuttavia, è che vi fu un quarto e parallelo movimento durante il diciannovesimo secolo, correlato ai primi tre e altrettanto intimamente connesso con il potere di quello precedentemente citato, ma meno compiuto e meno riconosciuto: questo movimento, il numero (4), fu il recupero e la riclassificazione dell’antica mitologia. È facile, ancora una volta, sottostimare l’enorme cambiamento che ciò comportò per l’ “armamentario mentale” europeo e americano, sia per le fasce colte che per quelle prive di cultura. Fino al diciannovesimo secolo la parola “mitologia” stava ad indicare o la mitologia classica o quella biblica. Il possedere una certa conoscenza della prima era uno dei segni che identificava la persona colta, mentre una certa conoscenza della seconda (probabilmente non etichettata come “mitologia”) era visto come essenziale per chiunque. È sorprendente constatare quanto rapidamente entrambe siano state erose, e in qual misura siano state rimpiazzate dalla conoscenza di mitologie, specialmente quella nordica, che, ribadisco, erano completamente sconosciute persino ai più colti fra gli studiosi di non molte generazioni fa. Mi avventurerò a dichiarare che qualsiasi sondaggio (tipo quello delle librerie Waterstone) mostrerebbe una più diffusa conoscenza di Odino e Thor e Loki, del lupo Fenris e del serpente di Midgard, fra il pubblico dei lettori europei e americani, rispetto a quella di Giove e Giunone, Polifemo e Prometeo e Circe.

Comunque, al contrario dei movimenti (1), (2) e (3), il movimento (4) fu in un certo senso un fallimento. E in effetti ci si aspettava che lo fosse. Nel romanzo Middlemarch, di George Eliot (pubblicato per la prima volta nel 1871-72), uno dei personaggi principali è Mr Casaubon, uno studioso dilettante che, dotato di sufficienti mezzi economici, ha deciso di dedicare la propria vita a lavorare ad una “chiave di tutte le mitologie”. Ma con il progredire del racconto, e dopo che Casaubon ha persuaso Dorothea, una fanciulla affamata di vita intellettuale, a sposarlo, diviene chiaro che tutto il suo lavoro è una perdita di tempo. “Se Mr Casaubon leggesse il tedesco si risparmierebbe un bel po’ di seccature.” dice un personaggio sbrigativamente (Will Ladislaw, nel capitolo 20). Molto più tardi, nel capitolo 48, il narratore stesso si schiera contro Casaubon. La sua teoria, dice:

galleggiava fra congetture flessibili, non più stabili di quelle etimologie che parevano solide a causa della somiglianza di suono, finché non si dimostrava che proprio la somiglianza di suono le rendeva impossibili.

Quali erano i libri tedeschi che Casaubon avrebbe dovuto leggere, ci si potrebbe chiedere. E quali sono le “etimologie” così ridicolizzate? I commenti su questo da parte dei critici sono, al solito, rari – “solo un curatore alla Casaubon vorrebbe indagare la questione più a fondo”, afferma un curatore, non riuscendo a rintracciare un riferimento analogo,7 ma l’osservazione sulle etimologie smentite dalla “somiglianza di suono” indica probabilmente una qualche conoscenza di seconda mano di Jacob Grimm e dell’insistenza dei filologi comparativisti sulla strette corrispondenze (non identità) fonologiche. George Eliot, lei stessa un’abile germanista, benché non una germanicista, sembra convinta, a questo punto degli anni Settanta dell’Ottocento, della superiorità del metodo filologico tedesco e sembra inoltre pensare che i tipi alla Casaubon verranno superati da nuove scoperte nel campo della mitologia.

Ma ciò non accadde. Non abbiamo una scienza della mitologia comparata capace di produrre gli stessi risultati della filologia comparata. Per metterla in altri termini, non ci sono dubbi del successo della Deutsche Grammatik di Grimm: dalla pubblicazione del primo volume nel 1819 (il quarto volume apparve nel 1837), fu responsabile di radicali cambiamenti e miglioramenti nella capacità di leggere i testi, rendendo allo stesso tempo chiaro che le lingue germaniche non erano meri vernacoli barbari parlati e scritti a casaccio, ma possedevano grammatiche e morfologie tanto stringenti e regolari quanto quelle delle lingue classiche della Antichità. Il Deutsche Wörterbuch di Grimm, che cominciò ad apparire nel 1838, per venire completato postumo molti anni dopo nel 1913, fu meno efficace nel generare le stringenti regole semantiche che ci si aspettava seguissero le altrettanto rigide regole fonetiche, ma non di meno è rimasto costantemente utilizzabile fino ai nostri giorni. La terza impresa intellettuale di Grimm, la Deutsche Mythologie (prima edizione 1835, quarta edizione postuma completata in tre volumi 1875-1878), tuttavia, fu un fallimento.

Si potrebbe dirne anche di peggio, in effetti. Sebbene raggiungesse ben quattro edizioni e fosse tradotta in varie lingue, incluso l’inglese – la traduzione inglese, in quattro volumi, viene stampata ancor oggi – la Mythologie è, a parer mio, in molte sue parti letteralmente illeggibile. Questo giudizio convincerà forse solo coloro che hanno provato a ricavare l’opinione di Grimm su una qualche particolare questione attraverso il labirinto delle differenti edizioni (come ho fatto io, riguardo a Grendel, Scyld e Beowulf). Questo lavorìo mi ha fatto maturare l’opinione, giusta o sbagliata che sia, che ciò che davvero fece Grimm fu di registrare su delle schede indicizzate tutti i fatti che poteva raccogliere, riassemblare le schede in un ordine approssimativo e poi trascrivere i risultati; e quando sempre più fatti divenivano disponibili, via via che ulteriori testi antichi venivano resi accessibili, egli li trascriveva nei margini o su foglietti volanti, con l’intenzione di incorporarli nel testo in successive edizioni. Non so cosa si sia trovato di fronte l’ultimo curatore della Mythologie dopo la morte di Grimm (il professor Elard Hugo Meyer), ma qualunque cosa fosse, sembra abbia deciso di non sbrogliare l’intricata matassa. L’ultimo volume della quarta edizione della Mythologie consiste solo di note ai precedenti tre volumi, più un’appendice scartata, con l’auto-assolutoria spiegazione di Meyer, che temeva di “fare troppo” provando ad integrare il materiale più tardo con quello precedente, diluendo così il puro spirito di Grimm con il proprio inferiore apporto. Nel frattempo, se uno si immerge in uno dei precedenti volumi, troppo spesso ci si imbatte in brani come il seguente:

Presso di noi la parola alp sopravvive ancora nel senso di strega notturna, di incubo, in aggiunta alla quale i nostri scrittori del secolo scorso introdussero l’inglese elf, una forma infedele al nostro dialetto; prima di questa, troviamo ovunque il corretto plurale elbe o elben. H. Sachs usa ölp: ‘du ölp! du ölp!’ (i.5, 525b) e ölperisch (iv. 3, 95c); conf. ölpern e ölpetrütsch, alberdrütsch, drelpetrütsch (Schm. 1, 48); elpentrötsch e tölpentrötsch, trilpentritsch (Schmid’s Schwab. dict. 162); e in Hersfeld, hilpentritsch. Queste parole indicano un tipo goffo e sciocco, uno a cui gli elfi hanno fatto qualcosa, e la stessa cosa è espressa dal semplice elbisch, Fundgr. 365. In Gloss. Jun. 340 leggiamo elvesche wehte, spettri elfici.v

L’argomento discusso qui è eminentemente tolkieniano (spettri elfici), così come lo sono alcune delle preoccupazioni di Grimm, come le forme linguistiche storicamente corrette per razze non umane; ma le serie di forme dialettali sempre meno pertinenti, le abbreviazioni appena comprensibili, e l’abitudine di usare il corsivo a caso (per quanto posso capire), bloccano irrimediabilmente ogni senso di progresso intellettuale. La Grammatik di Grimm, si può affermare, impose ordine a letteralmente milioni di versioni, cosicché dopo di essa si poteva discernere un modello grammaticale e le deviazioni da quel modello. La Mythologie lasciò i dati in un insieme informe, più vasto nei suoi scopi delle elucubrazioni di un Casaubon, ma (nonostante le speranze di George Eliot) non più verificabile o contestabile di quelle.

C’era, tuttavia, una tesi nascosta nell’opera di Grimm, o forse due tesi, anche se non vengono mai affermate in maniera diretta. La prima di queste tesi è che le varie forme della mitologia tedesca sono i resti di una mitologia originaria completa e coerente, ora perduta. La seconda, che tale mitologia può essere ancora recuperata, non solo dagli antichi testi, ma anche da certe forme residuali presenti nelle moderne fiabe, come le famose Kinder- und Hausmärchen raccolte dai fratelli Grimm, nelle loro varie edizioni a partire dal 1812. Entrambe queste tesi poggiano sull’analogia linguistica. Se si può dimostrare che parole come il tedesco zwerg, l’inglese dwarf, il norreno dvergr sono correlate sul piano fonologico e derivano da un ipotetico originale *dvairgs, allora forse anche i concetti stessi possono essere ricollegati al loro originale. Se le teorie sulla fonologia del germanico antico possono essere verificate attraverso il recupero di forme dialettali moderne, ma non standard, allora forse le teorie sulla mitologia germanica antica possono anch’esse venire ampliate e sviluppate dalla ricerca del non standardizzato, del sotto-letterario e pertanto inalterato, reperibile in forme narrative come le fiabe. L’analogia era per lo meno non risibile, anche se non è mai stata messa alla prova. Ma questo scopo primario venne ben presto perso di vista, perché la mitologia, come la poesia, divenne il teatro del confronto nazionalista per l’autorità e il potere.

Lo stesso titolo dato da Grimm, Deutsche Mythologie (Mitologia tedesca), era di per sé una provocazione. Poiché gran parte del materiale di cui si occupava era in verità scandinavo, il suo lavoro conteneva l’implicita rivendicazione che i popoli della Scandinavia erano in realtà deutsch, ovvero tedeschi, una rivendicazione ammorbidita dalla traduzione inglese in Teutonic Mythology (Mitologia teutonica). Ciò non di meno, Grimm non si faceva scrupoli a tentare di tagliar fuori del tutto gli scandinavi. Sin dal 1823 possiamo vederlo riferirsi all’appena pubblicato Beowulf, affermando che, nonostante tutti i riferimenti a Danesi e Svedesi presenti nel testo, la sua mitologia era essenzialmente sconosciuta in Scandinavia e perciò tedesca; e nella stessa recensione, incidentalmente, lo vediamo ‘tradurre’ il nome Askr dalla mitologia nordica, nella quale è ben attestato, nelle sue forme in antico Anglosassone (Old English) e Alto Tedesco antico (Old High German), un espediente con cui anche Tolkien ha giocherellato.8 Le implicazioni politiche del suo lavoro vennero subito percepite in Scandinavia, suscitando immediate rimostranze; e non sorprende che ancora prima di vedere il suo lavoro pubblicato (ma non prima di aver rese note le sue posizioni), Grimm dovette fronteggiare la sfida e la competizione aperta da parte degli studiosi scandinavi e in particolare dal danese Nikolai Frederik Severus Grundtvig (1783-1872).

L’opera di Grundtvig è ancora più difficile da riassumere di quella di Grimm, ma si può dire molto brevemente che egli fu per almeno trent’anni il più preparato studioso di Beowulf al mondo e le sue intuizioni in questo campo non sono state, in certi casi, ancora superate (neanche da Tolkien); che egli fu inoltre il protagonista della auto-definizione nazionale per la Danimarca ad un livello eguagliato solo da Lönnrot in Finlandia; e che le sue poesie e i suoi inni sono ancor oggi una parte viva della cultura danese (così come l’immensa collezione dei Danske Folkeviser, o ballate danesi, compilata da suo figlio Svend). La Nordens Mytologi di Grundtvig, pubblicata nel 1808, grandemente ampliata nella seconda edizione del 1832, è, come la Deutsche Mythologie di Grimm, solo una parte della sua immensa produzione. Tuttavia, la Mytologi di Grundtvig reca in sé un problema che non condivideva con Grimm e solo in parte con Tolkien: ovvero che Grundtvig era un devoto ed evangelico pastore protestante, che si trovava a scrivere sul paganesimo. Poteva amare l’Edda in quanto letteratura. Ma poteva permettersi di amarla in quanto fede? Il problema era comune a molti eruditi cristiani nel diciannovesimo secolo, dal compatriota e antagonista di Grundtvig Peter Erasmus Müller, - poi vescovo di Sjælland, che ciò nonostante pubblicò un libro “Sulla genuinità dell’insegnamento degli Asi” prima in tedesco e poi in danese nel 1811/1812, usando i termini Echtheit e Asalehre, Ægthed e Asalæren rispettivamente – a George Stephens, professore inglese a Copenhagern, appassionatamente anti-tedesco, che nel 1878 pubblico uno stranissimo libro, Thunor the Thunderer carved on a Scandinavian font of about the year 1000: the first yet found god-figure of our Scando-Gothic forefathers, nel quale tentava di dimostrare, con un metodo bizzarro e tortuoso, che Thor, Thunor e Cristo erano tutti in qualche modo manifestazioni di un’unica identità. Il testo di Stephens sfida la parafrasi, ma i tolkieniani mi capiranno se dico semplicemente che, come Müller, egli porta avanti una tesi del tipo “luce frantumata”.9 Grundtvig, ritengo, ha evitato un’ipotesi analoga, ma al costo di ritirarsi nelle “allegoria mitica”: la sua è una delle “voci vecchissime, generalmente zittite, ma non così in errore come qualcuna delle nuove” che Tolkien cita fra i componenti della sua Babele dei Beowulfiani in Beowulf: The Monsters and the Critics.vi

In sostanza, comunque, ciò che la competizione tra Grimm e Grudtvig mostra è che per i mitografi del diciannovesimo secolo (la cui storia deve ancora essere scritta) i problemi principali erano:

  1. riscoprire una perduta unità di credenze, secondo i dettami della scienza linguistica della ‘ricostruzione’, in cui tutti credevano fermamente;

  2. metterla al servizio del proprio gruppo linguistico (maggiore o minore che fosse): tedesco, danese, frisone, scozzese, ecc.;

  3. riconciliarla con la propria professione di fede cristiana.



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A questo punto ci si potrebbe chiedere: come entra Tolkien nel quadro generale così delineato? E la risposta è: sorprendentemente bene. Riscoprire una perduta unità di credenze: questo è esattamente lo scopo di due articoli giovanili di Tolkien sulla locuzione ‘Sigelwara land’, tuttora virtualmente ignorati. È buffo, benché triste, che quando egli fa riferimento a questi articoli in Beowulf: The Monsters and the Critics, glossatori premurosi persistano nel tradurre la locuzione con “terra degli Etiopi” (perché questo è ciò che dicono i dizionari),10 mentre, come spesso accade, il punto per Tolkien è proprio che i dizionari si sbagliano. Gli Anglo-Sassoni del periodo tardo possono aver usato sigelware come traduzione per ‘etiopi’, ma il vero significato della parola originaria era qualcosa come ‘giganti del fuoco’ – un termine di una mitologia morta persino per gli Anglo-Sassoni, ma nondimeno rintracciabile per mezzo della filologia. D’altro canto gran parte della materia centrale del Silmarillion può essere visto come una risposta alle elucubrazioni di Grimm sul termine “elf”. Grimm lo derivava, nelle sue varie forme tedesche, da un originale albs, alp, che egli correlava al latino albus, per postulare un contrasto tra alfar e dvergar, elfi e nani, spiriti bianchi e spiriti neri. Tuttavia, doveva fare i conti con affermazioni inequivocabili in norreno che opponevano liosalfar, “elfi della luce” con döckalfar, “elfi dell’oscurità”, per non parlare di Svartalfaheim, ovvero “la casa degli elfi neri”, che è il luogo dove vivono il nani. Un modo per risolvere questa incongruenza potrebbe essere affermare che “elfo” era una categoria che originariamente includeva sia gli elfi (elfi della luce) che i nani (elfi dell’oscurità, elfi neri); sebbene, come Grimm stesso notava, questo portava ad ulteriori problemi quando ci si rendeva conto che vi erano nani che portavano nomi come Nár o Náin, che sembra significhino “pallido”. Dopo aver ammassato le sue schede indicizzate, alla fine Grimm, tipicamente, non riuscì a venir fuori con una soluzione, cavandosela con la debole considerazione che forse döckr significava “non proprio nero, ma poco luminoso, fosco.”vii Tolkien inventò una soluzione molto migliore, secondo la quale gli “elfi della luce” sono posti in forte contrasto con gli “elfi dell’oscurità”, sebbene condividano un’originaria identità, e gli elfi oscuri e i nani possano essere confusi fra loro da umani poco avveduti, nonostante una chiarissima differenza originaria. Ma risolvere questo puzzle mitografico comportò per lui la creazione di un’intera narrativa mitologica: vedi più avanti il saggio “Elfi della luce, Elfi dell’oscurità e altri” in questo volume. È tuttora difficile affermare con certezza qualcosa in merito alla cronologia delle invenzioni tolkieniane, ma questa attività – recuperare o creare una “perduta unità di credenza” dalle successive alterazioni – sembra aver fatto parte del metodo di Tolkien sin dall’inizio.

Ma fino a che punto Tolkien intendeva mettere questa sua inventiva al servizio del proprio gruppo linguistico? Un fatto che colpisce riguardo agli inglesi del diciannovesimo, al contrario di quanto succedeva per gli altri europei e specialmente per gli altri abitanti del Regno Unito e delle Isole Britanniche, è che per quanto concerne le origini nazionali, o invero qualsiasi segno esteriore di identità nazionale, non potevano essere più indifferenti. Quando si accese la disputa sulle origini del Beowulf, il contrasto fu tra tedeschi e danesi, con gli studiosi inglesi che prendevano posizione in entrambi i campi, ma solo raramente e svogliatamente avanzavano pretese di un’origine inglese del suo autore: la stanca osservazione di Tolkien nel 1936, che l’ovvio venne scoperto “lentamente, con lo scorrere degli anni”,viii era un notevole eufemismo. Fino ad oggi non c’è nessun inno nazionale specificatamente inglese (solo uno per il Regno Unito), e fino a tempi molto recenti si vedevano più Union Jacks che Croci di San Giorgio sventolate dai tifosi inglesi (ma non dagli scozzesi o gallesi).11 Un modo per spiegare tutto questo è sostenere che durante tutto il diciannovesimo secolo ogni senso di identità nazionale inglese fu deliberatamente soppresso, mentre le identità scozzesi, gallesi e irlandesi furono deliberatamente fomentate, nell’interesse dell’unità imperiale britannica.12 Ma sia questo il caso o meno, una conseguenza di ciò fu che Tolkien, giungendo nel campo della filologia e della mitologia nel ventesimo secolo, non poteva non percepire un’enorme lacuna, per il suo paese e il suo gruppo linguistico, lacuna che per altri paesi e gruppi linguistici era stata colmata dall’opera di uomini come Grimm e Grundtvig. Non si prese forse l’impegno di colmarla?

La prova che lo abbia fatto è, ancora una volta, tanto più facile da ottenere quanto più indietro si vada nell’opera di Tolkien. Sin dal 1916, nella “Storia della vita di Eriol” riassunta da Christopher Tolkien nella sua discussione delle fonti del Libro dei Racconti Perduti I, pp. 22-27, si può vedere Tolkien che cerca di forgiare un legame tra le sue storie degli elfi, del tutto originali e immaginarie, e il tradizionale racconto dei fondatori dell’Inghilterra, Hengest e Horsa, “una materia alla quale mio padre dedicò parecchio tempo e molte riflessioni”, come dice Christopher Tolkien.ix L’equazione tra Tol Eressëa e la Gran Bretagna (non l’Inghilterra), presente sin dai suoi primissimi lavori, e tra Kortirion e Warwick, fu alla fine lasciata cadere, ma l’idea di dedicare la sua mitologia “all’Inghilterra, al mio paese” veniva ancora ricordata da Tolkien molti anni dopo.13 La questione è stata lungamente discussa da Carl Hostetter e Arden Smithx, sebbene vorrei fare una correzione a quanto dicono: quando affermano che Ottor Wǽfre è “il primo ‘scopritore’ mortale dell’Inghilterra [ma] non poteva lui stesso essere Inglese”, stanno ponendo la questione in un modo americano che Tolkien stesso, penso, avrebbe corretto. “England” è, ai giorni nostri, una designazione geografica come “America”, ma non era così in origine: era semplicemente la forma abbreviata dell’Antico Anglosassone Engla-land, “la terra degli Inglesi”, e poteva applicarsi a qualunque terra nella quale il popolo o i popoli conosciuti come Engle, “gli Inglesi”, vivessero. Perciò direi che Ottor Wǽfre era concepito come inglese, o Anglo, anche se (secondo l’accurata definizione di Christopher Tolkien) “non era un Inglese proveniente dall’Inghilterra”xi Ma tutto questo dimostra, ed è una conclusione che sarebbe stata accettata senza problemi da Grimm, Grundtvig o, se per questo, dal sopra citato Simrock, che le designazioni tribali sono più antiche dei moderni confini geografico-politici e sono una cosa diversa.

Tolkien voleva porre l’accento sull’ “inglesità” sin da subito. Quando la sua prima idea si dimostrò troppo complessa o troppo gravida di contraddizioni, si spostò su altre, come l’abile reinvenzione dell’eroe inglese Wade (ora ridotto a poco più che un nome) o l’attenzione posta nell’utilizzare in tutto Il Signore degli Anelli l’Antico Merciano piuttosto che il Sassone Occidentale (una decisione politicamente significativa, perché l’ortodossa storia britannica dei suoi giorni, e anche dei nostri, preferisce raccontare una versione secondo la quale l’unità nazionale britannica, non inglese, deriva dall’unificazione politica basata sulle ancora piuttosto dubbie conquiste dei re dei Sassoni Occidentali a partire dal nono secolo). E sebbene le originarie connessioni inglesi della sua mitologia elfica hanno finito per scomparire completamente, direi, dalle versioni finali dello Hobbit e del Signore degli Anelli, sono state rimpiazzate da due chiarissime immagini nazionali con la “Contea” e il “Mark”, entrambi identificabili come termini inglesi, ciascuno alla sua maniera: l’una a simboleggiare l’Inghilterra moderna, quella della giovinezza di Tolkien, l’altra la vecchia Inghilterra dei suoi testi letterari, specialmente il Beowulf (un’altra opera inglese che non menziona mai l’Inghilterra).14 Sotto queste forme, mi sembra che Tolkien stesse ancora perseguendo quello che ho suggerito come il secondo scopo dei suoi predecessori del diciannovesimo secolo, cioè mettere una mitologia “ricostruita” al servizio del proprio gruppo linguistico. Tuttavia, si potrebbe anche dire che una importante, anzi vitale, differenza tra Tolkien e i suoi predecessori sta precisamente nel suo internazionalismo, rilevato da molti commentatori.xii La sua variante di nazionalismo, che sottolineava egli stesso con una tipica accuratezza di linguaggio non sempre percepita,15 non mostra né l’aggressività del nazionalismo di Grimm (che tentava di raggruppare molte tradizioni nazionali sotto l’egemonia del deutsch), né il difensivismo di quello di Grundtvig (che insisteva sull’indipendenza dei danesi proprio dal tipo di subordinazione proposta o implicata da Grimm). La differenza, certo, può anche semplicemente derivare dall’ovvia diversità della situazione linguistica. Molto prima della nascita di Tolkien, la lingua inglese aveva cessato di essere un esclusivo possesso del popolo inglese o ancor meno un segno di “inglesità”, cosa che non era successa per il danese e neanche per il tedesco. E parimenti, la mitologia di Tolkien ha dimostrato di non rimanere costretta nei confini nazionali e di essere altrettanto insidiosa e esportabile quanto la lingua stessa. Così come vi sono milioni di persone di madre lingua inglese che non hanno nemmeno idea di dove si trovi l’Inghilterra, neanche su una carta geografica, così ci sono milioni di lettori di Tolkien non hanno idea che vi siano elementi nella sua narrativa che possano in un tempo qualsiasi essere stati simbolo di “inglesità” e non perdono nulla nel non saperlo. Ciò non significa che tale qualità non ci sia, e che non vi sia stata messa di proposito.

Venendo al terzo scopo del mitografo del diciannovesimo secolo, ovvero riconciliare una mitologia ricostruita e pagana con la propria professione religiosa cristiana, si può dire che i predecessori di Tolkien non ebbero difficoltà in questo. Poiché tutti quelli fin qui menzionati erano protestanti, spesso aggressivamente protestanti, potevano spesso dire che ciò che stavano provando a fare era ricollegarsi ad una originaria purezza di credenza (una “luce frantumata”, ancora una volta) che era stata offuscata dalle confusioni del cattolicesimo romano.16 Quest’opzione non era ovviamente disponibile per Tolkien e qui posso solo dire che mi pare che egli abbia virato il problema della riconciliazione da una questione di fede ad una questione di qualità letteraria: dal considerare la Echtheit o “autenticità” della fede dei suoi antenati pagani, al considerare la sua attrattiva letteraria. Quest’ultima è di per sé una questione complessa e scarsamente approfondita dagli studiosi, ma suggerirei di cominciare prendendo in considerazione, per esempio, la strana e bizzarra moda europea, a partire da Thomas Percy in avanti, per poemi come “Il canto di morte di Ragnar Brache-di-Pelo”.17 Le idee che sottendono a questa moda sono rispecchiate con qualche fedeltà in note parodie come il film dei Monty Python Erik the Viking, un compendio di cliché (Valhalla, berserkers, elmetti cornuti, bevute da teschi usati come calici, ecc.), ma cliché che nascono da un cambio di gusto tanto deciso e innovativo quanto la riscoperta dei linguaggi e testi da cui trasse origine. Poemi come “Il Canto di Morte” o Krakumál, crearono per il lettori europei una nuova immagine di eroismo che, come nel caso del gotico, semplicemente non era disponibile a studiosi come Gibbon. In vari modi ciò contribuì a dar forma ad antologie come la Introduction to Old Norse, messa a punto dall’amico e collaboratore di Tolkien E. V. Gordon (prima edizione Oxford 1927, ma pubblicata ancor oggi); l’immagine rimase continuamente riadattabile e rielaborabile per Tolkien, che la separò accuratamente dall’originario contesto pagano che Grimm, in particolare, e molti dei suoi seguaci cercarono così pervicacemente e, alla fine, disastrosamente di ricreare, di “ricostruire”.18



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Spero che quanto precede abbia messo in luce alcuni dei modi in cui Tolkien assomigliava ai suoi predecessori nello studio e nell’adattamento delle mitologie europee e altri modi in cui non somigliava loro affatto. Era solidamente tradizionalista nella sua convinzione che i dati ancora disponibili, per incompleti che fossero, potessero rivelare, se studiati e interpretati con pazienza e impegno, concetti e immagini non immediatamente percepibili (come *sigelhearwan e *wuduwásan). Il suo desiderio di colmare la lacuna particolarmente profonda della sua propria tradizione è degno di nota solo per il fatto che egli aveva ancor meno materiale su cui lavorare, rispetto ai suoi colleghi del continente. Anche il problema di riconciliare questa attività con la fede cristiana era già stato affrontato molte volte prima, probabilmente in maniera meno acuta. Dove Tolkien si differenziava dagli altri (di nuovo, solo in grado, non in genere) era nel suo trasferire l’intera attività dallo studio scientifico alla narrativa. Sebbene si possa dire che tanto la mitologia quanto l’ideologia funzionano solo se sono impiantate nella narrativa; mentre quasi tutti siamo perfettamente in grado di ricavare per lo meno un’ideologia dalla narrativa, come qualcuno fra le persone presenti quando questo saggio fu letto per la prima volta (Patrick Curry e Maria Kamenkovich) possono confermare.19 Vorrei concludere tornando dove ho cominciato e dire che un’ulteriore ragione della perdurante popolarità di Tolkien in tutto il mondo, e della sua perdurante impopolarità in alcuni settori della professione letteraria, è che la sua mitologia e la sua ideologia intensamente tradizionali, ma per nulla sorpassate, qualunque etichetta si voglia assegnare loro,20 sono rimaste perfettamente comprensibili per milioni di lettori: una fonte di incoraggiamento per un gruppo (molto più numeroso); una sfida, una minaccia e persino un’onta, per un altro.





[traduzione autorizzata di Simone Bonechi di Grimm, Grundtvig, Tolkien: Nationalisms and the Invention of Mythologies, tratto da Tom Shippey, Roots and Branches. Selected Papers on Tolkien , Zollikofen, Walking Tree Publishers, 2007; pp. 79-96.]

















1 Questo saggio è apparso per la prima volta in The Ways of Creative Mythologies: Imagined Worlds and their Makers; a cura di Maria Kuteeva,; 2 voll.; Telford, Tolkien Society Press, 2000; vol I: pp. 1-17.

2 Germaine Greer in Waterstone’s Magazine, Winter/Spring 1997, 4; Auberon Waugh in The Times, 20 gennaio 1997. Devo questi riferimenti a un saggio inedito di Patrick Curry, poi apparso in forma riveduta come “Tolkien and his Critics; A Critique”, in Root and Branch: Approaches towards Understanding Tolkien; Zurigo e Berna, Walking Tree Publishers, 1999; pp. 81-148. Vedi anche, ivi, Thomas Honegger, “The Monster, the Critics, and the Public: Literary Criticism after the Poll”, pp. 1-5.

3 Martin Green, Children of the Sun. A Narrative of Decadence in England after 1918; New York, Basic, Books, 1977. Una figura di secondo piano e una di primo piano nel gruppo identificato da Green erano rispettivamente Philip Toynbee, forse il critico meno perspicace di Tolkien (la competizione è formidabile) e Evelyn Waugh, padre di quell’Auberon che ancora teneva desta la faida anti-tolkieniana nel 1997.

4 Si veda la furiosa corrispondenza tra J.M. Kemble e una sfilza di anonimi reazionari in “The Gentleman’s Magazine” a partire dal 1834. Per alcuni estratti e un riassunto della disputa, vedi Tom Shippey e Andreas Haarder; Beowulf: The Critical Heritage; Londra e New York, Routledge, 1998,; pp. 28-30 e 195-200.

5 Un sommario resoconto di questo movimento europeo è riportato nell’ultimo capitolo di David Quint, Epic and Empire: Politics and Generic Form from Virgil to Milton; Princeton, Princeton University Press, 1993.

6 L’idea è divenuta un cliché del “Nuovo Storicismo”, così come dei seguaci di Foucault.

7 George Eliot, Middlemarch, curato da W.J. Harvey (Penguin English Library, Harmondsworth, 1965, pg. 905. La questione è discussa ulteriormente in Tom Shippey, “A Revolution Reconsidered: Mythography and Mythology in the Nineteenth Century”, in The Shadow-walkers: Jacob Grimm’s Mythology of the Monstrous; Tempe, Arizona Center for Medieval Studies, 2005; pp. 1-28

8 La recensione di Grimm del 1836 ad un lavoro del suo seguace J.M, Kemble si può trovare in estratto e traduzione in T. Shippey e A. Haarder, Beowulf: The Critical Heritage; op. cit.; pp. 206-208. Per Tolkien e il nome Æsc/Askr, vedi la nota di Christopher Tolkien in Book of Lost Tales I, London, HarperCollins, 2002; pg. 245 (trad, it. J.R.R. Tolkien, Racconti ritrovati, Milano, Mondolibri, 2000; pg. 296).

9 Traggo questa espressione dal libro di Verlyn Flieger; Splintered Light: Logos and Language in Tolkien’s World; Grand Rapids, Eerdmans, 1983 (trad. it. Schegge di Luce: logos e linguaggio nel mondo di Tolkien; Genova, Marietti 1820, 2007.

10 Come viene fatto nella ristampa del saggio di Tolkien contenuta in An Anthology of Beowulf Criticism, a cura di Lewis E. Nicholson; South Bend, IN, Notre Dame University Press, 1963;, un libro un tempo usatissimo.

11 Sebbene vi siano stati notevoli cambiamenti in quest’ambito da quando il presente saggio è stato pubblicato la prima volta, solo pochi anni fa.

12 Come argomento in Tom Shippey, “The Undeveloped Image: Anglo-Saxons in Popular Consciousness from Turner to Tolkien”; in Literary Appropriations of the Anglo-Saxons from the Thirteenth to the Twentieth Century; a cura di Don Scragg e Carole Weinberg; Cambridge, Cambridge University Press, 2000; pp. 215-236.

13 Nella sua lettera a Milton Waldman del 1951, vedi The Letters of J.R.R. Tolkien, a cura di Humphrey Carpenter; London, HarperCollins, 1955; pg. 144. (trad. it. J.R.R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere 1914-1973; Milano, Bompiani, 2001; pg 165.

14 “Shire” (Contea) è un denominazione territoriale indubitabilmente inglese. Il fatto che si ritrovi anche in Scozia mostra solo che i moderni confini nazionali si sono spostati. “Mark” è molto più diffuso, come si può notare in ‘Danimarca’ o in ‘Marca di Brandeburgo’, ma Tolkien lo identifica correttamente come il termine che in Antico Inglese traduceva il latino “Mercia” e perciò come il nome originario della sua regione natale. Vedi anche il saggio su Goti e Unni in questo stesso volume.

15 Nel passaggio citato poco sopra dalla Lettere, pp. 165-166, Tolkien presenta la sua idea di creare “un corpo di leggende” dedicato “all’Inghilterra” come se fosse stata abbandonata (“da lungo tempo ormai ho rinunciato a quella ambizione”), ma allo stesso tempo la indica come ancora una possibilità: “dovrebbe possedere […] delineerei […].” Le proposizioni non sono mutualmente esclusive.

16 Una tesi posta con particolare forza per esempio da Ludvwig Ettmüller, la cui edizione (o anti-edizione) zurighese del Beowulf datata 1875 era intitolata Carmen de Beovvulfi Gautarum regis […], quali fuerit antequam in manus interpolatoris, monachi Vestsaxonici inciderat, ovvero Il carme di Beowulf re dei Geati […] com’era prima che cadesse nelle mani di un interpolatore, un monaco Sassone Occidentale.

17 Per questa moda vedi Margaret Omberg, Scandinavian Themes in English Poetry, 1760-1800; Studia Anglistica Upsaliensis 29; Stoccolma, Almqvist e Wiskell, 1976. Per questo particolare poema vedi Tom Shippey, “‘The Death-Song of Ragnar Lodbrok’. A Study in Sensibility”; in Medievalism in the Modern World: Essays in Honour of Leslie Workman, a cura di Richard Utz e Tom Shippey;Turnhout, Brepols, 1999; pp. 155-172.

18 Per gli infruttuosi tentativi post-Grimm di ricostruire l’età pagana germanica Eric. G. Stanley, The Search for Anglo-Saxon Paganism, Cambridge, Brewer, 1975, vedi e “Goti e Unni” in questo volume.

19 Vedi P. Curry, Defending Middle-earth, op. cit. pp. 55-56, che cita il resoconto di Maria Kamenkovich riguardo all’influenza di Tolkien sugli avvenimenti del 19-22 agosto 1991 (Maria Kamenkovich, “The Secret War and the End of the First Age: Tolkien in the Former USSR”, in Mallorn, 29; pp. 33-38.

20 Penso che “reazionario” sia letteralmente corretto; non c’è bisogno di accettare l’opinione comune che la reazione contro il (presunto) progresso sia sempre sbagliata, o sempre inutile. Curry preferisce “postmoderno”. Le due etichette sono collegate attraverso la loro opposizione all’idea che il “modernismo” sia una corretta interpretazione di ciò che sta accadendo ed è accaduto nel recente passato, e che non deve esser contestata.

i Tom Shippey, The Road to Middle Earth, London, George Allen & Unwin, 1982,; cap. 1; Idem, The Road to Middle-earth, seconda edizione ampliata, London, HarperCollins, 1992; Idem, The Road to Middle-earth; terza edizione ampliata; Boston, Houghton Mifflin, 2003. Trad. it. , La via per la Terra di Mezzo; Genova, Marietti 1820, 2005, dalla terza edizione.

ii Vedi Patrick Curry, Defending Middle-Earth: Tolkien, Myth and Modernity; New York, St. Martin’s Press, 1997, Idem, “Tokien and his Critics. A Critique”, op. cit..

iii T. Shippey e Haarder, Beowulf: The Critical Heritage, op. cit. pg. 308, traduzione di Karl Simrock, Beowulf: das älteste deutsche Epos, übersetzt un erläutert; Stoccarda e Augusta, 1859; pg. 61.

iv Vedi David F. Hult, “Gaston Paris and the Invention of Courtly Love” in Medievalism and the Modernist Temper, a cura di Howard Bloch e Stephen G. Nichols; Princeton, Princeton University Press, 1996, pp. 192-224.

v J.S. Stallybrass, Teutonic Mythology, 4 voll.; London, George Bell, 1882-88; vol 2, pg. 443., traduzione di Jacob Grimm, Deutsche Mythologie, quarta edizione; Berlino, Dümmler, 1875-78, vol I, pg. 366;

vi In The Monsters and the Critics and Other Essays; London, HarperCollins, 1997; pg. 8 (trad. it. Il Medioevo e il fantastico; Milano, Bompiani, 2004; pg. 32; traduzione mia.

vii Vedi J.S. Stallybrass, Teutonic Mythology, op. cit.; vol. II; pg. 445.

viii In The Monster and the Critics; op. cit.; pg. 9 (Il Medioevo e il Fantastico; op. cit.; pg. 33.

ix Vedi Book of Lost Tales I, op.cit.; pp. 23 (trad, it. J.R.R. Tolkien, Racconti ritrovati, op.cit.; pg. 31).

x Carl F Holstetter e Arden Smith, “A Mythology for England”; in Proceedings of the J.R.R. Tolkien Centenary Conference; a cura di Patricia Reynolds e Glen H. GoodKnight; Milton Keynes, Tolkien Society, 1995, pp. 281-290.

xi Ivi, pg. 24 (trad. it., pg. 33).

xii Per esempio Patrick Curry, nel suo Defending Middle-earth: Tolkien, Myth and Modernity; New York, St Martin’s Press, 1997; pp. 132 e sgg.)