Bosco Atro

Analisi sul nuovo progetto cinematografico tolkieniano

LO HOBBIT parti 1 & 2 (…e 3!)


A cura di Filippo “Jedifil” Rossi

Con contributi di Lorenzo “Saebi” Pedretti – tratto dalla rubrica “Bosco Atro” in LIVING FORCE Magazine, rivista trimestrale pubblicata dal fan club YAVIN 4 (www.yavinquattro.net)

Riportiamo su Endòre il meglio della rubrica di LIVING FORCE Magazine “Bosco Atro”, dal 2008 dedicata all’evento Hobbit. Si tratta del triplo prequel dell’epocale trilogia filmica de “Il Signore degli Anelli” creata dal cineasta neozelandese Peter Jackson, che fin dal 1997 fermò il mondo cinematografico; e in seguito, dal dicembre 2001 al dicembre 2003, riuscì a portare John Ronald Reuel Tolkien nelle sale, rivoluzionò il Fantasy sul grande schermo e segnò la passione di tantissimi fans.

Oggi si ripete quella titanica, indimenticabile esperienza della cine-saga tolkieniana girata per vari anni in Nuova Zelanda. PJ è il regista, lo scrittore e il produttore esecutivo di tre film sequenziali anteriori alla trilogia, ispirati al romanzo d’esordio di Tolkien: “Lo Hobbit” (1937). Lo staff creativo Weta è lo stesso, pluripremiato, della vecchia impresa dell’Unico Anello.

Dicembre 2012, dicembre 2013, dicembre 2014… sono queste le date uscita dei tre film (il primo nel decennale de Le Due Torri, l’imminente secondo nel decennale del Ritorno del Re). Svariati problemi produttivi hanno perseguitato la produzione, tra l’altro portando anche alla rinuncia del regista prescelto, il grande messicano Guillermo del Toro – rimasto comunque alla scrittura dei tre film. Nell’estate 2012, pochi mesi prima del debutto del film 1 “Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato”, PJ ha annunciato che gli iniziali due film erano diventati tre “per completare al meglio la trasposizione del vastissimo materiale di partenza”. Oggi siamo in attesa del film 2 “Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug”; il finale sarà il film 3 “Lo Hobbit: Racconto di un ritorno”.

Grazie al contributo del tolkieniano di YAVIN 4 Lorenzo “Saebi” Pedretti approfondiamo cronologicamente, trimestre per trimestre, il colossale progetto Fantasy. Dall’estate 2008, l’avvio della pre-produzione; arrivando a questo finale di 2013: l’autunno a lungo atteso in cui lo Hobbit giungerà nei domini del Drago. Addentriamoci nel BOSCO ATRO...

E Sono tre!

di Lorenzo “Saebi” Pedretti

UNA NUOVA TRILOGIA!

30 luglio, la straordinaria notizia: Peter Jackson ha annunciato che i film de “Lo Hobbit” non saranno più due, ma tre. Già il 14 luglio il regista aveva dichiarato che tantissimi elementi dalle Appendici di “The Lord of the Rings” (LOTR) non erano stati inseriti nel primo film; quindi ne sarebbe potuto uscire un terzo. Secondo il sito theOneRing (che cita un comunicato della Warner Bros.) l’uscita del terzo episodio è prevista per l’estate 2014; non sarà un film di collegamento, “ponte” verso la trilogia LOTR: la trama di tutto il progetto è stata spalmata in tre film e quindi anche gli iniziali punti chiave de “Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato” sono cambiati, con del materiale slittato al secondo capitolo.

Ecco quanto comunicato da PJ... “Accade solo alla fine delle riprese di avere la reale possibilità di sedersi e dare un’occhiata al film che si ha fatto. Lo abbiamo fatto recentemente Fran Walsh, Philippa Boyens e io quando abbiamo guardato un primo montaggio del film #1 - e una buona porzione del secondo. Eravamo piacevolmente colpiti dal modo in cui la storia si stava componendo e, in particolare, dalla forza dei personaggi e del cast che li aveva portati in vita. Tutto questo ci ha fatto pensare a una cosa: possiamo cogliere l’occasione per raccontare qualcosa di più? E la nostra risposta, come registi e come fans, è stato un sì senza riserve. Sappiamo quanto della storia di Bilbo Baggins, dello Stregone Gandalf, dei Nani di Erebor, dell’ascesa del Negromante e della Battaglia di Dol Guldur non verrà raccontato se non coglieremo l’occasione. La ricchezza della storia dello Hobbit, così come delle Appendici di LOTR, ci permette di raccontare le intere avventure di Bilbo e la parte che ha avuto in quella che in alcuni casi è stata la pericolosa, e in altri eccitante, storia della Terra di Mezzo. Annuncio che i film saranno tre. È stato davvero un viaggio inaspettato e, nelle parole del Professor Tolkien stesso, una storia che è cresciuta mentre la raccontavo”.

I film dello Hobbit saranno una vera e propria trilogia di prequel che, seguendo l’esempio di George Lucas per Star Wars, insieme al Signore degli Anelli formeranno una “esalogia della Terra di Mezzo” firmata PJ. Confermate le date di uscita del primo e del secondo film - 13 dicembre 2012 e 13 dicembre 2013; l’uscita del terzo è il 18 luglio 2014. Il secondo episodio è stato re-intitolato “The Desolation of Smaug” (“La Desolazione di Smaug”); il terzo e ultimo è rimasto “There and Back Again” (“Andata e ritorno”).

ALTRI DETTAGLI

Il 24 ottobre Jackson ha annunciato su Empire quanto dovrebbe durare il primo adattamento: “10 minuti in meno rispetto alla Compagnia dell’Anello. Sarà il nostro film sulla Terra di Mezzo più breve. Quello era appena sotto le tre ore e questo, per il momento, dura 2 ore e 40 minuti”. Forse i titoli di coda non sono ancora pronti: bisognerà attendere che il montaggio sia terminato per avere delle informazioni precise. Il 25 ottobre un utente del forum TOR ha pubblicato i primi dettagli sui tre film emersi nelle sessantatrè pagine che Empire ha dedicato al Viaggio Inaspettato... PJ accenna al fatto che il Drago Smaug comparirà “in volata” probabilmente nel prologo; rimarrà mellifluo come nel romanzo: un personaggio a tutti gli effetti. Del Bianco Consiglio farà parte lo Stregone Radagast il Bruno ma non Cìrdan - l’Elfo carpentiere che costruisce le navi che trasportano a Valinor gli Elfi, famoso anche per aver donato il proprio Narya, uno dei tre Anelli Elfici, a Gandalf.

LA VOCE DI GANDALF

è invece del 20 settembre una prima pubblicazione, da parte di Hobbitfilm.it, dei doppiatori italiani. Ma dopo gli infiniti trailer l’elenco è in aggiornamento continuo... Confermato il direttore: Francesco Vairano, che ha curato anche il doppiaggio del Signore degli Anelli e che, da allora, è il doppiatore di Gollum. Difficile era trovare la voce di Gandalf - l’amato Gianni Musy è mancato qualche mese fa: è stato degnamente sostituito dal mitico Massimo Foschi, Darth Vader in SW (gli ultimi sviluppi però indicano la scelta del popolare Gigi Proietti...).

PARLA IAN MCKELLEN

Il 31 ottobre Hobbitfilm.it ha tradotto la lunga e interessante intervista a Ian “Gandalf” McKellen realizzata per Collider.com in occasione della visita al set. L’attore spiega il ruolo di Gandalf nella vicenda dello Hobbit, che nel film sarà apparirà più articolato e importante rispetto al romanzo: “Quando Gandalf lascia i Nani andare avanti con il loro lavoro, si arriva a scoprire il motivo per cui li sostiene. E questo comporta una visione più ampia della Terra di Mezzo, coinvolgendo gli Stregoni e gli Elfi. Penso che riuscirà molto bene: sarà abbastanza chiaro che è la Terra di Mezzo a essere in gioco. Lo Hobbit è una avventura per bambini, raccontata in prima persona da qualcuno che potrebbe leggerla prima di andare a letto... Quindi il tono è molto diverso e sarà riflesso nello script, nel casting e presumibilmente nel montaggio del film. Ma accanto c’è quella sensazione di leggerezza e di avventura. Sullo sfondo ci sarà la politica tolkieniana in evoluzione”. McKellen spiega che nel film “ci sono scene con Gandalf che non sono nel libro, ma questo non vuol dire che non siano da qualche parte negli scritti di Tolkien, o nella parte posteriore della mente di Tolkien. E Philippa Boyens, con la quale ho parlato molto dello script, si riferisce spesso a dettagli del libro che avevo sorvolato o alle implicazioni che lei ha sviluppato. Ma nel Signore degli Anelli le cose dovevano essere tagliate per farle entrare in tre film; per Lo Hobbit le cose si sono dovute ampliare. Poteva accadere, immagino, di fare un solo film della storia dello Hobbit. Avevo un’idea, e continuo a pensare che sarebbe stata una buona idea: non fare un film ma di farne una serie Tv a episodi. Rappresentare in modo dettagliato tutto ciò che è nel libro e semplicemente raccontare la storia. Avrebbe potuto richiedere tredici episodi di un’ora... ma io non sono un produttore né uno sceneggiatore”. McKellen sul carattere di Gandalf: “Ci sono momenti in cui è ammiccante e molto cordiale, ma tutto può cambiare rapidamente; ci sono punti della trama in cui devi farglielo fare. Le differenze tra Gandalf il Grigio e il Bianco? Sospetto che la base su cui sto lavorando non è dovuta a una particolare indagine ma alla memoria di ciò che ho fatto l’ultima volta. è lo stesso Gandalf. Comunque ci sono stati tre film e in due di loro ero Gandalf il Bianco. Non faccio molte connessioni tra i due; e non ho mai davvero apprezzato il Bianco. Non ho mai detto che non mi piaceva interpretarlo, ma non mi accaloravo per lui. è un comandante con una missione, che lavora fino alla fine delle sue forze. Il Grigio, credo che Peter sia d’accordo, è una persona molto più congeniale, umana e piena di vita. In particolare quando è con gli Hobbit. Non ci sono tanti Hobbit in questa storia, ce n’è uno in realtà. Così, ogni volta che sono con lui penso di evidenziare il lato umano di Gandalf. Non credo che si accalori per i Nani allo stesso modo”.

un viaggio inaspettato… e recensito

di Lorenzo “Saebi” Pedretti

recensione di saebi

Dopo otto anni dalla trilogia cinematografica de “Il Signore degli Anelli”, il celebrato regista neozelandese Peter Jackson torna nella Terra di Mezzo con “Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato”, primo capitolo di una “nuova trilogia prequel”. Il risultato è più che soddisfacente: il film non è impeccabile, ma è ben riuscito e fa ben sperare per i due successivi.

All’annuncio dei tre film ero dubbioso: anche attingendo dalle Appendici di Lord of the Rings ci sarebbe stato materiale a sufficienza per distribuire la trama de “Lo Hobbit”, un romanzo più breve della Compagnia dell’Anello, su tre pellicole? Oggi l’idea della trilogia funziona: non sembra si voglia sfruttare il successo del brand a costo di ridurne la narrazione al tentativo di spalmare troppo poco burro su troppo pane. “Un viaggio inaspettato” ambisce a inaugurare una storia che si sforza di trasformare l’ottimo racconto per bambini pubblicato nel lontano 1937 da John Ronald Reuel Tolkien nel preludio alla Guerra dell’Anello.

Paragonare questo film a “La Compagnia dell’Anello” non serve, visto che i romanzi originali sono così diversi gli uni dagli altri per tono e contenuti. L’atmosfera generale del film non è, di conseguenza, quella della trilogia iniziata undici anni fa. Solo all’inizio Jackson ci fa sorridere, riportandoci al contesto in cui la Compagnia aveva preso avvio: ritroviamo la struggente Contea, Bilbo Baggins intento a scrivere le sue memorie e un Frodo curioso e spensierato, anche se ancora per poco. Ma il racconto prende subito un’altra piega. Di fronte a immagini magnifiche, veniamo a sapere dell’ascesa e della caduta del regno dei nobili Nani di Erebor, proprietari di tesori inestimabili che attirano il feroce Drago Smaug che, dopo aver devastato la vicina città di Dale, s’introduce nella Montagna Solitaria, rendendo profughi i Nani superstiti. Tredici di questi ultimi meditano di riprendersi ciò che spetta loro e, per aiutarli nell’audace impresa, un ben noto Stregone coinvolge la persona più inaspettata... La scena in cui Gandalf il Grigio si presenta alla tonda porta di un Bilbo quarantenne comodamente seduto a fumare è splendida. Poco dopo troviamo Casa Baggins invasa dalla compagnia dei Nani, ognuno caratterizzato fisicamente con efficacia. Vederli ruttare seduti alla sontuosa tavola imbandita da Bilbo lascia perplessi e non ce li rende più simpatici; ma subito dopo si riscattano mentre – cantando! – puliscono e lavano tutte le stoviglie dello Hobbit, a mo’ di scusa per il trambusto che gli hanno portato in casa.

Subito dopo, nella penombra, la compagnia discute animatamente dell’impresa che l’attende. Qui il film rallenta, ed è giusto che sia così: è importante soffermarsi su Bilbo, spaventato ed esitante come lo saremmo tutti se fossimo al suo posto, e capire se sarà in grado di diventare ciò che supera la sua immaginazione. Riuscito è anche il dialogo tra Thorin Scudodiquercia e il saggio Balin, dove il secondo si chiede se valga la pena di perseguire il progetto della riconquista di Erebor quando proprio Scudodiquercia ha assicurato la sopravvivenza dei suoi altrove, sui Monti Azzurri a ovest della Contea. Ma Thorin capisce che il suo destino incombe ed è inevitabile, e lo afferma mostrando la chiave che dà accesso all’interno della Montagna, appartenuta ai suoi avi e consegnatagli da Gandalf. Il ruolo che quel cimelio dei Nani ha per lui mi ha ricordato il valore che avevano (o avranno) i frammenti di Narsil, cimelio degli Uomini, per l’Aragorn di Viggo Mortensen - anche se, per quanto riluttante, egli doveva portare “speranza agli Uomini” mentre Thorin appare tanto carismatico quanto disperato.

A questo punto il film diventa vorticoso: i nostri non ha un attimo di tregua per l’intera durata del loro cammino verso Gran Burrone, dovendo liberarsi dai Troll e sfuggire agli Orchi e ai Mannari che li inseguono. Ottima la scelta di inserire la vicenda e l’incontro con Radagast il Bruno, strambo collega di Gandalf (il guano nei suoi capelli e la slitta trainata da conigli giganti sono esagerazioni divertenti ma non necessarie). è proprio lui a capire per primo che il risveglio delle creature malvagie che danno la caccia ai Nani e il diffondersi del maleficio del Negromante sul Bosco Atro sono eventi inquietanti e collegati fra loro. Questo tema viene sviluppato anche nella splendida Gran Burrone in cui si riunisce il Bianco Consiglio: Elrond è autorevole ma prudente e un Saruman il Bianco, non ancora corrotto ma già arrogante, deride Radagast dandogli in pratica del “tossicodipendente”. Solo Galadriel capisce il Grigio Mithrandir e lo sostiene senza dubbi: entrambi dimostrano che per risolvere gli enigmi che annunciano il ritorno di Sauron serve l’umiltà necessaria a preoccuparsi di tutte le forme viventi (come fa Radagast, prendendosi cura degli animali della foresta) e di riconoscere alle persone più semplici e modeste il più grande valore. “Ho paura per l’avventura di Thorin - dice Gandalf – e Bilbo mi dà coraggio”. Il dialogo fra il Grigio Pellegrino e la Bianca Dama è perfetto... è in questi momenti che il tentativo di collegare “Un viaggio inaspettato” agli avvenimenti e al contesto della Compagnia del 2001 appare più riuscito, per quanto il film abbia uno stile e un’atmosfera estremamente diversi.

Si giunge così al fatidico attraversamento delle Montagne Nebbiose. La battaglia fra i Giganti di Pietra, che si scagliano macigni in mezzo alla bufera, dura troppo, anche se è fedele al libro. Le scene con le orde di Goblin nelle immense gallerie all’interno delle montagne sono fantastiche visivamente; e il Grande Goblin sembra uscito da un disegno di Alan Lee. La scena degli Indovinelli nell’oscurità fra Bilbo e Gollum funziona a meraviglia, è perfetta nel ritmo e nella fotografia, e tiene lo spettatore sulle spine tutto il tempo. Gollum buca lo schermo: è inquietante e pauroso, ma ispira anche pietà nel vedere come lo ha ridotto la dipendenza dall’Unico Anello. Quando Bilbo, reso invisibile dall’Oggetto, punta Pungolo al collo di Gollum e, dopo lunghi attimi di tensione, decide di risparmiarlo si tocca uno degli apici del film. “Il vero coraggio consiste nel risparmiare le vite, non nel toglierle” – sono sempre le sagge parole di Gandalf – e francamente non ricordo un momento in cui il volto di Gollum sia apparso tanto umano e commovente come quando guarda nella direzione dell’invisibile Bilbo.

Non mi hanno convinto del tutto i combattimenti contro i Goblin. Quello con i tre Troll, ripreso da una telecamera agitatissima, funzionava adeguatamente; nelle caverne delle Montagne Nebbiose, invece, la lotta dei Nani per la loro salvezza sembra perdere pathos. Per tanti che siano i Goblin che piombano loro addosso, i nostri continuano a correre brandendo le loro spade e tronchi d’albero, facendo rotolare pietre con facilità per travolgere i nemici. Non si teme mai davvero per la loro incolumità, nemmeno quando precipitano in un crepaccio su di una fragile impalcatura di legno. Ricordo invece di aver seriamente temuto per la sopravvivenza della Compagnia dell’Anello, quando in quel di Moria veniva assalita dall’orda dei Goblin nella Camera di Marzabul.

Il gran finale del film si svolge sull’altro versante delle Montagne, quando la compagnia affronta la nemesi di Thorin, il temibile Orco pallido Azog, vera incarnazione dei pericoli che corrono i Nani lungo il loro cammino. Bilbo soccorre il Nano che dubitava di lui e si riscatta ai suoi occhi, venendo finalmente accettato da tutta la compagnia. Il salvataggio delle grandi e magnifiche Aquile arriva in extremis a depositare i nostri in cima al pinnacolo roccioso chiamato Carroccia, dal quale scorgono finalmente la Montagna Solitaria.

Due ore e cinquanta sono lunghe ma il film è scorrevole, e non c’è da annoiarsi. Non ho visto il film in 3D ma il risultato conseguito dalla tecnologia d’avanguardia con cui sono state effettuate le riprese è senz’altro eccezionale: le immagini sono estremamente nitide e vivide nei loro colori. A volte, tuttavia, questo iperrealismo tradisce la propria artificiosità e appare finto. è il caso degli straordinari paesaggi neozelandesi: in alcuni punti mi sono apparsi tanto splendenti da risultare molto meno naturali di quelli della trilogia. Una pecca del film è forse quella di non aver concesso battute a sufficienza tutti i 13 Nani: a parte Thorin, Balin, Dwalin, Fili, Kili e Bofur, gli altri non si sentono quasi mai, ed è un peccato.

Al di là dei paesaggi e delle magnifiche creature fantastiche (i Mannari e le Aquile in particolare), si può dire che i veri effetti speciali siano gli attori. Il cast è ottimo, tutti sono in parte e credono nei loro personaggi: questo loro coinvolgimento fa funzionare il film. Sir Ian McKellen si riconferma un attore eccezionale, solo lui può interpretare Gandalf infondendogli quella personalità. Bravi e convincenti anche Martin Freeman e Richard Armitage nei loro antitetici personaggi: il benestante e sedentario Hobbit, inaspettatamente tenace e coraggioso, e il nobile leader nanico esule. E Andy Serkis è fenomenale: alle sue capacità di attore e alla sua portentosa mimica facciale si deve il realismo di Gollum, che è molto di più di una creatura digitale.

La colonna sonora, ancora di Howard Shore, mi è piaciuta. Molti fra i più celebri temi della trilogia sono stati ripresi e sempre nei momenti opportuni. Tuttavia, anche i nuovi brani musicali funzionano bene. E la canzone dei Nani intorno al fuoco di Casa Baggins è indimenticabile: è bello che ne sia stato trasformato l’arrangiamento fino a farla diventare il tema portante del film, che accompagna il cammino della compagnia sui crinali delle montagne e che esplode durante i combattimenti e le riscosse dei Nani.

è da notare come Peter Jackson abbia cosparso i dialoghi di citazioni dell’intera opera tolkieniana. Troviamo nomi di creature (come quello di Ungoliant, che proviene addirittura dal Silmarillion!) e di luoghi (Gundabad, Rhosgobel, Bruinen) che non comparivano nei film della trilogia. Un regalo agli appassionati di Tolkien, che però immagino abbia disorientato gli spettatori che non avevano già una certa familiarità con questa terminologia fantastica e non utile ai fini della narrazione di questo film.

Ora non resta che aspettare i prossimi due capitoli. Tanti sono gli argomenti introdotti da questo film che dovranno essere ampliati e discussi: il mistero della Lama Morgul; la scomparsa di Thrain, il padre di Thorin; l’avversione di quest’ultimo verso gli Elfi, che giudica colpevolmente indifferenti verso la sorte del suo popolo. E naturalmente si aspetta la devastante comparsa del Drago. Con queste premesse non possiamo che aspettarci molto da “La Desolazione di Smaug” (film 2) e da “Andata e ritorno” (film 3).

Un’ultima nota. In una delle recensioni che ho letto si afferma che questo Hobbit 1 è capace di “coniugare insieme spettacolarità e contenuti... pur non essendo all’altezza della trilogia del Signore degli Anelli, è da vedere. Se non altro perché Tolkien, immaginando con la sua scrittura mondi fantastici, è stato un precursore del cinema digitale”. Nel mio piccolo, però, non credo che, come sembra suggerire la recensione, immaginare mondi fantastici sia un fine in sé: trovo sia invece un mezzo per raccontare storie, che hanno valore a prescindere dal medium narrativo scelto. La trama del Signore degli Anelli ha valore per il lettore, al di là del contesto Fantastico (ma costruito e descritto con tale perizia da essere perfettamente credibile) in cui è ambientata, perché affronta tematiche tanto importanti da superarlo. Allo stesso modo, per quanto l’esperienza del cinema digitale possa essere esaltante e coinvolgente, sono le storie a far funzionare i film. Le doti degli attori e dei registi, la cura per le sceneggiature e la fotografia rimangono più importanti dell’evoluzione tecnologica degli effetti speciali. Per questo “Un viaggio inaspettato” è un bel film: al di là dell’impatto visivo, è scritto bene e diretto con bravura, ha un buon ritmo e un cast eccezionale. Non sarà il miglior modo possibile per tornare alla Terra di Mezzo, ma supera decisamente le aspettative e fa venire voglia di tornare al cinema al più presto. Fra un anno “La Desolazione di Smaug” mi troverà in fiduciosa attesa.

la riscrittura di un capolavoro

di Filippo “Jedifil” Rossi

recensione di Jedifil

Spinto dal grande Stregone “impiccione” Gandalf il Grigio (ancora e sempre Sir Ian McKellen), il panciuto e piccolo Hobbit della Contea signor Bilbo Baggins (un fantastico, inglesissimo Martin Freeman) diviene suo malgrado protagonista dell’avventura. Partecipa alla “cerca” di un piccolo gruppo di Nani (botoli ringhiosi seppure “non i 13 migliori, o più furbi”) che vogliono rivendicare il tesoro e patria al potente e tremendo Drago dei draghi: Smaug. Nel frattempo, un’antica presenza malefica fa ritorno nella tolkieniana Terra di Mezzo...

Tutte le storie migliori meritano di essere abbellite”

Lo dice Gandalf a Bilbo prima che quest’ultimo lasci la confortevole, rustica comodità della sua poltrona di Casa Baggins e parta in “Un viaggio inaspettato”. Non c’è dubbio che questa citazione - breve conclusione alla favola del “possente” (...) nonno hobbit di Bilbo Bandobras “il Ruggibrante” Tuc (che decapita un Goblin e inventa il golf, tolkienata geniale!) - è stata messa lì da Peter Jackson in piena coscienza. è la cifra del film e del progetto. “Lo Hobbit” è una buona storia; e l’abbellimento (controverso per alcuni, fecondo per altri tra cui noi) è dovuto all’adattamento di PJ, Fran Walsh, Philippa Boyens (Oscar per Lord of the Rings) più Guillermo del Toro sia in modo narrativo (“Un viaggio inaspettato” è ora più il primo episodio di una “nuova trilogia” piuttosto che la prima parte di un libro) che visivo... Questa Terra di Mezzo più luminosa, più giovane (giovanilistica) di 60 anni, è stata filmata digitalmente al doppio del frame rate rispetto ai tre “vecchi” film della Guerra dell’Anello, che invece trattavano del difficile, epico e tragico crepuscolo di questo reame mitico.

Abbellimento? “Lo Hobbit” di Jackson & co. è la gonfiatura drammatica di una “breve” favola della buonanotte. J.R.R. Tolkien la raccontava ai figli piccoli; qui il cinema le butta dentro dolore e disperazione - al contrario della cine-operazione “Il Signore degli Anelli”, interpretazione jacksoniana più snella e ironica del LOTR ciclopico poema letterario Fantasy-storico. Il team Jackson guarda oltre la storia del libro (che, pur più veloce del Signore degli Anelli, è comunque - e ovviamente, trattandosi di Tolkien! - ricca di dettagli e avvenimenti) per arrivare al davvero immenso Tolkienverse; e tratta, espande, migliora con spudoratezza, con coraggio, con emozione “Lo Hobbit” come se fosse un “Prequel lucasiano” in cui il ritorno di Sauron l’Ingannatore è preannunciato tra fosche, interessanti minacce fantasma.

Anche se, per esempio, le scelte estreme, tipiche di PJ, dedicate allo Stregone amico della natura Radagast il Bruno (Sylvester McCoy; col viso sporco di guano, che cura tassi, è mezzo strabico e guida una discutibile slitta trainata da conigli verso le inquietanti rovine della Fortezza di Dol Guldur) appaiono irrilevanti rispetto alla trama principale... In effetti, oltre a Gandalf che esprime a uno scettico Saruman (per ora) il Bianco (il “resistente” Socio onorario Y4 Christopher Lee) il timore che l’accumulatore delle ricchezze naniche, il Drago Smaug, possa scendere in campo come arma di distruzione di massa per “il Nemico”, le trame potenzialmente pazzesche che riguardano il Bianco Consiglio, il Negromante stesso (Sauron, of course) e la sua suddetta fortezza oscura - tutto materiale solo accennato nel libro ma al centro dei tre prequel filmici - devono essere ancora saldamente collegate all’avventura relativamente modesta di Bilbo. Questi trova l’Unico Anello, OK, ma per ora il suo legame con Sauron è noto solo a noi fans... e alla celestiale sezione archi di Howard Shore. Vedremo.

Sugli altri abbellimenti visivi, quel “cine-trattamento visivo di portata storica”... Dei famosi 48 fotogrammi al secondo non possiamo dire, non l’abbiamo visto così (sembra che si notino pure le cuciture sul cappello di Gandalf; ma sembra anche che l’assenza di grana o sfumature renda il tutto meno “epico” e rovini la sospensione dell’incredulità, sempre necessaria nel Fantasy!); del 3D possiamo per l’ennesima volta dire che non aggiunge nulla, anzi distrae dalla fatata visione.

Tre film... più tre

Comunque, questo strano viaggio verso un monte è stato furbescamente (inevitabilmente) rimodellato sui tre film che già hanno stupito il mondo e ridefinito il Fantasy. La destinazione finale è sempre quella, qui Montagna Solitaria invece che Monte Fato. Ha un buon inizio; stenta un po’ nella prima parte; recupera andamento e ritmo nella seconda; nel finale giunge a nuove vette emotive. Introduce bene ciò che mancava, ossia un capo carismatico per gli antagonisti: Azog (l’ottimo Manu Bennett), l’albino comandante degli Orchi intuito a malapena nel libro, che invece fin dall’inizio del film è a cattivissima caccia della “feccia nanica” e che, proprio darthvaderianamente, non darà tregua né alla quest né ai suoi sottoposti. Pezzi di set esistenti sono stati attentamente rielaborati; pezzi di libro sono stati ripensati (tipo i tre Troll/marmittoni...); sono state aggiunte tante nuove scene, tipo la scaramuccia con gli Orchi a cavallo dei Mannari ai confini di Gran Burrone.

La sezione Action nella città dei Goblin è piena zeppa di “robe alla PJ”, con quell’inseguimento sui ponti sospesi che pare venire dritta dritta da “King Kong” - anche se il respiro scenografico che c’era in Kong o nel Signore degli Anelli qui è un po’ sfiatato. è bello vedere Gandalf in azione come mai prima... ma non siamo a Moria, nonostante il ritmo forsennato, ed eroi e nemici sembrano “di gomma”. Anche perché i 13 Nani, pur individui elaboratissimi, sono (a differenza della Compagnia dell’Anello) un po’ troppo amorfi... Solo Thorin Scudodiquercia (il notevole Richard Armitage), Balin (Ken Stott), Bofur (James Nesbitt) e Fili & Kili (Dean O’Gorman & Aidan Turner) ricevono attenzioni particolari. Eppure, grazie al potente Prologo di Ian “Bilbo” Holm, non abbiamo nessun dubbio sul significato della loro missione: non si tratta solo di una caccia al tesoro! Invece, è un azzardo disperato per riconquistare la propria patria, da parte di gente che ha subìto un’amara diaspora durata una generazione. è affascinante come il libro di Tolkien inizi in piccolo, con una finta alla Lionel Messi (lo “scassinatore” Bilbo che, controvoglia, parte per un “colpo” pericoloso), per poi rivelarsi qualcosa di più, qualcosa di così grande che cinque eserciti arrivano a scontrarsi in battaglia... Ma è importante, nella resa jacksoniana della Terra di Mezzo, capire subito la posizione di Thorin (mezzo Aragorn, mezzo Boromir) e il suo peso narrativo. Questo non succede solo nel prologo, in cui vediamo la gloria di Erebor e la sua devastazione per colpa della lucertola-pipistrello Smaug (ancora misterioso...); succede anche nell’impressionante flashback della vittoria, sanguinosa ma temporanea, di Thorin su Azog a Moria.

perché bilbo?

Il libro ci lascia dei dubbi: perché Bilbo, un tipetto casalingo amante delle comodità, accetta di buttarsi in mezzo a tali pericoli? E perché non se ne scappa via quando le cose si fanno... estreme? PJ risponde con ingegno e, in effetti, le risposte formano l’arco narrativo di “Un viaggio inaspettato”. Questo Episodio I dello Hobbit è la narrazione di come uno come Bilbo accetti l’avventura, di come trovi le motivazioni dentro di sé e vi resti fedele. Tutto molto semplice, un’elegante pennellata da parte di maestri della scrittura: la creatura che vorrebbe solo tornarsene a casa capisce che quello che sta facendo lì è aiutare questi Nani senza casa a riprendersi la loro. Un concetto che Martin Freeman interpreta senza errori: l’attore perfetto per il pacioso Mezzuomo.

Non c’è nessun altro personaggio come Bilbo nelle cronache di Tolkien ed è lui la figura più forte della saga: un ometto educato, dignitoso, comune (anche un po’ conservatore) la cui intraprendenza nasce da una profonda forza interiore; né problematico come un Frodo, né condiscendente come un Samvise, né comico come un Merry e/o un Pipino... “Non sono un eroe o un guerriero”, dice il signor Baggins: lui è noi. E Freeman è così per tutto il film, senza fare faccette o ammiccamenti. Il suo Bilbo prende molto sul serio delle situazioni imbarazzanti e, sebbene reciti nel film tolkieniano finora più scherzoso (a volte proprio il più sciocco, molte altre il più divertente, di certo il più “infantile”), Freeman ne rimane, con quieto ed elegante carisma, la sicura calamita emotiva.

Il momento più potente è durante l’incidente degli Indovinelli nell’oscurità, che ci regala un’altra volta il Gollum (l’altro personaggio decisivo del corpus) di Andy Serkis. Il maestro della motion capture si re-impadronisce del complesso ruolo dandoci gioia e brividi; e regalandoci il celebrato incontro attraverso il testato prisma cinematico della doppia personalità Sméagol/Gollum. Eppure il vero cuore della sezione, del film stesso come del resto dell’intera saga tolkieniana, è quando Bilbo, invisibile alle spalle del corrotto Gollum, con l’Anello del Male al dito e con Pungolo puntata al suo collo, incredibilmente dimostra pietà. Qui PJ fa un primo piano di Freeman: non è un John Watson di “Sherlock” con i piedi pelosi o un Arthur Dent della “Guida galattica per autostoppisti” con le orecchie a punta... ma è un attore all’apice del proprio talento, in grado di sfruttare ogni aspetto di un personaggione che, adesso, sembra essere nato per interpretare.

La pellicola è pericolosamente collegata (e in modo letterale lo è!) con una minaccia fantasma, ma grazie alla Forza non è “La minaccia fantasma”... “Lo Hobbit” film #1 è più giovanile, più leggero de “La Compagnia dell’Anello” e seguiti, ma emoziona l’appassionato e ha solidità nel Bilbo di Freeman, che già ora permette a questa nuova trilogia di misurarsi con la grandissima vecchia. Sotto la Montagna Solitaria c’è davvero un tesoro!

Il film della maturità: di PJ e del Tolkienismo

Intro hobbit e nanesca: **** su 5 stelle (divertente e nostalgica, un po’ incerta come ritmo). Dalla partenza da Casa Baggins fino a Gran Burrone, passando per Radagast/Troll/Warg (insomma, fino a metà): ** e 1/2 su 5 (lenta, confusa... pur se positivamente “estrema”). Da Elrond “lord inglese a caccia di volpi”/Orchi fino alla fine: ***** e Lode su 5 stelle (capolavoro) - citiamo il Bianco Consiglio, gli Indovinelli nell’Oscurità e le Aquile: apici davvero immensi. Media: ***** su 5 stelle: la prima metà impedisce il capolavoro globale. L’affresco è comunque già splendido e se PJ fa film #2/3 così, ’sta roba (pur costruita sul materiale narrativo/epico “minore” dello Hobbit) supera, a tratti, il Lord of the Rings filmico di dieci anni fa!

Migliore in campo, a parte il già citato Martin “Bilbo”: Andy Serkis/Gollum; nella sua “piccola” sequenza, apparentemente incidentale, diventa una figura ancora più profonda, completa e struggente; ed evidentemente già decisiva. Seguito dalla Galadriel di Cate Blanchett, che è a livelli celestiali e crea una dinamica nel Bianco Consiglio da annali del Fandom. Insomma: personaggi già proposti ma oggi ulteriormente potenziati.

C’è, fantastico, il senso della Storia della Terra di Mezzo. Siamo in un’epoca diversa, meno cupa e più allegra, non toccata dal Male, e dall’ottimista Elrond “ringiovanito” in giù PJ le ha azzeccate tutte. Il film della maturità. Peter e compari, tra i quali spicca il gusto riconoscibile di del Toro, hanno letto e capito migliaia e migliaia di pagine di tolkienianità. E lo stile cinematografico spacca tutto e rinnova la moda di una decade fa: riconoscibile e preciso, naturalistico e ironico.

Infiniti dettagli

Segno della genialità confermata di PJ. Accenni sullo sviluppo dei sequel: il mistero di Thrain, padre di Thorin impazzito e fuggito dopo la morte del capostipite Thror nell’assalto a Moria (Thrain, Re con uno degli ultimi Anelli del Potere nanici...); e il mistero della lama Morgul di Angmar, che Galadriel dice chiaramente da dover risolvere controllando le tombe dei Nove Re degli Uomini asserviti a Sauron...

La gestione visiva dello scudo di quercia di Thorin è magnifica. I Warg si radunano a Collevento. Azog è orrido e imponente: lo scontro finale con Thorin, re orchesco di Gundabad contro Principe Nanico di Erebor, è epico... e Bilbo si intromette, piccolo Mezzuomo borghese non eroe ma eroico in modo struggente - come Pipino e Merry in future vicende ancor più epiche.

Thorin è una figura gigantesca: puramente disperata; a differenza del parallelo Re-senza-patria umano Aragorn, il “Portatore di Speranza”. Ma tutti i suoi Nani senza patria sono commoventi.

Radagast è da rivalutare: da un lato sconfigge il Re-stregone dei Nazgûl in fase di rinascita (Re-stregone che arriverà a poter schiantare il bastone di Gandalf il Bianco!); dall’altro lato pone in risalto la follia arrogante di Saruman, che lo disprezza a torto. Inoltre è lui che mette in moto la Guerra dell’Anello, scoprendo il ritorno di Sauron; e sciorina grande conoscenza di Arda, citando Ungoliant.

Gollum perde l’Unico lapidando un Goblin: perfetto. Ma tutto Gollum/Bilbo è perfetto, in ogni istante, fino alla fine. Sento gli applausi di Tolkien.

Gli scorci neozelandesi di Terra di Mezzo sono ancora più belli, sempre inediti!

poesia e coerenza

è geniale trasformare questi primi tre o quattro capitoli di un bellissimo libro “minore” in un episodio cinematografico che rispecchia, senza paura e senza difetti, l’episodio #1 “La Compagnia dell’Anello” (più libro tokieniano). Il punto debole è che qui non muore nessuno, quindi le minacce dei villain sono poco centrate e calibrate; i Cattivi, dagli Orchi ai Warg allo stesso Negromante, sono belli ma innocui.

PJ rafforzava, nel film finale “Il ritorno del Re” datato 2003, l’atmosfera “testamentaria” della storia tolkieniana: la fine di un’epoca di avventure elfiche che non tornerà mai più (la migrazione finale degli Elfi e la fine del potere dei Tre Anelli); “Lo Hobbit” di oggi, in linea con la trilogia di dieci anni fa, ripercorre gli stessi passi di allora e s’inventa un’epica tragica - ma, per fortuna tolkienianamente, mai disperata. Le poetiche nostalgia e tristezza (non la disperazione!) c’erano anche in Tolkien, attenzione, per quanto riguarda i libri della maturità, LOTR in primis; ce n’era meno nello Hobbit, il primo romanzo che ha pubblicato e che, non a caso, ha continuato a revisionare per allinearlo con coerenza al suo universo in fieri. Verso la fine della vita, l’autore voleva addirittura riscrivere il suo primo libro: renderlo un po’ più serio e, forse, un po’ più... triste? Quindi Peter Jackson fa (bene) oggi quello che ha voluto fare, per tutta la vita, J.R.R. Tolkien stesso.

hobbit film 2 (e film 3)

di Lorenzo “Saebi” Pedretti

è un delitto vagabondare per il mio reame senza permesso!” (Thranduil dal capitolo 9: in libertà”“Lo Hobbit”)

Il 12 giugno scorso è stato svelato il primo trailer ufficiale de “The Hobbit: The Desolation of Smaug”, ovvero il secondo capitolo della nuova trilogia hobbit diretta da Peter Jackson e basata sull’omonimo romanzo di J.R.R. Tolkien che approderà nei cinema di tutto il mondo a partire dall’11 dicembre (12 in Italia). In due minuti abbiamo assistito a una panoramica del film: è stato quindi possibile cominciare a tratteggiare l’intreccio di film 2, che porterà avanti la trama del film 1 presentando risvolti inaspettati ed eventi e personaggi non del tutto “canonici”.

Si parte da Bosco Atro, l’immensa foresta attraverso la quale lo Hobbit Bilbo Baggins (Martin Freeman) e i Nani vagano durante la maggior parte del loro viaggio verso la Montagna Solitaria mentre Gandalf il Grigio (Ian McKellen), come vedremo più avanti, è impegnato altrove. Ecco alcuni dei numerosi ambienti boscosi, tutti visivamente impressionanti. Passiamo dai maestosi palazzi degli Elfi governati da Thranduil (Lee Pace), costruiti come se fossero parte integrante delle radici e inondati di luce dorata, alla sommità di alberi dalle foglie rosse sui quali Bilbo si ritrova circondato da uno sciame di lucenti farfalle azzurre; ad alberi decisamente più tetri e spogli in mezzo ai quali lo Hobbit e i Nani dovranno difendersi da Ragni giganteschi: se ne intravede uno mentre si arrampica alle spalle di Bilbo, addossato a un albero. E proprio quando i nostri sembrano essersi liberati da queste creature, ancora coperti di ragnatele incontrano nient’altri che Legolas Verdefoglia (Orlando Bloom), figlio di Thranduil, che punta una freccia contro Thorin Scudodiquercia (Richard Armitage). Ritroviamo Thranduil stesso, già intravisto all’inizio de “Un viaggio inaspettato”, e facciamo la conoscenza di Tauriel (Evangeline Lilly), giovane Elfa silvana che vediamo impegnata nei combattimenti contro gli Orchi guidati dalla nemesi di Thorin, Azog (Manu Bennett), che seguendo le tracce dei Nani è arrivato fino al regno degli Elfi e li attacca con ferocia. Tauriel non è solo impegnata a compiere acrobazie e a scagliare frecce contro gli Orchi, ma compare anche in una scena con Legolas: mentre entrambi guardano nella direzione di Esgaroth (la città che sorge sul Lago Lungo, visibile in lontananza) lei afferma che la battaglia dei Nani per riprendersi il loro regno riguarda anche loro, gli Elfi, i quali hanno “lasciato che il male li sopraffacesse”. È probabile che Tauriel non si riferisca solo alla minaccia degli Orchi ma anche al maleficio di Dol Guldur, l’oscura fortezza che sorge nel Bosco Atro meridionale. Proprio qui si recano gli Stregoni Gandalf e Radagast il Bruno (Sylvester McCoy) per investigare su alcuni eventi molto inquietanti ai quali si era già accennato in film 1: in particolare, il mistero della lama Morgul e la scomparsa di Thrain, il padre di Thorin. In un fotogramma vediamo proprio quest’ultimo gettarsi dall’alto di una torre e piombare addosso a Gandalf, ma non è chiaro se si tratta di un flashback rispetto alla missione dei due Stregoni o di un evento contemporaneo a essa. In una breve sequenza è possibile intravedere anche Beorn il Mutaforma (Mikael Persbrandt): nelle sembianze di un orso gigantesco egli ringhia contro Bilbo e i Nani che cercano di chiudergli un portone – forse della sua stessa dimora – sullo spaventoso muso.

Catturati dagli Elfi, interrogati dallo straordinario Thranduil riguardo agli scopi del loro viaggio e non collaborando con lui, i Nani vengono imprigionati, ma fuggono grazie a Bilbo, che riesce a farli entrare dentro a botti che la corrente del fiume silvano trasporterà fino al Lago Lungo. A differenza di quanto accade nel romanzo, però, i Nani non sono chiusi dentro alle botti ma spuntano da esse con la testa, le braccia e il torso: avendoli visti, gli Elfi cercano di seguirli e di fermarli, addirittura balzando fra i rami degli alberi mentre puntano gli archi contro le botti trasportate via dall’acqua.

Acqua che ci porta a Esgaroth, che appare come una città di case galleggianti costruite in mezzo a una rete di canali. È proprio qui che l’umano Bard l’arciere (Luke Evans) avverte Thorin dei pericoli della loro missione: “Se risvegli la bestia, distruggerete tutti noi”, sono le parole che rivolge ai Nani.

E poi... lei: la Montagna Solitaria. L’immagine in cui, all’alba, la vetta innevata appare alla compagnia, che attraversa il Lago Lungo in barca, è grandiosa. In seguito i nostri iniziano la scalata, arrampicandosi lungo le statue dei Signori dei Nani scolpite direttamente nel fianco della montagna. Infine, in un paesaggio brullo e desolato, Balin avverte i suoi compagni che il rombo che hanno attribuito a un terremoto altro non è che il ruggito dell’enorme e terribile Drago Smaug (cui ha dato la voce Benedict “Khan” Cumberbatch) che, finalmente, compare davanti a un terrorizzato Bilbo, intrufolatosi nell’antro in cui la bestia custodisce l’immenso tesoro che ha sottratto ai Nani.

A conti fatti, un trailer emozionante che presenta immagini potenti e paesaggi grandiosi, molto dettagliati e variegati. Solo due cose mi lasciano perplesso: in primo luogo, da quello che si è visto la scena in cui i Nani scappano dalle prigioni elfiche dentro alle botti trasportate dal fiume potrebbe risultare troppo lunga e perderebbe così buona parte del suo pathos, com’era successo nel primo film alla sequenza della fuga dei Nani dai Goblin delle Montagne Nebbiose. Inoltre, nelle sequenze in cui vediamo i combattimenti fra Orchi ed Elfi, le mosse di questi ultimi sembrano troppo coreografate, quasi fossero uscite da un videogioco. Si intuisce, però, che l’inedita Tauriel avrà molto spazio sullo schermo, il che è un bene se servirà a sviluppare adeguatamente il suo personaggio: sarebbe un vero spreco vederla quasi esclusivamente nei panni della guerriera acrobata, cogliendo poco o nulla del suo carattere e della sua personalità. Non mi dispiace che il suo personaggio, non presente nel romanzo di Tolkien, sia stato creato apposta per questo film, ma mi auguro che il suo ruolo non sia inutile e che, anzi, abbia un suo spessore; che, insomma, serva ai fini della trama.

Dove termina il tuo viaggio...?&rdquo(Thranduil da “Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug”)

addenda: howard shore e le musiche hobbit

di Filippo “Jedifil” Rossi

Peter Jackson: “La colonna sonora del film 2 sarà fantastica. L’anno scorso siamo stati costretti a riutilizzare molti temi del Signore degli Anelli: la Contea, Gran Burrone, Galadriel, Gollum e l’Anello... L’abbiamo fatto perché vogliamo che la trilogia dello Hobbit sia legata alla trilogia dell’Anello dal punto di vista del design, dei costumi, della storia e delle musiche, e Un Viaggio Inaspettato lo doveva comunicare. Ma questa volta, a parte un paio di momenti con l’Anello, è tutto nuovo: Beorn, Bosco Atro, il Reame Boscoso, Pontelagolungo, Bard e Smaug daranno a Howard Shore la possibilità di scrivere nuovi temi. E Howard è scatenato!”.

Il titolo ufficiale e definitivo di film 3 è Lo Hobbit: Racconto di un ritorno” - “There and Back Again”: le sue riprese aggiuntive si sono alternate al montaggio del film 2; lo vedremo nel dicembre del 2014.