J. R. R. Tolkien, La reincarnazione degli Elfi e altri scritti, Marietti 1820, Genova 2016



di Vincenzo Gatti



Nel 2016, la casa editrice Marietti 1820 pubblica, attribuito a J. R. R. Tolkien, l’agile volumetto La reincarnazione degli Elfi e altri scritti. Esso consta delle seguenti parti: l’Introduzione di Roberto Arduini e Claudio A. Testi, la Lista delle abbreviazioni usate nel testo, gli Scritti sulla reincarnazione degli Elfi di J. R. R. Tolkien (che coprono circa un terzo dell’intero libro), l’Effigie degli Elfi di Michaël Devaux, il Glossario di termini elfici di Carl F. Hostetter.

Si può notare già da questo indicativo elenco dei contenuti la varietà delle questioni affrontate nel saggio.

L’Introduzione presenta in maniera chiara e definitiva le tesi fondamentali del testo (cito testualmente): “I. La reincarnazione degli Elfi in Tolkien è un elemento costante”; “II. La «reincarnazione» elfica resta sempre distinta sia dalla cristiana resurrezione dei corpi sia da altri tipi di reincarnazione, per quanto la «ricostituzione del corpo» rispetto al «rebirth» avvicini la reincarnazione elfica alla resurrezione”; “III. Ciò che spinge Tolkien a questi cambiamenti non sono tanto convinzioni «confessionali», quanto motivazioni interne alla narrazione e alla ricerca di coerenza del mondo secondario”.

La Lista delle abbreviazioni usate nel testo ci consente di prendere in esame la grande varietà delle opere di Tolkien. La si può vedere, insomma, come un’ottima guida per il principiante: fa riferimento a ben quaranta scritti, pochi dei quali tradotti in Italiano.

Si apre poi l’importante sezione Scritti sulla reincarnazione degli Elfi, che propone La conversazione tra Manwë ed Eru del 1959, con relativi commenti dell’Autore e note alla traduzione; Inizio di una versione riveduta e ampliata della “ Conversazione”; “La Reincarnazione degli Elfi. La Catastrofe Númenóreana e la Fine di Arda “Fisica” (circa 1959-primavera del 1966); Alcune note sulla “rinascita”, reincarnazione per ricostituzione, fra gli Elfi. Con una nota sui Nani.

Ai testi tolkeniani segue un interessante saggio di Michaël Devaux, dal titolo L’effigie degli Elfi. Lo studioso anticipa che seguirà lo schema dei corsi di grammatica medioevale, basati su Emendatio, Enarratio, Iudicium.

L’Emendatio è una dettagliatissima descrizione filologica dei manoscritti e dei dattiloscritti di Tolkien usati per l’opera presente, l’Enarratio analizza i contenuti, partendo dall’individuazioni di stili detti rispettivamente “antico”, “filosofico” (“interno” se riferito al cotesto dell’opera di Tolkien, “esterno” se riferito al pensiero filosofico in generale), per proseguire con problemi di datazione e con gli argomenti, esposti in chiare tabelle comparative. Nell’Enarratio s’inserisce l’utilissimo Glossario dei termini elfici.

Lo Iudicium propone confronti filosofici con Leibniz (anche se nella nota 80 a pagina 82 del libro si precisa: “Nessun indizio permette di affermare che Tolkien abbia letto Leibniz”), riferimenti teologici che implicano confronti con il buddismo, con la storia della reincarnazione nell’Occidente, con l’hamr scandinavo (anche Schopenhauer, apprendiamo, fa riferimenti all’Edda in merito alla reincarnazione). Devaux conclude con citazioni del Concilio di Trento e del recente Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il paragrafo Questioni annesse, infine, coinvolge la teoria chimica degli isotopi e una ipotetica collocazione del reame beato di Aman in America.

Dal saggio preso in esame, ma anche in riferimento ai più noti scritti di Tolkien, emerge tale questione: per gli Elfi la morte costituisce una sorta di eccezione, ed è bene ricordarlo. Essi sono potenzialmente immortali: basti pensare a Galadriel, che attraversa più o meno incolume quattro ere. La morte di Miriel, madre di Fëanor, costituisce quindi motivo di imbarazzo per lo stesso Manwë, capo dei Valar, anche perché ella muore dopo aver dato alla luce un figlio, cioè per un atto naturalissimo, esausta per la gestazione di sì grande figlio. Innegabilmente però la sua è una scelta volontaria: la moglie di Finwë vuole scomparire. Manwë sottopone comunque la questione del destino degli spiriti elfici al Dio supremo. Questi rende possibile la loro reincarnazione.

Si pongono allora vari problemi. La reincarnazione non è indiscriminata, ma riguarda spiriti o probi già in partenza o rieducati, meglio se non coniugati. Bisogna chiarire se reincarnazione sia rinascita: probabilmente no, perché sarebbe un dolore per i secondi genitori vedere che il loro figlio ricorda una sua precedente vita, segue un suo cammino di crescita che li rende sempre più marginali. Egli non sarebbe, insomma, del tutto loro.

È più facile, inoltre, credere che il reincarnato torni ad Aman, come il Silmarillion lascia intendere per Finrod, che passeggia con suo padre Finarfin: o anche Finarfin è morto, e allora entrambi si trovano nelle Aule di Mandos, oppure per i suoi grandi meriti, sebbene la sua spoglia terrena sia nella Terra di Mezzo, Finrod è fornito di un nuovo corpo. Glorfindel rappresenta un’eccezione significativa: è menzionato sia ne Il Silmarillion sia ne Il Signore degli Anelli e di certo è la stessa persona. Muore nella Terra di Mezzo, lì ritorna. A prescindere dal fatto che si tratta, anche in questo caso, di un Elfo particolarmente eroico e meritevole, degnissimo che il corpo gli sia insomma restituito, Tolkien si limita a scrivere, nella versione embrionale de Il Signore degli Anelli (un volume della History of the Middle-Earth) che è lo stesso de Il Silmarillion, senza aggiungere altre considerazioni.

Ad ogni modo, si deve forse ricordare un aspetto: gli Elfi sono poco prolifici, specie in rapporto alle migliaia di anni che vivono. Se prendiamo in considerazione Finwë, capostipite dei re dei Noldor, egli ha solo tre figli, che raramente a loro volta procreano. Fingolfin è padre di Turgon e Fingon, ad esempio. Entrambi generano rispettivamente una figlia, sposa di Tuor, un uomo e un figlio, Fingon, il quale è il solo a dare un bisnipote elfico, Erenion, a Finwë. Mi azzardo a supporre che se un elfo morisse potrebbe rinascere dagli identici genitori.

Per la loro longevità gli Elfi appaiono tutti all’incirca contemporanei. Questo aspetto andrebbe forse messo in luce: se un elfo rinascesse dagli stessi genitori, purché essi non fossero morti? Non si porrebbero i problemi sui quali Devaux e lo stesso Tolkien si soffermano. Se per gli Elfi avvenisse come per il Maya Gandalf dopo la lotta con il Balrog, cioè tornassero semplicemente nella Terra di Mezzo? E di Gandalf e degli altri stregoni bisogna ricordare anche che letteralmente non nascono, bensì vengono nella Terra di Mezzo. Così può aver fatto lo stesso Glorfindel, forse seguendo Elrond dopo la sconfitta di Melkor.

Gli esempi di Lútien e Beren come reincarnati non sono a parere di chi scrive paragonabili a quelli citati nel saggio: il primo è un uomo, un Secondogenito, l’altra si reca da viva nelle Aule di Mandos, come Eracle, Orfeo, Teseo, Enea, Dante si recano nell’Aldilà. Il ritorno della principessa elfica non è certo una reincarnazione.

Indipendentemente da tutte queste considerazioni, comunque, il libro La reincarnazione degli Elfi e altri scritti fornisce numerosi spunti molto significativi e, sebbene sia più fruibile per chi abbia rudimenti di filologia e filosofia, oltre a conoscere Il Silmarillion e Il Signore degli Anelli, è una lettura piacevole per tutti.