Galadriel



di Vincenzo Gatti

Introduzione

Strano destino quello del personaggio Galadriel: nelle principali opere di Tolkien, è presente dagli albori della Prima era alla fine della Terza era. Si vede morire intorno tutti i Noldor più superbi e più valorosi, non può (o non vuole) tornare a Valinor dopo la cattura di Melkor che pone fine al Quenta Silmarillion, per almeno un’era rimane praticamente inattiva.

È particolarmente appropriato che sia lei, quando si apre il film di Jackson, a dire: “Il mondo sta cambiando…”, battuta presa in prestito da Barbalbero che in realtà la pronuncia nel romanzo. È doloroso, per Galadriel, questo inevitabile mutamento, che trascende persino la malvagità di Sauron, (responsabile dell’ennesima crisi nella Terra di Mezzo, quella su cui s’impernia Il Signore degli Anelli), ma che è frutto della Provvidenza: il tempo degli uomini è ormai giunto. Il dolore della Dama rinvia a quel sentimento della perdita che è tema fondamentale dell’opera tolkeniana (“‘un senso di perdita’ perdita della bellezza, perdita dei linguaggi, perdita delle poesie”1). A proposito del ruolo della Dama e degli elfi in generale è proprio l’autore, che in una lettera osserva2:

Ma gli Elfi non sono completamente buoni e nel giusto. Non tanto perché hanno flirtato con Sauron; quanto perché con o senza il suo aiuto erano degli “imbalsamatori”. Volevano la botte piena e la moglie ubriaca: vivere nella Terra di Mezzo, nella storia e tra i mortali, perché orami ci erano affezionati (e forse perché lì avevano tutti i vantaggi di essere una casta superiore) e così tentare di fermare i cambiamenti e la storia, fermare la sua crescita, considerarla un luogo di delizie, anche se in gran parte deserta, dove loro potevano essere gli “artisti” – e contemporaneamente essere pieni di tristezza e di rimpianto nostalgico.

Tutti questi sentimenti sono presenti nella principessa elfica: in merito alla sua sete di potere, basti pensare all’episodio della partenza da Valinor (“Galadriel, unica tra le donne a stare quel giorno [quello in cui Fëanor persuade i Noldor a partire per la Terra di Mezzo] alta e animosa tra i principi impegnati a contesa, si disse pronta ad andare […] perché bramava vedere quelle terre non vigilate e avere quivi un dominio proprio”)3.

Malinconia si trova nelle parole che precedono l’episodio in cui Frodo le offre l’Unico Anello: “Lothlórien dovrà svanire, spazzata via dalle onde del Tempo. Noi partiremo verso l’Ovest, altrimenti ci ridurremo ad essere un rustico popolo di valle e caverna, che lentamente oblia, e lentamente viene obliato” (La Compagnia dell’Anello, capitolo Lo specchio di Galadriel).

Gli Elfi di Lothlorien sono artisti sia per quello che producono, come si può vedere a proposito degli oggetti offerti a Frodo e ai suoi compagni, sia per la loro apparente capacità di fermare il tempo, che influisce anche sulla vegetazione. Sono definiti tali anche in un interessante confronto con Tom Bombadil, che mette in risalto le differenze tra loro, Galadriel in primis, e la buffa ma potente entità (Realtà p. 218, lettera a Peter Hastings, mai spedita):

[Tom] è un’allegoria, un esempio, la scienza naturale pura (reale) che ha preso corpo; lo spirito che desidera conoscere le altre cose, la loro storia e la loro natura, perché sono “diverse” e totalmente indipendenti dalla mente che indaga, uno spirito che convive con una mente razionale, e che non si preoccupa affatto di “fare” qualcosa con la conoscenza […]. Nemmeno gli elfi sono così: prima di tutto loro sono artisti.

Sempre in una lettera, del 6 marzo 1973 (Realtà, p. 482) Tolkien ci spiega l’etimologia del nome Galadriel e fa riferimento a competizioni atletiche cui ella prendeva parte:

Galadriel, come tutti gli altri nomi propri di Elfi nel Signore degli Anelli, è una mia invenzione. È un nome Sindarin (vedere le appendici E ed F) e significa “fanciulla incoronata da capelli lucenti”. È un secondo nome che le è stato dato quand’era giovane, nel lontano passato, perché aveva lunghi capelli che brillavano come oro ma erano anche venati d’argento. Allora era un’amazzone e si legava i capelli come una corona quando prendeva parte a competizioni atletiche.



Galadriel ne Il Silmarillion

Ne I racconti perduti e ne I racconti ritrovati Tolkien in pratica non parla di Galdriel. Dato il peso straordinario che ella assume ne Il Signore degli Anelli, si può affermare che la Galdriel del Silmarillion sia figura di quest’ultima: il suo ruolo raggiunge il culmine nell’opera della maturità.

Un secondo aspetto va pertanto sottolineato: l’unica figlia di Finarfin nel Silmarillion, specie nel Quenta, non riveste un ruolo particolarmente rilevante. Lúthien è l’eroina del testo, seguita da Idril, persino da Aredhel, figlia di Turgon suo cugino o da Finduilas, figlia di Orodreth suo fratello.

Galadriel è citata nell’opera dodici volte, contro le ventisette di Finrod suo fratello. È la più bella di tutta la casata di Finwë (S 69); trova l’appoggio di Fingon nella volontà di partire per la Terra-di-Mezzo sebbene i Valar siano contrari (S 97); contribuisce a guidare gli Elfi nella traversata dei terribili ghiacci dell’Helcaraxë dopo che Fëanor fa bruciare le navi (S 106); è ospite di Thingol (S 137), ma non vuole rivelare nulla a Melian, sua moglie, della maledizione che pesa sui Noldor (S 154); è confidente dell’eroico fratello Finrod che con lei predice il proprio destino di morte (S 209); non è propensa a lasciare la Terra-di-Mezzo dopo la Guerra d’Ira (S 320). Se “è logico presumere che assisté alla rovina del Doriath” (RI 318)4, terra di Melian e di Thingol, è singolare notare che non intervenne in alcun modo per scongiurarla, nonostante in seguito potesse tener testa allo stesso Sauron (come ella stessa afferma ne La compagnia dell’Anello). Ne Gli Anelli del Potere e la Terza Età, conclusione del Silmarillion e della saga di Tolkien, si dice che possiede l’Anello di Diamante ed è regina degli Elfi silvani (S 376; i suoi superbi cugini, figli di Fëanor, inorridirebbero per questa definizione, visto che consideravano Elfo scuro persino Thingol!); vorrebbe Mithrandir, cioè Gandalf a capo del Bianco Consiglio (S 379).



Sviluppi della figura di Galadriel

Il Signore degli Anelli suscitò vasta eco, così Tolkien fu spinto a riflettere ulteriormente sui personaggi della sua opera più nota, sia nelle lettere de La realtà in trasparenza, sia negli scritti confluiti ne I Racconti Perduti. Christopher Tolkien, in quest’opera, mette in evidenza che il processo di sviluppo di Galadriel fu particolarmente complesso: cita innanzitutto una lettera di suo padre risalente al 1967, secondo la quale la Dama fu perdonata e richiamata a Valinor per aver lottato contro Sauron e aver rifiutato l’Unico Anello (RI 312).

Un mese prima di morire Tolkien scrisse che Galadriel si oppose con ogni mezzo alla ribellione di Fëanor, lottando contro di lui quando aggredì i Teleri ad Alqualondë (RI 316): la principessa stava diventando una vera antagonista del suo volitivo cugino, tanto che addirittura avrebbe raggiunto la Terra-di-Mezzo prima di lui. Nello stesso luogo si legge che comunque avrebbe voluto recarsi nella Terra-di-Mezzo, ma col permesso di Manwë, con una nave appositamente predisposta da Celeborn, all’epoca Elfo dei Teleri (RI 316). In un testo sull’amore tra Galadriel e Celeborn non si fa alcun cenno al bando contro il ritorno a Valinor subito dalla donna elfica, che quindi rimarrebbe nella Terra-di-Mezzo proprio per lottare contro Sauron (RI 319).

Galdriel vive a ovest di Moria, in concordia con i nani (ecco perché accoglie favorevolmente Gimli ne Il Signore degli Anelli, oltre che per il suo animo generoso) ma prende contatti con il regno Nandorin di Lórinand (RI p. 322). Ella si trova nell’Eregion (“reame Noldorin fondato nella Seconda Età da Galadriel e Celeborn”, RI p. 570) ed è diffidente e ostile nei confronti di Sauron che si atteggia a benefattore degli Elfi (RI 323).



Galadriel e la cortesia

Il concetto di cortesia si collega strettamente a quello di liberalità: agli otto viandanti della Compagnia giunti da lei dopo la tragica (ma breve) dipartita di Gandalf, Galadriel offre doni, secondo un concetto greco di ospitalità, che si riveleranno in genere risolutivi per lo sviluppo della vicenda:

  1. Ad Aragorn una guaina per la spada Anduril riforgiata da Elrond e soprattutto il gioiello Elessar, con il quale il sire umano riacquista lo splendore della giovinezza;

  2. A Boromir una cintura d’oro;

  3. A Legolas un arco potente, la cui corda è di capelli elfici;

  4. A Gimli qualcosa di straordinario, su cui ci si soffermerà in seguito;

  5. A Merry e Pipino delle spille e dei pugnali. Proprio una spilla lasciata volutamente cadere dagli hobbit servirà affinché siano ritrovati da Aragorn, Legolas e Gimli;

  6. A Sam della terra di Lothlorien e un seme, con i quali rimedierà ai guasti inferti da Saruman alla Contea;

  7. A Frodo una fiala con la luce della stella Eärendil come si riflette nello “specchio”, cioè il corso d’acqua tramite il quale ella prevede il futuro. Questa si rivelerà risolutiva, specie nella tana del gigantesco ragno Shelob. Del resto Frodo è un nuovo Eärendil: come il primo libera Elfi e Uomini da Melkor, perorando per la causa di entrambi presso i Valar, così lo Hobbit cancella la minaccia di Sauron. Poco importa che si arroghi l’Unico Anello. Gollum giunge a rubarlo per perderlo definitivamente, mantenendo, sia pure in maniera involontaria, il giuramento che non sarebbe stato mai più di Sauron.

A tutti Galadriel procura sia vesti tessute da lei, mimetiche e isolanti, sia il “pan di via”, Lembas, energetico e nutriente.

Galadriel, ne Il Signore degli Anelli, ispira un amore cortese che ritorna in vari luoghi del romanzo e, specialmente, in due passi de La Compagnia dell’Anello, in uno de Le Due Torri e in uno de Il Ritorno del Re. Nel primo episodio che si prenderà in esame, Celeborn, marito di Galadriel, esprime tutto il suo dolore per la morte di Gandalf ad opera del Balrog, e accusa Gimli il Nano, appartenente ad un popolo malvisto dagli elfi e specialmente da quelli di Lothlorien, incantato reame di Galadriel, anche perché con i loro picconi, scavando troppo in profondità, avrebbero risvegliato il Balrog (demone) detto “Flagello di Durin”. Il nano è cupo e addolorato, ma la Dama interviene parlando nella sua lingua, dimostrandogli amicizia e comprensione (ella, in effetti, come si è già visto, ha sempre nutrito amicizia e fiducia per i nani, come molti dei Noldor). Si produce il passo (Signore degli Anelli, capitolo Lothlorien):

«Non pentirti di aver accolto il Nano. Se il nostro popolo avesse conosciuto un lungo esilio lontano da Lothlórien, quale dei Galadhrim passerebbe nelle vicinanze senza il desiderio di rivedere l’antica dimora, fosse anche divenuta un covo di draghi? Nemmeno Celeborn il Saggio vi riuscirebbe.

«Oscura è l’acqua del Kheled-zâram, e gelide le sorgive di Kibil-nâla, ma splendidi erano i saloni dalle mille colonne, a Khazad-dûm nei Tempi Remoti prima della caduta dei potenti re della roccia profonda». Il suo sguardo si posò su Gimli, che sedeva accigliato e triste, ed ella sorrise. Ed il Nano, udendo pronunciare i nomi nella propria antica lingua, levò gli occhi incontrando i suoi; e gli parve di penetrare nel cuore di un nemico all’improvviso, e di trovarvi amore e comprensione. Meraviglia comparve sul suo volto, ed egli rispose con un sorriso.

Si alzò goffamente, ed inchinandosi alla maniera dei Nani disse: «Ma ancor più splendida è la viva terra di Lórien, e Dama Galadriel più preziosa di tutti i gioielli nascosti nei luoghi profondi!».

Così nasce un sentimento medioevale di devozione come quello che lega Gimli a Galadriel, ma bisogna sottolineare adeguatamente le parole: “Quale dei Galadhrim passerebbe nelle vicinanze senza il desiderio di rivedere l’antica dimora, foss’anche divenuta un covo di draghi?”. È sempre difficile lasciare la terra natia, ai tempi di Gimli come a quelli di Dante (Tu lascerai ogne cosa diletta/ più caramente; e questo è quello strale/che l'arco de lo essilio pria saetta. // Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.”, Paradiso XVII, vv. 54 ss), come ai nostri giorni. Dovremmo ricordarcene, come Galadriel, che si rivolge al Nano nella sua lingua, per farlo sentire meno estraneo.

Non stupisce dunque la reazione riconoscente del guerriero, che paragona la Dama a un gioiello. Non si può neppure dimenticare che, in fondo al cuore, Galadriel è doppiamente esule: da Valinor (per la Sorte di Mandos) e, forse, dalla Terra-di-Mezzo (perché andrà incontro al destino di svanire se non la abbandonerà5).

Un altro passo raggiunge vette incredibili di raffinatezza ed esprime una nobiltà difficilmente concepibile e nello stesso tempo sublime; Gimli chiede come dono a Galadriel un capello:

«E quale dono un Nano gradirebbe ricevere dagli Elfi?», domandò Galadriel rivolgendosi a Gimli.

«Nessuno, mia Dama», rispose Gimli. «è per me un regalo sufficiente l’aver veduto la Dama dei Galadhrim, e udito le sue dolci parole».

«Ascoltate tutti, voi Elfi!», gridò Galadriel a coloro che le stavano intorno. «Che nessuno osi mai più dire che i Nani sono cupidi e sgarbati! Eppur sono certa, Gimli figlio di Glóin, che tu desideri qualcosa ch’io sono in grado di darti. Esprimi codesto desiderio, ti prego! Non voglio che tu sia l’unico ospite senza un mio dono».

«Non vi è nulla ch’io desideri, Dama Galadriel», disse Gimli con un profondo inchino e balbettando. «Nulla, eccetto forse… eccetto, se mi è permesso chiedere, anzi, esprimere il desiderio, un capello della tua chioma, che eclissa l’oro della terra, come le stelle eclissano le gemme delle miniere. Io non chiedo un tale dono, ma tu mi hai ordinato di esprimere il mio desiderio».

Tra gli Elfi stupefatti si levò un mormorio concitato, e Celeborn fissò meravigliato il Nano, ma la Dama sorrise, «Si dice che l’abilità dei Nani risiede nelle loro mani e non nella lingua», ella disse; «non è certo il caso di Gimli. Nessuno mai mi ha rivolto una preghiera così ardita eppur così cortese. Come potrei rifiutare, dopo avergli ordinato di parlare? Ma dimmi, cosa faresti di un tale dono?».

«Lo custodirei come un tesoro, mia Dama», egli rispose, «in memoria delle parole che mi rivolgesti il giorno del nostro primo incontro. E se mai dovessi tornare nelle fucine della mia terra, lo farei incastonare in cristallo inalterabile, ed esso sarebbe al tempo stesso prezioso ricordo di famiglia, e pegno di benevolenza fra la Montagna e la Foresta sino alla fine dei tempi».

La richiesta è definita “ardita”, perché Galadriel è pur sempre il più grande elfo della Terra-di-Mezzo: lo è divenuta a prezzo della strage di tutti i suoi congiunti. È doppiamente ardita, perché chiedere un capello sembra letteralmente un gesto da innamorato. La Dama aveva rifiutato a Fëanor, suo cugino, una ciocca dei suoi capelli, sebbene del resto siano noti i dissapori tra i due (RI 313).

Si prende ora in considerazione un episodio lontano da quello sopracitato: Aragorn, Gimli e Legolas inseguono i rapitori di Merry e Pipino, sono circondati dai cavalieri di Rohan, il Nano è pronto a duellare perché Galadriel è stata insultata da Eomer. Felici i tempi descritti ed evocati da Tolkien, nei quali non c’è Don Chisciotte a lottare per una chimerica Dulcinea, ma l’eroe è pronto ad imbracciare l’ascia solo se qualcuno manca di rispetto a Madonna (Il Signore degli Anelli, Le Due Torri, capitolo I cavalieri di Rohan)!

«No», rispose Aragorn [parlando ad Eomer]. «Vi è un solo Elfo fra noi, Legolas del Reame Boscoso nel lontano Bosco Atro. Siamo però passati da Lothlórien, e i doni e la benevolenza della Dama ci accompagnano».

Il Cavaliere li guardò con crescente meraviglia, ma il suo sguardo si fece duro. «Esiste dunque veramente una Dama nel Bosco d’Oro, come narrano le antiche storie!», esclamò. «Dicono che pochi riescono a sfuggire dalle sue reti. Che tempi strani sono questi! Ma se godete della sua benevolenza, potreste essere anche voi tessitori di reti e maghi». Lanciò a Legolas e a Gimli un improvviso sguardo gelido. «Perché tacete, voi silenziosi?», domandò con tono imperioso.

Gimli si levò piantandosi sulle gambe divaricate: con la mano stringeva la sua ascia ed i suoi occhi scuri lanciavano fiamme. «Dimmi il tuo nome, o Signore di Cavalli, ed io ti dirò il mio, e altre cose ancora», disse.

«Quanto a ciò», ribatté il Cavaliere abbassando sul Nano uno sguardo corrucciato, «tocca allo straniero presentarsi per primo. Comunque il mio nome è Éomer, figlio di Éomund, e vengo chiamato Terzo Maresciallo del Riddermark».

«Ed allora, Éomer, figlio di Éomund, Terzo Maresciallo del Riddermark, lascia che Gimli, figlio del Nano Glóin, ti metta in guardia contro le tue sciocche parole. Parli con malvagità di ciò ch’è bello più di quanto tu non possa immaginare, e la tua unica scusa è la poca intelligenza».


Gli occhi di Éomer fiammeggiarono, e gli Uomini di Rohan mormorarono incolleriti restringendo il cerchio e puntando le loro lance. «Ti taglierei la testa con la barba e tutto il resto, Messere Nano, se solo fosse un po’ più alta da terra», disse Éomer. «Egli non è solo», interloquì Legolas, tendendo il suo arco e sistemando una freccia con movimenti così veloci che lo sguardo quasi non riusciva a seguirli. «Moriresti prima di vibrare il colpo».

Da grande artista, Tolkien concentra in poche righe un’armonia di sentimenti: il rispetto con cui Aragorn parla della Dama (nonna della sua amata Arwen, del resto), l’amore spirituale di Gimli che con accenti da trovatore esclama: “Parli con malvagità di ciò che è bello più di quanto tu non possa immaginare, e la tua unica scusa è la poca intelligenza”. Buono, bello e savio in Galadriel coincidono, solo lo stolto (o chi è apparentemente tale) non lo comprende.

La bella contesa tra Eomer e Gimli si conclude poco prima del matrimonio di Arwen ed Aragorn, quando, ormai scherzosamente, re Eomer invita Gimli a sfoderare la sua ascia:

«Gimli, figlio di Glóin, hai tu pronta la tua ascia?».

«No, sire», disse Gimli, «ma posso andarla a prendere velocemente, se necessario».

«Tocca a te giudicare», rispose Éomer. «Perché vi sono ancora fra noi alcune rudi parole sul conto della Dama del Bosco d’Oro. Ed ora l’ho veduta coni miei occhi».

«Ebbene, sire», disse Gimli, «che cosa dici adesso?».

«Ahimè!», rispose Éomer. «Non dirò che ella è la più splendida dama vivente».

«In tal caso devo andare a cercare la mia ascia», disse Gimli. «Ma prima desidero addurre una scusa», interloquì Éomer. «Se l’avessi veduta in altra compagnia, avrei detto tutto ciò che vuoi. Ma ora metterò per prima la Regina Arwen Stella del Vespro, e sono pronto a sfidare chiunque osi contraddirmi. Vuoi che prenda la spada?».

Allora Gimli fece un profondo inchino. «No, sei scusato per quel che mi concerne, sire», disse. «Tu hai scelto la Sera, ma io ho donato il mio amore alla Mattina, e nel mio cuore vi è il presagio che presto svanirà per sempre».

A parlare in questo passo non sono più due potenziali nemici, ma due commilitoni, che scherzano ma nel contempo innalzano una lode sincera a due donne elfiche. Le parole di Gimli suonano tristemente premonitrici: la mattina, anche della Terra-di-Mezzo, sta finendo, giunge la Sera (chiarissima la simbologia delle due gentildonne). Galadriel ne aveva espresso la triste consapevolezza, quando era stata sottoposta alla più grande tentazione.



La tentazione di Galadriel

Dal Silmarillion sappiamo che Galdriel avrebbe voluto creare un suo dominio nella Terra-di-Mezzo, affrancandosi dalla tutela dei Valar (S p. 97). Agiva mossa da sete di potere, ma non da sentimenti ignobili come la crudeltà o il desiderio di vendetta.

Frodo le offre l’Unico Anello, la sottopone, involontariamente, spinto da fiducia e stima, ad una prova difficilissima, quella ricordata nel Padre Nostro: “Non ci indurre in tentazione”. Galadriel supera brillantemente la sfida, ma con questo esito (La Compagnia dell’Anello, capitolo Lo specchio di Galadriel):

«Sei saggia, ed intrepida, e bella, Dama Galadriel», disse Frodo. «Io ti darò l’Unico Anello, se me lo domandi. È una faccenda di gran lunga troppo importante per essere affidata a me».

Galadriel rise, d’un riso improvviso e limpido. «Saggia è forse Dama Galadriel», disse, «ma qui ha trovato un suo pari in fatto di cortesia. Ti vendichi gentilmente di quando misi alla prova il tuo cuore, il giorno del nostro primo incontro. Incominci a vedere con occhio penetrante. Non nego che il mio cuore ha a lungo desiderato chiederti quel che ora mi offri. Per molti e molti anni ho ponderato ciò che avrei fatto se il Grande Anello fosse venuto nelle mie mani, e meraviglia! esso si trova ora a portata di mano. Il male creato tanto tempo addietro avanza in mille modi, sia che Sauron resista, sia ch’egli crolli. Non sarebbe forse stata una nobile impresa da accreditare a codesto Anello, se l’avessi tolto al mio ospite con la forza o col timore?

«Ed ora infine giunge a me. Tu mi daresti l’Anello di tua iniziativa! Al posto dell’Oscuro Signore vuoi mettere una Regina. Ed io non sarò oscura, ma bella e terribile come la Mattina e la Notte! Splendida come il Mare ed il Sole e la Neve sulla Montagne! Temuta come i Fulmini e la Tempesta! Più forte delle fondamenta della terra. Tutti mi ameranno, disperandosi!».

Levò in alto una mano, e l’anello che portava irradiò una gran luce che illuminava solo lei, lasciando tutto il resto al buio. In piedi innanzi a Frodo pareva adesso immensamente alta, e il fascino della sua bellezza era insostenibile. Ma poi lasciò ricadere il braccio, e la luce scomparve, e improvvisamente rise, e si rimpicciolì: tornò ad essere un’esile donna elfica, vestita di semplice bianco, dalla dolce voce morbida e triste.

«Ho superato la prova», disse. «Perderò i miei poteri, e me ne andrò all’Ovest, e rimarrò Galadriel».

Nel passo sopra citato Galdriel è colta prima nella sua terribile grandezza “immensamente alta, e il fascino della sua bellezza era insostenibile” e poi nella sua tenera femminilità, intesa come grazia e nobiltà d’animo: “un’esile donna elfica, vestita di bianco, dalla voce morbida e triste”. E dire che Tolkien sta parlando di una Principessa elfica, che ha qualche migliaio d’anni, combatte telepaticamente con Sauron (lotta spiritualmente anche Denethor, ma tramite il Palantir). Di lei rimane una creatura esile, biancovestita, che davvero ricorda, questa volta, la Madonna (non “madonna” dei trovatori).

Del resto Tolkien stesso ci riferisce di un critico che paragona Galadriel a Maria (Realtà, p. 326, lettera a Deborah Webster) e giunge ad affermare: “Penso che sia vero che per quanto riguarda il suo personaggio devo molto all’insegnamento e all’immagine cristiana e cattolica di Maria, ma in realtà Galadriel stava facendo penitenza: in gioventù era stata uno dei leader della ribellione contro i Valar (i guardiani angelici). Alla fine della Prima Età rifiutò orgogliosamente il perdono o il permesso di tornare. Venne perdonata a causa della sua definitiva e fortissima tentazione di prendere l’Anello per se stessa” (Realtà 458, lettera a Mrs. Ruth Austin). Galadriel, al di là di analogie mariane (“La bellezza e la grazia di Galadriel sono per gli umili Hobbit fonte di speranza e di consolazione, così come la grazia di Maria lo è per ogni persona umile e semplice di cuore”6) ha soprattutto il merito di comprendere “che il male non è solo nell’‘altro’, ma anche latente in sé stessi”7.

Galadriel è un personaggio insieme epico e tragico, se è vero che la tragedia ci pone di fronte ad un conflitto inconciliabile: se rimanesse nella Terra di Mezzo e avesse l’Unico Anello, diverrebbe una creatura malvagia, ma dice a Frodo che, senza l’Anello:

il nostro [degli Elfi] potere diminuirà, e Lothlórien dovrà svanire, spazzata via dalle onde del Tempo. Noi partiremo verso l’Ovest, altrimenti ci ridurremo ad essere un rustico popolo di valle e caverna, che lentamente oblia, e lentamente viene obliato.

Gimli, ne Il Ritorno del Re, è ben consapevole del destino che incombe sulla sua Dama. È questa la lunga sconfitta, ma è tragica solo in prospettiva umana. Nella prospettiva dell’Eterno, Galadriel opera la scelta giusta, che la conduce alla pace di Valinor (RI 312). Così i due personaggi apparentemente lontanissimi alla fine si somigliano: entrambi ritrovano la patria perduta, dopo aver scoperto quale e dove sia in realtà.





1 La falce spezzata: Morte ed immortalità nelle opere di J. R. R. Tolkien, curato da Roberto Arduini e Claudi A. Testi, Zurigo e Jena. Walking Tree Publishers, 2012; si veda anche T. Shippey, La via per la Terra di Mezzo, Milano-Genova 2005, p. 62.

2 J. R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza, Bompiani 2001, pp. 223-224, Lettera a Naomi Mitchison del 25 settembre1954. L’opera sarà di seguitò indicata con Realtà.

3 J. R. R., Il Silmarillion, Milano 1978, p. 97. L’opera sarà di seguito indicata con S.

4 J. R. R. Tolkien, Racconti Incompiuti, Bompiani, Milano 2001. Di seguito sarà abbreviato RI.

5 Shippey, La via per la Terra di Mezzo…, p. 198.

6 Paolo Gulisano, Tolkien. Il mito e la grazia, Ancora, Milano 2001, p. 156.

7 AA. VV., Tolkien e la filosofia, Marietti, Milano-Genova 2011, p. 136.