Pubblichiamo (per la prima volta su “Endòre”) lo intervento di Virttoria Alliata fatto in occasione del Convegno “Tolkien e la Terra di Mezzo” del 2004 a Brescia



Una nuova Compagnia dell’Anello



di Vittoria Alliata di Villafranca



Scrivo una breve nota perchè...del mio intervento al convegno di Brescia non resta traccia: cancellato, scomparso. Non mi stupisce, accade quasi sempre così. Accade ai viandanti, ai profughi, ai pellegrini. A chi rifiuta l’accumulo, la capitalizzazione del proprio lavoro, la costruzione della propria immagine. Certo non accadrebbe a Oriana Fallaci.

E anche stavolta sono contenta che sia successo. Mi costringe a riaffrontare il “problema” Signore degli Anelli, accantonato trent’anni fa: quando mi sono resa conto che era impossibile impedire che il libro fosse manipolato, le tesi dell’autore stravolte, e finanche la memoria di Tolkien devastata dalle beghe pseudopolitiche di un’Italia sempre più provincia degli imperi – allora opposti, oggi omologati.

Chi ero per impedirlo? Solo la traduttrice. Una diciottenne che, nel Sessantotto, si stava per laureare con una tesi in diritto islamico sui rapporti fra cristiani, musulmani, drusi ed ebrei in Medio Oriente, delineando scenari di guerra derisi dai “baroni” dell’Università di Roma. La mia contestazione era – già allora – planetaria. Lontana da Elemire Zolla come da Cohn-Bendit, frequentavo i “salotti” degli uni e degli altri con equivalente distacco. Approdata a Milano, mentre “la meglio gioventù” di entrambe le parti conduceva azioni dinamitarde sul campo, io combattevo dalle patinate pagine di “Vogue” l’eccentrica battaglia degli artisti concettuali. Cancellavano libri, allestivano invendibili mostre e si crocifiggevano su scena per protestare contro la mercificazione dell’arte. Volevano restituire all’artista il compito di cambiare il mondo, di riportare l’amore negli animi, il rigore in politica, la pace in terra. Erano piccoli hobbit di fronte a quel Saruman che, da oltreoceano, ci riversava addosso gli invincibili feticci dell’arte massmediatica.

Di Tolkien ero solo la traduttrice. A quindici anni, puntigliosa e stacanovista, avevo preso in mano quell’immenso volume e le centinaia di pagine di note ai traduttori, scritte a macchina dal Maestro in persona, e affrontato l’onere di consegnare alla storia letteraria italiana il testo impopolare di un autore sconosciuto che parlava di mondi inesistenti in un linguaggio atemporale. Nel l966, quando Ubaldini (della casa editrice Astrolabio) me lo aveva affidato, nessuno sapeva chi fosse Tolkien. E anche nel 1971, quando tradussi per Rusconi gli ultimi due volumi su richiesta di Alfredo Cattabiani, Tolkien rimaneva pressoché uno sconosciuto. Il primo volume non aveva avuto  successo, forse per la natura stessa di Astrolabio, editore di testi impegnativi, destinati soprattutto a studiosi di orientalistica. E comunque quelli erano anni in cui i ragazzi facevano politica, leggevano saggi o poesia, esploravano eros e psichedelico, dibattevano di libretti rossi, neri, verdi, ma soprattutto ripudiavano i classici, ancor più se contemporanei. 

Un’“enfant prodige”, per quanto alternativa e di buona famiglia, non aveva alcun potere di persuasione sui grandi intellettuali, di destra o sinistra che fossero. Invano avevo protestato contro l’introduzione di Zolla che sembrava voler dissuadere dalla lettura chiunque non appartenesse a una setta segreta di intelletti superiori. Alfredo Cattabiani era un signore garbato, affabile, ma a modo suo, da discepolo di De Maistre, anche lui era in guerra, seppur per conto di un editore per molti versi ammirevole, cui dobbiamo le prime traduzioni italiane di Guénon e di Koomaraswamy. E come lui erano “in trincea” i suoi collaboratori. Non capivano che Tolkien, reduce da un terribile fronte bellico, le guerre invece le odiava.

Aveva scritto, come un antico cantastorie omerico, un’epopea che ne mostrasse gli orrori, e indicasse ai popoli le virtù da sviluppare per difendere un pianeta di cui temeva la catastrofe fisica e soprattutto spirituale. A coloro che a tutti i costi cercavano di identificare Mordor, rispondeva che il Signore degli Anelli non era un’allegoria, e non indicava un “nemico” esterno sul quale addossare colpe e ritorsioni: un nemico che allora per i Campi Hobbit era il comunismo, e oggi per Quirino Principe sono il Sud e l’Islam.

Secondo il suo autore, Il Signore degli Anelli doveva dar vita ad esempi di quella pietas eroica che caratterizza tutti i testi epici del mondo, sia occidentali che orientali, sia nordici che mediterranei, secondo i quali la salvezza di tutti è compito di ciascuno. Per sottolineare questo aspetto, dopo due brutte esperienze di traduzioni inesatte, Tolkien aveva redatto una guida che forse fui proprio io una delle prime a ricevere, da cui risultava in modo inequivocabile la volontà dell’autore di rendere familiari e quasi intimi i nomi e i toponimi che elencava via via, proprio perché il lettore si sentisse parte in causa e protagonista dell’avventura. Così anche gli Orcs dovevano risultare piccoli esseri spregevoli di quotidiana frequentazione e non i mitici Ogres combattuti solo da eroi leggendari. Come a dire che c’è un orchetto in ognuno di noi da individuare, e sistematicamente combattere. Insieme si era quindi concordato Borsi-Sacconi, Becco, e i molti altri cognomi che invano tentai di difendere contro l’utopia pagano-britannica del curatore.

L’Inghilterra, per Tolkien, non era migliore della Sicilia. Anzi. Dal viaggio iniziatico di Enea aveva tratto ben più ispirazione per la sua Compagnia dell’Anello che non dall’Edda. I suoi eroi avevano una missione analoga e simmetrica a quella cantata da Virgilio: mentre Enea doveva mettere in salvo, nel nuovo sito prescelto dagli dei, il Fuoco Sacro di Troia, il  nostro compito è di salvare l’intero pianeta, distruggendo nel fuoco sacro dell’amore il terribile potere che oggi lo governa: l’arroganza. Come chiaramente dimostra il finale “a sorpresa”, il merito dell’impresa non va a Frodo. A distruggere l’Anello è l’umile e dimesso servo Sam, insieme al povero, mostruoso Gollum, infine redento grazie alla forza di un amore sconfinato.

E allora, mentre navigo fra Mellon e Digilander, fra l’Ordine della Fiamma e lo special de “L’Unità”, fra siti di videogiochi e proclami padani, fra forum e giochi di ruolo e decine di commenti alla mia traduzione e alle modifiche (non condivise) dell’ultima costosa edizione, mi domando: ma se tutte queste energie di milioni di fans del Signore degli Anelli, invece di disperdersi su questioni di stile, su vocaboli controversi, sulla metrica delle poesie, o su contraddittorie interpretazioni (comunque tutte lontane dallo spirito dell’opera e del suo autore), si unissero invece per portare avanti il grande progetto di Tolkien? Se insomma, nani, elfi, gnomi e raminghi, ent, hobbit, uomini e mezzuomini di oggi, ci mettessimo insieme, da nord a sud, da est a ovest di questa nostra Terra di Mezzo aggredita dagli uruk kai di una guerra planetaria che nulla risparmia, e costituissimo ora, subito, appena lette queste parole, la Compagnia dell’Anello, non credete che reciteremmo l’unico vero gioco di ruolo che ci ha assegnato Tolkien?

E allora, cosa aspettiamo?