Fëanor, spirito di fuoco


di Vincenzo Gatti


"La sete che è in ogni figlio degli uomini

di una bellezza perfetta che cercano e non trovano"1


"Triste è la cecità del saggio" (RP 230)


"Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,

ma non avessi la carità, sono come un bronzo

che risuona o come un cembalo che tintinna"2



Antefatto

Prima che il sole e la luna fossero fabbricati, nella Terra di Mezzo, vicino al lago Cuiviénen gli Elfi o Primogeniti "si riscossero dal sonno di Ilúvatar [dell'unico Dio]" e presero vita (S 53): erano immortali, potevano solo essere uccisi o struggersi di dolore e le loro forze non diminuivano con l'età, sempre che non si stancassero di mille e mille secoli (S 44). Tre erano le stirpi degli Elfi: i Vanyar o Elfi Chiari, signoreggiati da Ingwë; i Noldor, gli Elfi Profondi, il cui nome "designa saggezza", popolo di Finwë; i Teleri, Elfi del Mare, governati da Elwë Mantogrigio e da Olwë (S 59).

Il Vala (la Potenza, una sorta di angelo incaricato dal Dio supremo di prendersi cura della Terra e dei suoi abitanti) Oromë, che spesso lasciava Valinor, il Reame Beato posto a occidente, per esplorare l'oriente, trovò gli Elfi nella Terra di Mezzo e riferì della loro esistenza ai suoi compagni, tra i quali il più grande era Manwë, che, chiesto consiglio a Ilúvatar, decise di muovere guerra a Melkor, l'angelo decaduto, che si era impossessato di buona parte delle terre emerse (S 56).

Per amore degli Elfi, i Valar combatterono il loro antico compagno, lo sconfissero e imprigionarono per tre lunghe ere e, dopo la vittoria, invitarono nel loro Reame Beato le stirpi di Ingwë, Finwë ed Olwë (S 57). Qui esse prosperarono.

Finwë sposò Míriel, che gli generò Fëanor e poi si addormentò, quasi priva delle energie vitali, e "passò nelle aule di Mandos" (S 72), l'aldilà degli Elfi. Fëanor (il nome significa "spirito di fuoco") spiccava per eloquenza e destrezza ("abilità di lingua e di mano", S 68), era più dotto dei suoi fratelli (generati da Finwë e da Indis della stirpe dei Vanyar, S 68), "era alto, bello e destro, i suoi occhi erano lucenti e penetranti, i capelli neri come ala di corvo; e nel perseguimento dei propri scopi, era perseverante e risoluto" (S 72).


La via del male è larga ma accidentata

Ilúvatar, è evidente, ha dotato Fëanor di capacità e di qualità fuori dal comune, persino tra quegli esseri quasi sovrumani che sono gli Elfi. Suo padre, inoltre, lo ama teneramente (S 72). È tuttavia presente nel suo stesso esistere un germe di morte: già Míriel scompare poco dopo averlo dato alla luce (S 72). A lui si attribuiscono:

Fëanor però non sa amare, non conosce la carità, anche se vuole profondamente bene a suo padre. È corretto applicare un termine chiave del Cristianesimo, come carità, ad un Elfo? Sì, nella misura in cui un autore, nella sua subcreazione (AF 68) riflette le sue credenze più profonde: Tolkien fu cattolico convinto e praticante4, nel suo epistolario (La realtà in trasparenza) si sofferma spesso su questioni religiose e in due passi cita San Paolo.

Vari misfatti provano che Fëanor non conosce la carità:

Ecco perché Fëanor è un "bronzo che risuona o un cembalo che tintinna":

Oltre alle strabilianti invenzioni, Fëanor lascia ai Noldor e ai figli gli effetti terribili del giuramento, per il nome di Ilúvatar, "di perseguire con vendette e odio, sino ai termini del Mondo, Vala, Demone, Elfo e Uomo ancora non nato, e ogni creatura, grande e piccola, buona o cattiva, che il tempo avrebbe gettato nella successione dei giorni, la quale osasse prendere, tenere o conservare un Silmaril" (S 97). Come si vede dallo sviluppo della vicenda, il giuramento non è d'intralcio a Melkor, anzi, al contrario favorisce i suoi disegni malvagi di strage e dominio, dando origine a lotte fratricide tra gli Elfi prima e poi tra gli uomini.

Un episodio in particolare rivela la natura di Fëanor come "bronzo risonante e cembalo squllante", cioè il suo discorso ai Noldor riuniti in assemblea, quando si tratta di decidere se lasciare il Reame Beato e far ritorno alla Terra di Mezzo:


"Perché mai, popolo dei Noldor," gridò "perché mai dovremmo servire i gelosi Valar, incapaci di difendere, non solo noi, ma persino il loro stesso regno dal loro Avversario? E per quanto egli sia loro nemico, forse che essi e lui non sono di una stessa schiatta? La vendetta mi chiama lontano da qui, ma anche se fosse altrimenti non dimorerei più nella stessa terra con la schiatta dell'uccisore di mio padre e del ladro del mio tesoro. Pure, non sono io l'unico valente tra questo valente popolo. E forse che non avete voi tutti perduto il vostro Re? E che cosa altro non avete perduto, confinati come siete in una terra angusta tra i monti e il mare?

"Qui un tempo era luce, che i Valar lesinavano alla Terra di Mezzo, mentre ora l'oscurità tutto livella. Dobbiamo starcene qui con le mani in mano, a cacciar lai per sempre, popolo delle tenebre, abitatori di brume, versando vane lacrime nel mare ingrato? O non conviene piuttosto tornare nella nostra patria? In Cuiviénen dolci scorrevano le acque sotto le stelle non velate, e ampia la terra di stendeva attorno, su cui un libero popolo poteva aggirarsi […]

"Bella sarà la meta," gridò Fëanor "per dura e lunga che sia la strada! Dite addio alla schiavitù! Ma dite anche addio agli agi! Dite addio alla debolezza! Dite addio ai vostri tesori! Altri ne produrremo. Procedete leggeri: ma portate con voi le vostre spade! Perché andremo più lungi di Oromë, sopporteremo più di Tulkas: non faremo ritorno dall'inseguimento. Alla caccia di Morgoth [nome che Fëanor impone a Melkor] fino ai termini della Terra! Avremo guerra e odio senza fine. Ma quando avremo conquistato e riguadagnato i Silmaril, allora noi, e soltanto noi, saremo i signori della Luce immacolata, padroni della felicità e della bellezza di Arda. Nessun'altra razza ci soppianterà" [S. 96-97]


Così replicano i Valar per bocca di Mandos, signore dell'oltretomba, al delirante discorso di Fëanor:


"Lacrime innumerevoli voi verserete; e i Valar fortificheranno Valinor contro di voi e ve ne escluderanno, sì che neppure l'eco del vostro lamento varcherà le montagne. Sulla casa di Fëanor, l'ira dei Valar piomberà da Occidente all'Oriente estremo, ed essa sarà anche su tutti coloro che ne seguiranno i membri. Il loro Giuramento li impellerà, e tuttavia li tradirà, per sempre privandoli di quei tesori che han giurato di perseguire. A un'infausta fine volgeranno tutte le cose che essi cominciano; e questo accadrà per il tradimento dell'una stirpe verso l'altra, e per la paura del tradimento. Gli Spodestati, essi saranno per sempre […].

"E coloro che perdureranno nella Terra di Mezzo e non verranno a Mandos, finiranno per essere stanchi del mondo come di un grave fardello, e deperiranno e diverranno quali ombre di rimorso agli occhi della razza più giovane che verrà." (S. 103)


Fëanor pretende di avere l'ultima parola: "Abbiamo fatto un giuramento, e non è poco. Quel giuramento noi lo manterremo. Ci si minacciano molti mali, e non da ultimo il tradimento; una cosa, però, non ci vien detta: che soffriremo per codardia, per via di codardi o per paura di codardi. Pertanto io dico che proseguiremo, e questo parere soggiungo: le imprese che compiremo saranno materia di canto fino agli ultimi giorni di Arda." (S 103-104)

Il lungo discorso del sire elfico è ingiusto da un punto di vista morale e scorretto da un punto di vista retorico. Fëanor accusa falsamente i Valar di essere gelosi, impotenti nei confronti del male (incapaci di difendere il loro dominio), di confinare gli Elfi in una terra angusta, di essere avari (lesinare la luce). Poi si dimostra superbo e avaro a sua volta: vantandosi di poter avanzare più di Oromë o di poter sopportare più di Tulkas (un equivalente del greco Eracle), commetterebbe chiaramente hýbris, se non facesse affermazioni innanzitutto impossibili.

Viene in mente che "La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode della ingiustizia, ma si compiace della verità"12. Fëanor, invece, non è "paziente" ma precipitoso, parte e convince il suo popolo a seguirlo senza degnarsi di pensare alle conseguenze, sebbene il suo fratellastro Finarfin pronunci parole pacate, cercando di persuadere i Noldor a sostare e a riflettere prima che si commettano atti irreparabili (S 97). Si vanta: di superare Tulkas e Oromë e di essere valente. Invidia e teme gli uomini che potrebbero soppiantare gli Elfi (il che puntualmente avverrà nel Signore degli Anelli). Manca di rispetto ai Valar, considerando gli emissari di Ilúvatar come suoi pari (gelosi, impotenti, dispotici, per certi versi avari). Tiene conto del male ricevuto: vuole vendicarsi non solo di Melkor, ma di tutti i Valar, quasi che la malvagità di un solo contamini tutta una stirpe (in termini cristiani equivarrebbe ad equiparare Lucifero, dopo la sua ribellione, all'Arcangelo Michele!). Gode dell'ingiustizia: "avremo guerra e odio senza fine", esclama.

Soprattutto, Fëanor non si compiace della verità, proprio lui che dovrebbe essere saggio e profondo per definizione e per antonomasia, in quanto Noldor (la parola "Noldor" è collegata a gnóme, conoscenza, e a Gnomi). Ciò porta ad individuare le scorrettezze retoriche del suo discorso: dicendo che Melkor e gli altri Valar sono della stessa schiatta, egli sottointende che tutti i Valar sono capaci di commettere il male, quindi utilizza una sorta di falso sillogismo: Melkor è un Vala – Melkor commette il male – I Valar possono commettere il male (usa la premessa maggiore, che come tale sarebbe chiaramente falsa, come conclusione). Sostenendo che supererà con i suoi seguaci Tulkas ed Oromë usa un'iperbole empia. Creando un'antitesi tra schiavitù ed agi, entra in contraddizione, perché come possono essere, nello stesso momento, nello stesso luogo e per le stesse persone, compatibili schiavitù ed agi? O l'una non è tale, o gli altri non esistono. Dicendosi componente valente di un valente popolo fa ricorso alla temibile arma dell'adulazione ed entra in contraddizione anche affermando prima che ormai nel Reame Beato non vi è luce, salvo quella delle stelle, e poi rimpiangendo la Terra di Mezzo, dove gli Elfi nacquero appunto alla luce delle stelle.


"Non ha forse Dio dimostrato stolta la sapienza di questo mondo?", scrive San Paolo13. Fëanor, infatti agisce da stolto, già nel prestare orecchio a Melkor quando questi, perdonato da Manwë dopo tre ere di prigionia, si riempie di invidia per la gloria e la beatitudine dei Valar, di odio per i Figli di Ilúvatar, di brama per le ricchezze costituite da gemme lucenti e soprattutto dai Silmaril (S 74) e allora prende a suscitare "visioni degli immensi reami che [gli Elfi] avrebbero potuto governare a proprio piacimento, potenti e liberi all'est". Quasi le stesse parole di Fëanor…14 Melkor assume un ruolo di tentatore paragonabile a quello di Lucifero, ma la sua vittoria è ancora più grande, perché non inganna il primo uomo, ma un intero popolo di esseri immortali e saggi (S 77).

Il primogenito di Finwë, del resto, ha un altro aspetto in comune con Melkor: si spinge alla ricerca dell'ignoto già prima della ribellione ai Valar (S 70), è sedotto dalla prospettiva di violare i termini imposti ai Figli di Ilúvatar, senza pensare alle conseguenze.



L'evoluzione della figura di Fëanor nell'opera di Tolkien

Il Silmarillion è pensato come un compendio, peraltro postumo, della storia dell'Universo, dalla creazione alla fine della Terza Era (la cui vicenda culminante, la distruzione dell'Unico Anello e la sconfitta di Sauron, è narrata ne Il Signore degli Anelli). Costituisce, sia narrativamente sia cronologicamente, una imponente cornice delle opere di maggior successo del professore di Oxford, che già dagli anni Dieci del Novecento decise di dotare l'Inghilterra di una mitologia sua, priva di sovrastrutture normanne o francesi.

Tolkien elaborò un enorme corpus di leggende, andate a confluire, prevalentemente, nei dodici volumi della History of the Middle-Earth, dei quali i primi due sono tradotti in italiano con i titoli di Racconti Ritrovati e Racconti Perduti (che contengono racconti risalenti al 1917) e nei Racconti Incompiuti.

Originariamente, Tolkien aveva pensato a Fëanor come primogenito non di Finwë, ma di tale Bruithwir, assassinato da Melkor quando si impadronisce dei Silmaril (RR 173). Il misfatto del Vala malvagio suscita "l'ira di Dei [Valar] e di Elfi", tanto che i primi addirittura precipitano nell'abisso un orgoglioso messaggero di Melkor (RR 178): la demarcazione tra male e bene, per Tolkien nel 1917, non è così netta come diventerà successivamente. Fëanor chiede il permesso ai Valar per lasciare Valinor, questo è negato (RR 180), egli pronuncia allora il suo ribelle e folle discorso, soffermandosi addirittura sui limiti degli uomini ("Un popolo triste, una gente che si rintana nel buio, dalle mani impacciate, stonata in canti e musiche, che dovrà lavorare ottusamente il suolo con arnesi grossolani" RR 181 – ma come fa a saperlo, dato che non li ha mai visti? Ricorre al dono della profezia?). Finwë Nolemë (l'appellativo significa "sapienza profonda, saggezza", RR 318) parla contro l'imprudenza di lasciare Valinor (anticipando quello che farà suo figlio Finarfin nel Silmarillion), ma, sebbene sia re, non è ascoltato (RR 196). Fëanor muore nel viaggio verso la Terra di Mezzo (RR 288), Finwë è ucciso nel corso della Battaglia detta delle innumerevoli lacrime (RR 291).

Nei Lays of Beleriand, terzo volume della Storia della Terra di Mezzo (contiene testi poetici appartenenti agli anni 1920-1925), Fëanor compare, come figlio di Finn (forma Noldor di Finwë), nel ruolo di protagonista di un poema, The Flight of the Noldoli from Valinor, poi abbandonato, che canta dell'uccisione degli alberi Telperion e Laurelin e riferisce il famigerato discorso dell'artefice dei Silmaril (LB 133-134). È anche menzionato nel Lai di Leithian, che racconta della riconquista del Silmaril da parte di Beren e Luthien, per aver plasmato i Silmaril e per il suo fatale giuramento (LB 210-211).

Nell'Earliest Silmarillion (1926-1930), contenuto in The Shaping of Middle-Earth, quarto volume della Storia della Terra di Mezzo, le vicende di Fëanor fino alla sua morte già rispecchiano la versione pubblicata postuma negli anni Settanta, con tre differenze fondamentali: Fingolfin non è figlio di una madre diversa (manca ancora una ragione di inimicizia tra i due principi), i Valar non chiedono a Fëanor i Silmaril per rianimare gli Alberi e Melkor (SME 22) vorrebbe fingere di parlamentare con il suo nemico, mentre nella versione definitiva della vicenda sembra temerlo poco (S 127)15. In questo testo è previsto anche che i Valar, dopo la definitiva sconfitta di Melkor, con due Silmaril ridaranno vita agli Alberi di Valinor, mentre il terzo resterà ad Eärendil (SME 41). Il Quenta, contenuto nello stesso volume e scritto negli anni Trenta, assomiglia maggiormente alla versione definitiva, con le differenze, già presenti nell'Earliest Silmarillion, che i Valar non chiedono a Fëanor i Silmaril e che la Battaglia sotto le stelle nella quale Fëanor perisce è considerata la prima battaglia per la Terra di Mezzo (SME 101), mentre nel Silmarillion definitivo essa è preceduta dalla battaglia tra le truppe del sire elfico Elwë, anche detto Elu Thingol, e quelle di Morgoth, da poco tornato nella Terra di Mezzo dopo l'uccisione degli Alberi e il furto dei Silmaril (S 113).

Il Quenta Silmarillion, elaborato prima del 1937 (LR 199), appare in The Lost Road and other Writhings, quinto volume della Storia della Terra di Mezzo, ed ha in comune con le due versioni precedenti che a Fëanor non sono richiesti i Silmaril dai Valar e che quella sotto le stelle è la prima battaglia per la Terra di Mezzo (LR 249).

Fëanor è menzionato tre volte nel Signore degli Anelli: quando Gandalf osserva la decorazione della porta di Moria, con la "stella della casa di Fëanor" (SdA 395), quando ancora Gandalf parla dei palantir, opera "dell'ineffabile mano e spirito di Fëanor" (SdA 746-747) e nell'Appendice A, aperta dal suo nome: "Fëanor fu il più grande degli Eldar [Elfi che migrarono in Occidente, a Valinor, dalla Terra di Mezzo dov’erano nati, S 409] in arte e scienza, ma anche il più orgoglioso e ostinato".

Una curiosità: in uno scritto tardo, Tolkien narra che Fëanor avrebbe voluto una ciocca dei biondi capelli di sua nipote Galadriel (RI 313), la quale peraltro gli fu sempre ostile (in lui avvertiva "un'oscurità che detestava e temeva") e rifiutò. Si diceva che la luce dei due Alberi Telperion e Laurelin fosse rimasta impigliata tra le trecce della principessa: da qui addirittura venne a suo zio l'idea di serbare in qualche modo la luce degli Alberi, con i Silmaril.



Un bilancio

Secondo Tom Shippey la colpa fondamentale di Fëanor e dei Noldor non è la superbia (si potrebbe comunque osservare che egli incarna alla perfezione questo vizio capitale) ma "il desiderio irrequieto di creare cose che possano riflettere o incarnare per sempre la loro stessa personalità"16. La caduta degli Noldor, quindi, è conseguenza del fatto che essi sono "più interessati alle loro creazioni che a quelle di Dio"17. Manwë (già in RR 176) li vede come "bambini capaci di pensare soltanto alla perdita delle loro belle cose". Anche a Tolkien, addirittura, le sue opere sarebbero care come a Fëanor lo erano i Silmaril18, e quindi tra autore e personaggio esisterebbe una certa affinità, ma su questo si potrebbe dissentire, perché probabilmente l'autore si sarebbe maggiormente riconosciuto nella figura del Vala Aulë, che prova piacere e orgoglio nell'opera della creazione (intesa come fabbricazione o costruzione, non come atto di far apparire qualcosa dal nulla, il che è possibile solo a Dio), non nel possesso né nella supremazia, e che "dà e non accumula" (S 16). Del resto, quale scrittore chiude in uno scrigno la sua opera di successo, come fa per lungo tempo Fëanor con i Silmaril? È vero, come osserva Franco Manni, che Tolkien, in vita, non pubblicò il Silmarillion, dopo il grande il grande successo de Il Signore degli Anelli (tenne quindi una gemma nello scrigno), ma io attribuirei questa sua scelta più a volontà di rivedere lo scritto e ad estremo perfezionismo che al geloso orgoglio di cui si può accusare Fëanor.

Un'altra questione riguarda il valore di Fëanor: egli giunge nella Terra di Mezzo, assale gli eserciti di Melkor, si spinge tra i nemici sopraffatti ben oltre l'avanguardia del suo esercito con intorno ben pochi amici, illudendosi di raggiungere Angband, la fortezza di Melkor, dalla quale accorrono i Balrog che lo feriscono mortalmente (S 128-129). Tolkien non apprezzava, però, questa forma di coraggio, o meglio, di temerarietà: ne Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorthelm egli riscrive la vicenda di un condottiero inglese, il duca di Essex morto nell'agosto del 991 (AF 195), che, con un "gesto di orgoglio e di cavalleria del tutto fuori luogo" (AF 196) permette ai Vichinghi di superare incolumi un guado ben difendibile perché si possa combattere alla pari. Così facendo condanna a morte la sua "casa", formata "dai cavalieri e dagli ufficiali scelti della sua guardia del corpo, alcuni dei quali membri della sua famiglia" che "continua a combattere finché i suoi componenti cadono tutti al fianco del loro signore".

Come invece scrive Franco Manni, “nei personaggi de Il Silmarillion […] l’autentico coraggio sta nella resistenza ad oltranza, anche quando appare chiaro che il nemico è invincibile”19, non nella folle temerarietà: si potrebbero citare gli esempi di Fingolfin che sfida a singolar tenzone Melkor (come mai tale "soddisfazione" non tocca a Fëanor?) o di Finrod che lotta contro un lupo mannaro inviato da Sauron nella segreta ove egli si trova con Beren. È diversa però la motivazione che spinge i personaggi: Fingolfin si sacrifica per il bene della Terra di Mezzo e, stranamente, Melkor nello scontro non gli tende alcun tranello, si avvale solo della sua incredibile forza fisica (S 189-190), Finrod si immola al posto di un uomo, Beren, che recupererà un Silmaril (S 215). Fingolfin e Finrod agiscono per carità, Fëanor per sete di vendetta e voglia di compiacere il proprio ego. Secondo Alex Lewis è la decisione dei fëanoreiani di bruciare le navi dei Teleri senza traghettare le truppe di Fingolfin e dei figli di Finarfin a provocare probabilmente la morte di Fëanor20, ma questi sarebbe stato sopraffatto comunque, per superbia, indipendentemente dalla consistenza numerica del suo esercito, perché è proprio dei superbi sottovalutare l'avversario. La scelta tatticamente sbagliata, infatti, non sta nell'abbandonare al loro destino le genti di Fingolfin e dei figli di Finarfin, il che è moralmente sbagliato, ma nel superare l'avanguardia del proprio esercito. Bisogna in ultima analisi concordare con Christopher Garbowski che: "I prototipi dell'eroe dell'azione consapevole secondo la mitologia presentata nel Silmarillion sono Beren e Lúthien che, nonostante ogni previsione contraria, riescono a sottrarre un Silmaril a Morgoth" (a differenza di Fëanor e dei Noldor in genere)21.


Istigare i Noldor alla rivolta e alla fuga sarebbe una felix culpa di Fëanor, in quanto dà origine a canti destinati a durare nei secoli22, cosicché "una bellezza mai prima concepita possa apparire in Eä" [nell'Universo23] (S 116). È però possibile che la "bellezza mai prima concepita" nell'Universo sia “solo” una Letteratura, che per giunta prende spunto dalle gesta, ma più spesso dai misfatti, dei Noldor e di un loro sire? Più probabilmente la culpa di Fëanor è felix in altro senso: egli, riportando i Noldor nella Terra di Mezzo, fa sì che essa e gli Uomini, più fragili degli Elfi, non siano totalmente in balia di Melkor, diventa, in maniera del tutto involontaria, strumento (per usare la definizione di Shippey tratta da C. S. Lewis24) di Ilúvatar a salvaguardia dei suoi figli secondogeniti. Forse la "bellezza mai prima concepita in Eä" è proprio l'Umanità.


[ringrazio per i loro contributi la prof.ssa Giordana Sala e il prof. Franco Manni]


1 Si dà di seguito un elenco di opere di Tolkien consultate con le relative abbreviazioni. SdA: J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Geoge Allen & Unwin, 1950-1967, Bompiani, Milano 20001, 200419; AF: J. R. R. Tolkien, Albero e Foglia, Rusconi, Milano 1976; (la citazione è tratta da pag. 384); S: J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Rusconi, Milano 1978; LB: J. R. R. Tolkien, The Lays of the Beleriand, HarperCollins, 1994; RR: J. R. R. Tolkien, Racconti Ritrovati, Bompiani, Milano 2000; RP: J. R. R. Tolkien, Racconti Perduti, Bompiani, Milano 2000; RI: J. R. R. Tolkien, Racconti Incompiuti, Bompiani, Milano 2001; SME: J. R. R. Tolkien, The Shaping of Middle-Earth, HarperCollins, 2002; LR: J. R. R. Tolkien, The lost Road and other Writings, HarperCollins, 2002. Gli scritti dal Silmarillion in poi sono pubblicati postumi e a cura di Christopher Tolkien.

2 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 1.

3 Come segnala Tom Shippey in J. R R. Tolkien: La via per la Terra di Mezzo, Marietti 1820, Genova-Milano 19821, 2005, p. 342.

4 Si vedano a questo proposito, solo per ricordare alcuni titoli: J. R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, Bompiani, Milano 2001; Paolo Gulisano, Tolkienil mito e la grazia, Ancora, Milano 2007; AA. VV., Tolkien e la filosofia, Marietti, Genova-Milano 2011; Stefano Giannatempo, Dalla Terra di Mezzo alla teologia pop, Claudiana, Torino 2014.

5 AA. VV., La missione della compagnia dell'Anello in Franco Manni (a cura di), Tolkien e la Terra di Mezzo, Grafo, Brescia 2003, p. 74 (l'intero intervento copre le pagine da 67 a 75).

6 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 1.

7 Shippey, J. R R. Tolkien: La via per la Terra di Mezzo…, p. 337, p. 347: Shippey, in questo secondo passo, ricorda il celebre episodio in cui Tolkien lesse i versi, contenuti nel Libro di Exeter, di Cristo o L'Avvento: "Eala earendel, engla beorhtast/ ofer middangeard monnun sended" (Oh, Earendel, il più splendido fra gli angeli, inviato agli uomini sulla Terra di Mezzo) e ne trasse ispirazione (come del resto dal poema Kalevala) per il Silmarillion e per la figura di Eärendil, che riuscì finalmente, grazie al Silmaril tolto a Melko dall'umano Beren, a tornare nel Reame Beato, ove chiese aiuto per gli Elfi e per gli Uomini contro lo stapotere di Melkor. La sua nave, con il Silmaril, fu tramutata in stella, da lui guidata nei cieli.

8 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 2.

9 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 2.

10 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 2.

11 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 2.

12 Prima Lettera ai Corinzi, 13, 4-6.

13 Prima Lettera ai Corinzi, 1, 19.

14 S 96: "A lungo [Fëanor] parlò, di continuo sollecitando i Noldor a seguirlo e a guadagnarsi, mediante la loro prodezza, libertà e grandi regni nelle terre dell'Est, prima che fosse troppo tardi; poiché faceva eco alle menzogne di Melkor". Si veda anche S 95: "Poi, all'improvviso, Fëanor comparve nella città [Tirion, città degli Elfi] e convocò tutti alla alta corte del Re sulla cima di Túna [verde collina sulla quale era stata costruita Tirion]; ma la condanna del bando decretato contro di lui non era stata ancora tolta, e la sua costituiva una ribellione contro i Valar. Gran folla pertanto si radunò in fretta, per udire ciò che avrebbe detto; e il colle e le scalinate e le strade che vi si arrampicavano erano illuminate dalla luce di molte torce, ciascuno reggendone in mano. Fëanor era maestro di eloquenza, e la sua lingua aveva grande potere sui cuori quando voleva usarne; e quella notte pronunciò di fronte ai Noldor un discorso che essi mai dimenticarono. Fiere e impetuose erano le sue parole, ridondanti di collera e di orgoglio; e, all'udirle, i Noldor furono colti da pazzia. L'ira e l'odio di Fëanor andavano soprattutto a Morgoth, eppure quasi tutto ciò che diceva era frutto delle menzogne di Morgoth stesso [corsivo mio].

15 "Nessun racconto riferisce che cosa Morgoth abbia pensato in cuor suo alla notizia che Fëanor, il suo nemico più accanito, aveva portato una schiera dall'Occidente. Può darsi che poco lo temesse, perché sino a quel momento non aveva assaggiato le spade dei Noldor; e ben presto si vide che si riprometteva di ricacciarli in mare" (S 127).

16 Shippey, J. J. R Tolkien, la via per la Terra di Mezzo…, p. 341.

17 Shippey, J. J. R Tolkien, la via per la Terra di Mezzo…, p. 341.

18 Shippey, J. J. R Tolkien, la via per la Terra di Mezzo…, p. 341.

19 Franco Manni, Introduzione a Tom Shippey, Tolkien autore del secolo, Simonelli, Milano 2004, p. 21.

20 Alex Lewis, Il problema della scelta, in Franco Manni (a cura di), Tolkien e la Terra di Mezzo…, p. 31 (l'intero contributo di Lewis copre le pagine da 27 a 40).

21 Christopher Garbowski, La Terra di Mezzo di Tolkien e la spiritualità per il mondo reale in Franco Manni (a cura di), Mitopoiesi. Fantasia e Storia in Tolkien, Grafo, Brescia 2005, p. 69 (l'intero contributo copre le pagine da 61 a 72).

22 Shippey, J. J. R Tolkien, la via per la Terra di Mezzo…, p. 342.

23 Come ricorda Beppe Roncari ne La cosmologia della Terra di Mezzo, in Franco Manni (a cura di), Introduzione a Tolkien, Simonelli, Milano 2002, p. 234 (l'intero contributo copre le pagine 225-239): Eä è l'Universo, Arda è il Sistema Solare, Imbar è il pianeta Terra (secondo gli Uomini di Numenor). Arda però può anche essere semplicemente identificata con la Terra.

24 Shippey, J. J. R Tolkien, la via per la Terra di Mezzo…, pp. 333-334.