Patrick Curry, Deep Roots in a Time of Frost, Walking Tree Editions, Zurich-Jena, 2014, pp. 254


di Franco Manni


Il titolo di questa raccolta di saggi tolkieniani di Curry si richiama forse alla raccolta di Shippey (Roots and Branches) di anni fa, oltre che alla frase di Tolkien stesso (“radici profonde non gelano”).

Nell'Introduzione Patrick Curry (PC) osserva come le opere di T. sopravviveranno a tante altre e continueranno a dare soccorso anche a persone che non conosceremo mai quando vivranno i loro tempi difficili. Un messaggio di T. è che l'incanto (“enchantment”) è molto importante ed è un concetto diverso da quelli di “magia”e “volontà”. La magia dei nostri tempi è la tecnoscienza.

Anche la serie di libri (e telefilm) A Game of Thrones ci dice come la sete di potere, sicurezza e piacere è inappagabile, e che, senza un amore disinteressato, le nostre vite diventano senza significato. In T. questo è descritto, per esempio, nella vita “seriale” degli Schiavi dell'Anello, disperatamente infinita e virtualmente disincarnata.

Nel primo saggio ('Less Noise and More Green') PC osserva come lo straordinario successo popolare di T. sia stato sin da subito accompagnato da una incessante ostilità critica che ancora continua. T. almeno in parte descrive nelle sue opere una Inghilterra pre-Normanna... la conquista Normanna portò là un cosmopolitismo latino e creò tra l'altro una casta letteraria... quella stessa “casta” che ora è così ostile a T. . La naturalezza pastorale degli Hobbit di T. si inserisce comunque in una lunga tradizione inglese di nostalgia per un mondo in cui vi era “meno rumore e più verde”. Proprio riguardo al “verde” PC ricorda che nei romanzi di T. compaiono 64 specie di piante non coltivate e 9 specie inventate da T. stesso. Gli alberi sono poi al centro dell'interesse.

Una idea centrale in T. è che il mondo sia qualcosa di reale, vivente e sacro e che, anche se il sacro si estenda oltre il mondo (attraverso la morte) , però sarebbe privo di significato senza incarnazione nel mondo naturale. Questa concezione poi non è generica, ma è più in particolare è incarnata nelle vecchie tradizioni inglesi, anche se T. non le accetta passivamente (vedi come Frodo e i suoi amici hobbit si comportino assai diversamente dalla media dei loro concittadini) , piuttosto, allude a una trasformazione della società inglese in cui vive.

Un punto particolare è poi il desiderio per una “Casa” in cui “dolore e gioia scorrano assieme e le lacrime siano come un vino benedetto”... desiderio comune ai bambini e agli adulti. PC trova romanzi analoghi al Signore degli Anelli in Il Maestro e Margherita di Bulgakov e il Moby Dick di Melville, che come esso traggono forza dalla originale connessione con gli aspetti mitici della tradizione giudaico-cristiana.

Nel saggio Modernity in Middle-earth PC scrive che T. pensava la nostra Terra in pericolo a causa della industrializzazione, inquinamento, scomparsa di specie animali, deforestazione.... ma senza dare un messaggio di disperazione, anzi al contrario; come dice Gandalf : “la disperazione è solo per coloro che ritengono di vedere la fine al di là di ogni dubbio. E noi non lo riteniamo”.

Nel saggio Middle-earth PC ricorda come Il Signore degli Anelli – un libro che riguarda la sconfitta imprevedibile, contro tutte le aspettative, del Potere distruttivo – ispirò McTaggart fondatore di Greenpeace, e la opposizione politica in URSS e negli altri stati comunisti, e gli “eco-guerrieri” non violenti in Gran Bretagna, e milioni di persone nel mondo che hanno cercato di costruire in maniera positiva le loro vite.

Nella sua recensione di Ents, Elves and Eriador , libro scritto da Dickerson and Evans, PC critica la idealizzazione del cristianesimo di questi autori quando dicono che lo sfruttamento della natura è del tuttto contrario alla fede cristiana... con tali idealizzazioni si potrebbe anche scrivere che l'Islam è una religione di pace e il Marxismo una filosofia di liberazione. Forse possono esserlo, metafisicamente. E dovrebbero esserlo nella azione pratica. Ma nei reali risultati storici – ciò che contra di più – la verità di queste tre asserzioni dovrebbe essere messa radicalmente in dubbio. Pc specifica con sincerità che la sua critica a questo libro deriva anche dal suo non avere una una prospettiva cristiana.

Nel saggio Magic vs. Enchantment, PC evidenzia la distinzione tra “magia” (esercizio della volontà per cambiare qualcosa nel mondo primario) e “incanto” (creare un mondo secondario ed entrarvi per la gioia del disegnatore e dello spettatore). I media moderni hanno anche creato una terza categoria (il “glamour”) che è una specie di “incanto” al servizio della “magia”, cioè della propaganda di certe ideologie.

PC non è attratto da miti reazionari e dice che il “re-incantamento” del mondo non può essere un ritorno a un passato che non esiste più, ma piuttosto deve essere un riconoscimento ed incoraggiamento dell'Incanto possibile ora nelle nostre attuali condizioni storiche. Un elemento essenziale dell'incanto è la Meraviglia, ed essa a sua volta implica rispetto, compassione ed umiltà... e tutto ciò costituisce una apertura a “nuove forme di valore” in contrasto con l'atteggiamento del “l'abbiamo già visto”, per esempio quando si dice : se hai già visto un bosco di alberi, li hai già visti tutti. PC fa riferimento anche alle teorie pluraliste di Paul Feyerabend e di Isaiah Berlin che criticano una concezione monista, universalista e totalizzante della ragione.

Sia la Magia sia l'Incanto rivendicano di avere uno speciale rapporto con la natura. Ma la magia vorrebbe mettere la natura sotto un set di leggi universali prive di eccezioni, mentre l'incanto vede la natura come infinitamente plurale, particolare ed unica. Mentre la magia (tecno-scienza) implica una “tragica” (temporanea, condizionata, parziale) vittoria sui nostri limiti umani, invece l'incanto evoca un “comico” apprezzamento della nostra dipendenza.

Nel saggio Enchantment in Tolkien and Middle-earth PC, citando Verlyn Flieger, sottolinea come Il Signore degli Anelli sia una storia sul “lasciare andare” il nostro controllo sulle cose, sul modo... il bisogno di sbarazzarsi dell'Unico Anello è l'esempio più evidente, ma l'abbandono della bellezza di Lothlorien da parte degli elfi ne è forse un esempio ancora più profondo.

Poi comincia una lunga sezione (Criticism) in cui PC offre una serie di interessanti ed utili rassegne della critica tolkieniana passata e recente.

Il Signore ha avuto un enorme successo di pubblico (e qui PC riporta dati di vendita, lingue di traduzione, sondaggi presso catene librarie, etc.) ma anche un grande rifiuto della critica “ufficiale”, che spesso cerca anche di umiliare e squalificare coloro che apprezzano Tolkien e giustamente PC osserva come entrambi questi fenomeni siano affascinanti. Poi analiticamente e con grande erudizione PC riporta (e risponde a) le singole accuse rivolte a Tolkien: infantilismo, maschilismo, razzismo, mancanza di impegno politico, atteggiamento nostalgico, manicheismo tra bene e male, fascismo. In un altro saggio di questa sezione inoltre PC traccia anche una cronistoria della critica lungo i vari decenni. PC osserva che “il disprezzo è una guida poco efficace” e riporta il giudizio di Tom Shippey quando scriveva che questo Tolkien ha avuto così tanto successo di pubblico ma (diversamente da latri autori di best seller) era anche un intellettuale istituzionale (professore universitario a Oxford), e tale accoppiata non è mai stata perdonata dalla casta dei literati .

PC concorda con Shippey quando questi osservava che Il Signore è pieno di tematiche pienamente tipiche del XX secolo... Tolkien era moderno, ma non aderiva alla ideologia del Modernismo. Non tutti i critici però sono ostili, e PC con la espressione “Tolkien studies” racchiude la categoria dei critici seri che non si limitano a disprezzare senza leggere con attenzione e senza studiare l'oggetto delle loro recensioni, ma, al contrario, usano tutti i migliori strumenti della critica letteraria nelle loro, spesso assai pregevoli, analisi della opera di Tolkien. E qui PC offre una aggiornata ed intelligente rassegna, citando i lavori di molti studiosi.

Concludo questa recensione con una frase del retro di copertina del libro: gli Hobbit sono l'esempio di come vivere bene l'Incanto: né cercarlo né evitarlo, ma onorarlo.