Eärendil, il salvatore

di Vincenzo Gatti

I nuclei generatori de Il Silmarillion principalmente i seguenti: due innamorati in una “piccola radura boschiva fitta di abeti presso Roos nello Yorkshire” (un’immagine che a grandi linee ritorna nella vicenda di Beren)1 e un verso del poemetto Christ, in lode di Eärendel, nome del più splendido degli angeli, ma anche di una stella o di un pianeta2, che soprattutto si scorge “il mattino e la sera” (RTL433). Tolkien resta suggestionato dal nome e lo attribuisce ad uno dei più audaci eroi della sua opera. In un abbozzo di lettera dell’agosto 1967, sopra citato, Tolkien afferma di esser stato colpito dalla bellezza di questa parola fin da quando ha iniziato a studiare l’anglosassone (1913), che essa si riferisce ai miti del cielo e che la sua etimologia in lingua elfica può essere fatta derivare da ayar “mare” e da (n)dil, “amare, esser devoto a” (RTL432-433).

Nobile e antico è il lignaggio di Eärendil, “l’intercessore”3: Tuor (S303) fu suo padre, Turgon (fondatore della città di Gondolin, sulla cui caduta è stato recentissimamente pubblicato un volume che riprende lo schema antologico del precedente Beren e Lúthien, perdendo inevitabilmente la compattezza de I figli di Húrin4) suo nonno materno, Fingolfin suo bisnonno, Finwë, primo re dei Noldor, il capostipite della sua famiglia. Egli è anche il frutto di un felice amore tra uomo (Tuor) e principessa elfica: Idril figlia di Turgon.


Già il padre di Eärendil era un predestinato, ancorché mortale: Ulmo in persona, il Vala protettore delle acque, lo manda come profeta, non creduto ma rispettato, a predire la caduta di Gondolin. Egli stesso guida la fuga dalla città Fiore di Roccia, quando essa soccombe all’assedio congiunto di Orchetti, Balrog e varie genie di draghi. Eärendil è all’epoca un bambino ingenuo5.


I superstiti di Gondolin formano un unico popolo con i supersititi del Doriath, dove purtroppo Dior, nonostante sia figlio di Beren, uno tra i più potenti eroi della prima era, non gode di uguale fortuna (rispetto a Eärendil), perendo in una battaglia scatenata dai figli di Fëanor, vittime e insieme strumenti della Sorte di Mandos, per il possesso del Silmaril. Dior è padre di Elving, futura moglie di Eärendil stesso, figlio di Lúthien, figlia a sua volta di Thingol, primo re degli Elfi Teleri.


Il massacro voluto dai malvagi figli di Fëanor superstiti (due di essi erano già morti lottando contro Dior) incombe anche sulla gente su cui regnano Elwing ed Eärendil (S310, esso costa anche la vita a due altri figli di Fëanor, Amrod e Amras), ma prima Eärendil, più che mai stanco della Terra di Mezzo, seguendo le orme paterne, costruisce la più splendida nave mai vista (S309) e fa vela verso il Reame Beato, virtualmente irraggiungibile. I suoi figli sono rapiti da Maedhros e da Maglor, figli superstiti di Fëanor, che trattano i giovani umanamente, tanto da suscitare in loro persino affetto: è forse per questo che Elrond è così regalmente Noldor, più della stessa Galadriel, anche ne Il Signore degli Anelli?


Elving, consorte di Eärendil ed erede dell’unico Silmaril, il fatato gioiello strappato da Beren a Melkor, angelo del male, fugge per raggiungere il consorte ed è mutata in gabbiano (S311). È forse proprio la gemma, con la sua luce divina, a consentire il raggiungimento di Valinor (cioè del Reame Beato), ove coraggiosamente sbarca il solo Eärendil (Elving lo attende dai suoi consangunei Teleri, S314). Questi parla in favore di Elfi e Uomini fedeli ai Valar e, finalmente, ottiene il perdono dopo la superba ribellione dell’incauto Fëanor, fratellastro di Fingolfin e secondo re dei Noldor.


Una grande armata in Occidente si prepara a difesa dei giusti della Terra di Mezzo, ma la guerra non è né breve né indolore: l’intero Beleriand è spazzato via. Eärendil in persona, con la sua nave, ormai volante, sconfigge Ancalagon il nero, il più potente dei draghi (il suo corpo gigantesco fa crollare i torrioni di Thangorodrim, anticamera della dimora infernale di Melkor, S317): mentre a Glaurung Tolkien dedica numerose pagine de Il Silmarillion, dall’audace ed efficace accerchiamento di Fingon figlio primogenito di Fingolfin alla parte che la bestia ebbe nella follia dell’umano Túrin, che poi lo uccise, il drago più potente di sempre è liquidato in poche parole. Miglior sorte letteraria tocca allo Smaug de Lo Hobbit (ucciso dal dardo di un valoroso) o al drago disposto al negoziato di Cacciatore di Draghi. Del resto, tutta l’ultima battaglia de Il Silmarillion è all’insegna della concitazione, si direbbe.


I Valar propongono ad Eärendil una scelta: rinunciare all’umanità e alla Terra di Mezzo, o conservare la sua natura umana. L’eroe è tra i primi a propendere per il completo ritorno alla condizione di elfo di Valinor (“Per quanto mi riguarda sono stanco del mondo”, S314), non percependo quel legame con la Terra di Mezzo che è ancora attivo in Galadriel e nei suoi sudditi, come fa notare Shippey6. Sulla sua scelta, così inquietante, disperata e controcorrente, si possono formulare varie ipotesi:


  1. È non a caso l’intercessore, la figura destinata a raggiungere Valinor da viva.


  1. È stanco e disgustato delle lotte e delle ingiustizie della Terra di Mezzo, che culminano sovente in scontri fratricidi (in relazione agli Elfi).


  1. Non rimane nell’ombra come Galadriel e i suoi sudditi, i quali dei contrasti della Prima Era possono avere un ricordo vivido, ma un ricordo: ai tempi in cui Galadriel lascia la Terra di Mezzo, con molti sudditi, gli Elfi, almeno, vivono in pace tra loro.


Il Silmarillion per la sua stessa natura rappresenta un compendio: i viaggi di Eärendil, le sue peregrinazioni prima di raggiungere Valinor, sono oggetto di un solo, rapido cenno (S311: “Vennero alle Isole incantate, e sfuggirono alle loro malie; penetrarono nei Mari ombrosi, e ne superarono le ombre, scorsero Tol Eressëa, ma non vi si soffermarono”): più ampio sviluppo avrebbero ricevuto nel commento di Christopher Tolkien a Racconti perduti, secondo volume della Storia della Terra di Mezzo. L’opera monumentale, che costituisce un vasto complemento del legendarium di Tolkien, non è ancora integralmente disponibile in italiano. La traduzione si è arenata al secondo volume, mentre per volontà di Christopher Tolkien sono pubblicati testi monografici, comunque preziosi, dedicati a Túrin o a Beren, con qualche importante traduzione inedita.


Negli appunti preparatori di Tolkien, citati e riordinati da Christopher, Eärendil dovrebbe incontrare: monti di fuoco, uomini-albero [gli Ent?], Pigmei, Sarqindi, cioè orchi cannibali, Ungweliantë (il ragno complice di Melkor nell’ottenebramento di Valinor), le Isole Magiche, Kôr [Tirion], ma per poi tornare addirittura a Gondolin (RP311). Dal recente e prezioso volume La caduta di Gondolin (del quale in realtà il racconto già incluso in Racconti Perduti è “solo” il testo eponimo) sono rivelati ai lettori italiani altri importanti dettagli: Eärendil uccide Ungoliant7 (l’episodio è ricordato en passant nell’Abbozzo della Mitologia e nel Quenta Noldorinwa), ma prima perde Elwing e quindi intraprenderebbe i suoi viaggi anche per ritrovarla8. L’uccisione di Ungoliant non è un fatto trascurabile: il ragno gigantesco aveva bevuto la linfa dei due sacri alberi con la cui luce furono creati i Silmaril, sembra giusto che proprio chi torna a Valinor grazie a un Silmaril punisca il gesto sacrilego.


È possibile paragonare Eärendil ad Ulisse: entrambi guerrieri, entrambi navigatori. Eppure tra i due personaggi sono più numerose le differenze: il primo cerca la patria terrena, l’isola d’origine, ed è quindi in una condizione di evidente “confusione” perché non riesce a far ritorno a un territorio che ben conosce, il secondo la vera patria, quella celeste, abbandonata non da lui, ma dai suoi avi, il Greco è maledetto dagli Dei (Poseidone in primis) e per questo condannato a un lungo peregrinare, il secondo è caro ai Vala (sembra una voluta simmetria, Ulmo soprattutto, il Vala del mare e dell’acqua). Eärendil, quindi, ricorda maggiormente Enea, che compie, per usare le parole del professor Pier Vincenzo Cova “Un viaggio nel labirinto di Ulisse”: come Enea fugge dalla sua città in macerie, come lui affronta una navigazione provvidenziale, come lui ricerca l’“antica madre”, la terra dove gli Elfi originariamente vivevano.


Il Silmarillion si presta ancor più dell’Eneide, però, a una lettura anagogica: Eärendil raggiunge davvero il Paradiso, offre di nuovo al suo popolo la possibilità di risiedere, se non proprio lì, nella vicina Tol Eressëa. Il processo di salvezza ne Il Silmarillion è concreto. È vero, d’altro canto, che tanto ad Enea quanto ad Eärendil si prospetta una nuova guerra, ma in essa il secondo, più ancora del primo, è appoggiato da alleati sovrumani. Del resto non combatte (e vince) contro i Rutuli, sia pure aizzati da Giunone, ma contro l’angelo stesso del male.


1Tom Shippey, La via per la Terra di Mezzo, Marietti, Genova-Milano 2005, p. 345; J. R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, (RTL)Bompiani, Milano 2001; di seguito le opere di J. R. R. Tolkien più frequentemente consultate con le relative abbreviazioni: J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, (S) 1978, J. R. R. Tolkien, Racconti Perduti (RP) traduzione italiana Milano 2000.

2 Tom Shippey, La via per la Terra di Mezzo…, p. 347.

3 Tom Shippey, La via per la Terra di Mezzo…, p. 353.

4 J. R. R. Tolkien, I figli di Hùrin, Bompiani, Milano 2007, J. R. R. Tolkien, Beren e Lúthien, Bompiani, Milano 2017, J. R. R. Tolkien, La caduta di Gondolin, Bompiani, Milano 2018. Tutti e tre i volumi sono a cura di Christopher Tolkien ma, mentre il primo è un vero e proprio romanzo, gli altri due costituiscono delle antologie, contengono cioè varie versioni della stessa storia. Certo ciò non sminuisce il loro assoluto interesse, ma li priva della compattezza che ha il romanzo pubblicato nel 2007. Le tre opere, nel loro complesso, fanno capire di quali sviluppi fosse suscettibile Il Silmarillion, che dà sempre più l’idea di essere un Work in progress, ma nel contempo è un esempio unico di modestia e capacità di sintesi da parte di Autore e Curatore, che riescono a contenere in poche centinaia di pagine una vicenda vastissima e complicatissima.

5 J. R. R. Tolkien, La caduta…, p. 103: “Madre Idril, vorrei che Echtelion della Fontana [Elfo eroicamente morto] fosse qui a suonare il flauto o a farmi dei pifferi con delle canne! Forse ci ha preceduti?”. Il bambino sa dell’invasione di Gondolin, perché egli stesso si è salvato dal crudele Elfo scuro Meglin che voleva precipitarlo giù dalle mura (J. R. R. Tolkien, La caduta…, p. 82), eppure non valuta la possibilità che Echtelion sia morto. Questo racconto riecheggia in tutto, eccetto la traduzione, quello dei Racconti Perduti.

6 Recensione a La falce spezzata: Morte ed immortalità nelle opere di J. R. R. Tolkien, curato da Roberto Arduini e Claudio A. Testi, Zurigo e Jena. Walking Tree Publishers, 2012. Xxviii + 252 pp. “L’altra poesia di cui sempre mi ricordo, invece, esprime non timore ma rammarico, rammarico di dover lasciare la Terra di Mezzo di per sé, e questo è un sentimento ancor più presente in Tolkien e nei suoi personaggi. Una manifestazione molto celebre di esso si ha in una delle più celebri poesie della giovinezza di Tolkien (poi resa inattuale dall’emergere del modernismo), pubblicata da A. E. Housman nella sua raccolta del 1896 Un ragazzo dello Shropshire. Lo Shropshire era una delle contee preferite di Tolkien; Housman era anch’egli (come Franco [Manni, ndt] mi ha ricordato) un grande filologo, classico piuttosto che comparativo; la sua poesia suona molto come la poesia Hobbit della Contea:


Il più amato tra gli alberi, ora il ciliegio

È ornato di fiori sul ramo,

E si erge sul sentiero del bosco,

Vestendosi di bianco per il periodo pasquale.


Ora dei miei sessant’anni e dieci,

Venti non torneranno indietro,

E prendere da settanta primavere una ventina

Solo me ne lascia cinquanta ancora.


E poiché per guardare cose in fiore

Cinquanta primavere son breve spazio,

Andrò sul sentiero del bosco

A vedere il ciliegio coperto di neve.



L’emozione di Housman, possiamo dire, è molto simile a quella dell’Elfo Haldir, quando egli guida i superstiti della Compagnia dell’Anello in Lothlorien. Egli ha la possibilità di lasciare la Terra di Mezzo per recarsi in Valimar, ma è riluttante all’idea di sceglierla: “Sarebbe una povera vita in una terra dove non fiorisce il mallorn. Ma se vi siano alberi di mallorn oltre il Grande Mare, nessuno l’ha riferito.” Persino l’immortalità ardentemente desiderata dai Numenoreani non sarebbe completamente auspicabile senza gli alberi della Terra di Mezzo” (traduzione di chi scrive).


7 J. R. R. Tolkien, La caduta di Gondolin…, p- 245 e p. 252.

8 J. R. R. Tolkien, La caduta di Gondolin…, p- 245, ma si veda il precedente J. T. T. Tolkien, The Shaping of Middle-Earth, “The History of Middle-Earth” 4, HarperCollins, 2002.