La Storia nelle parole: la passione dominante di Tolkien[1]

 

di Tom Shippey

 

(traduzione di Simone Bonechi)

 

            Tolkien affermò che una forma di fantasy, che chiamò fantasy chestertoniano, nasceva dal vedere le cose familiari (come una parola ordinaria improvvisamente vista al contrario) da un angolo visuale completamente nuovo. Era un tipo di fantasy “abbastanza sano”, riteneva, e subito disponibile, ma di “potere limitato”.[2] Sono del tutto d'accordo in termini generali con l'affermazione di Tolkien, ma aggiungerei che se vuoi vedere le parole e il loro significato da un nuovo angolo visuale, un modo eccellente di farlo è cercarle in un dizionario, o in un thesaurus come l'inestimabile Tolkien Thesaurus di Richard Blackwelder (1990), di cui parlerò fra poco; perche tali opere hanno le loro parole organizzate non secondo il senso o l'uso o la collocazione ordinaria, ma alfabeticamente, il ché, in termini di semantica, è come dire a caso.

            Ma quando dico “dizionari”, non intendo semplici dizionari di lingue straniere, pieni di dubbie equazioni tra le parole e di un opprimente sentore di compiti a casa; e nemmeno gli ordinari vocabolari, pieni dei significati di parole che conosci già perfettamente e di raccomandazioni sulla pronuncia che erano utilissime cinquant'anni fa: no, io intendo dizionari etimologici, e questi diffondono sapienza. Un ottimo esempio di un tal dizionario è The Oxford Dictionary of English Etymology, curato da C.T. Onions nel 1969. Vi è qualcosa di sorprendente riguardo a quest'opera, perché la sua prima edizione non fu pubblicata che nel 1966, ma Charles Onions era già ben inserito al The Oxford English Dictionary nel 1920, prima che Tolkien vi cominciasse a lavorare, e a dirla tutta era lì sin dal 1905. Era nato nel 1873, quasi venti anni prima di Tolkien, e morì nel 1965. Il Dictionary of English Etymology, dunque fu davvero il lavoro di una vita, e di una lunga vita. Onions era anche uno dei Quattro Saggi Letterati di Oxenford, che Tolkien canzonava affettuosamente in Il cacciatore di draghi e c'erano altre connessioni fra i due. Come Tolkien, anche Onions era di Bimingham, e anche un ex-Eduardiano, sebbene non fosse andato nella sede centrale della King Edward's di Birmingham, ma in uno dei campuses esterni, King Edward's Camp Hill. Mi si dice anche (sebbene questa sia una mera tradizione orale) che non gli piacesse di venir chiamato Onions, ma insisteva per “On-aye-ons” e che diversamente da Tolkien abbia mantenuto l'accento di Birmingham per tutta la vita, nonché l'uso di alcuni termini locali specialistici. Oserei dire che avrebbe riconosciuto il termine 'gamgee', sebbene non si trovi nel suo dizionario, e diverso tempo fa mi dissero che non usava mai il termine pavement, men che meno sidewalk (entrambi termini per “marciapiede”), ma dicesse sempre horse-road -  o, nel suo modo di dire, orse-rowd.  Sia come sia, il suo Dictionary of English Etymology (come i suoi molti predecessori) è una miniera di pregnanti suggestioni, sulle parole e sulla Storia.

            Prendete per esempio la parola fiction, a pagina 353 del Dictionary (abbreviato da ora in poi in ODEE). Come fictile, la parola che la precede nell'ODEE – una parola che finora non ho mai usato né sentito usare – viene dalla radice del  participio passato latino fingere, modellare, foggiare, fingo, fingere, finxi, fictum, senza la mediale -n- nella forma del participio passato, dalla quale è derivato il nome fictio, forma accusativa fictionem, da cui il francesce fiction e la nostra parola fiction, tutto chiaro e prevedibile. Meno apparentemente prevedibile – ma altrettanto prevedibile per coloro che se ne intendono di etimologia – è il termine nativo inglese affine della stessa. Alcuni potrebbero ben chiedere, a questo punto, cosa sia un “affine” e, come Tolkien nel Cacciatore di Draghi, darò la risposta dei Quattro Saggi Letterati (in altre parole la definizione appropriata dall'Oxford English Dictionary, abbreviato da ora in poi in OED). Le parole affini sono quelle “provenienti naturalmente dalla stessa radice, o rappresentanti la stessa parola originale, con differenze dovute a successivi separati sviluppi fonetici; così, l'inglese five, il latino quinque, il greco pente, sono parole affini, rappresentando un primitivo *penke (OED, III, pg. 445). Qual è l'affine inglese di fiction, la parola che è discesa dal remoto e non attestato comune antenato di molti linguaggi europei ed asiatici in una linea fino al latino fictio e in un'altra linea all'inglese? La nativa parola inglese che stiamo cercando è dough (“impasto” n.d.t.). Dough è la parola inglese per fiction (ODEE, pg. 286).

            Tutto ciò appare di primo acchito implausibile, perché le due parole non sono simili per nulla, né in aspetto, né in suono, in effetti poco manca che non condividano neanche una lettera. La prima regola dell'etimologia, potreste dire, è che parole che si assomigliano non possono in realtà essere imparentente fra loro, mentre parole che sono imparentate fra loro certamente non si assomiglieranno. Tutto ciò ci dice qualcosa sulla natura inaspettata della realtà, così come sulla Storia non altrimenti testimoniata. In breve – e prendo questa spiegazione dal libro di Walter Skeat Principles of English Etymology, pubblicato ad Oxford nell'anno in cui nacque Tolkien (1892) – il sanscrito dh- corrisponde regolarmente al greco th- e al latino f-, ma ancora più regolarmente all'inglese d- e al tedesco t-. Da un lato abbiamo il sanscrito dhugiter, il grego thugatyr, l'inglese daughter, il tedesco Tochter – la parola è imparentata con l'hindu dudh, che significa “latte” e secondo Max Müller ha come significato originale “piccola mungitrice”[3], il ché ci dice ciò per cui le figlie erano principalmemte utili un tempo. Dall'altro abbiamo il sanscrito dhigh, “spalmare”, il greco thigganein “maneggiare”, il latino fingere “plasmare”, e l'Antico Inglese dígan, “impastare”. Questa parola, a proposito, sopravvive come secondo elemento nella parola del moderno inglese Lady, in Antico Inglese hlæfdige, “colei che lavora l'impasto”, il ché ci dice ciò per cui le donne erano principalmemte utili un tempo. Ma tralasciando tutte le complessità fonetiche, l'equivalenza così impostata tra “dough” e “fiction” ha effettivamente un certo qual senso. “Fiction” è in effetti simile a “dough”. Nessuno delle due è naturale. In entrambi i casi è necessiario lavorare, e modellare, e impastare un bel po', e devi anche lasciar crescere e aggiungere in entrambi il lievito (yeast) – un'altra parola interessante, imparentata col Sanscrito yasyati “ribollire, bollire”.

            Tutte queste informazioni, adesso così disponibili grazie al lavoro di studiosi come il Sig.. Onions, sono il risultato di uno dei grandi passi in avanti della storia mondiale, che io associo in particolar modo con l'opera del grande predecessore di Tolkien nel campo nella filologia e della fiaba, due cose che sono chiaramente connesse: Jacob Grimm. La metterò così, in poche parole: la Deutsche Grammatik di Grimm, pubblicata nel 1819, fu l'equivalente nel campo degli studi umanistici della Origin of Species di Darwin, del 1859, e fu a suo modo altrettanto influente. Entrambe queste opere risolsero un problema che si era palesato sin dalla più tarda antichità: perché le lingue sono differenti, perché le specie sono differenti? A queste domanda la sola risposta era stata una sorta di storiella folcloristica, nel caso di Darwin la storia del Diluvio di Noè, nel caso di Grimm a Torre di Babele. In entrambi i casi c'erano un sacco di prove disponibili per risolvere il problema, ma esistevano o in parti lontane del modno come le isole Galàpagos o l'India del nord, o a livelli sociali inferiori a quelli delle classi colte: come disse Darwin, fra gli allevatori di cani e di piccioni, e Grimm dal suo canto, fra ammen und spinnerinnen, “vecchie nonne e povere zitelle”, che nessun maschio colto aveva mai preso in considerazione prima d'allora. Entrambe queste grandi opere furono essenzialmente evoluzioniste, ambedue ebbero un impatto immediato ed tutt'e due generarono un enorme mole di ricerche basate su di esse. La vera differenza è che la gente si ricorda di Darwin, ma ha quasi completamente dimenticato Grimm, eccetto per quanto riguarda quel prodotto secondario che è la sua collezione di fiabe.

            Tolkien non dimenticò Grimm, e la questione delle etimologie, ovvero ciò che si può imparare da queste, l'aveva in mente, potrei azzardarmi a dire, letteralmente ogni giorno della sua vita. Lasciatemi dire ancora che si può iniziare questo procedimento da qualsiasi punto. Io ho preso fiction, che mi ha portato a fingere, per cui consideriamo ora l'Inglese finger, nella pronucia di Birmingham feenger. Queste due parole sono connesse? No, naturalmente no, vedi la prima regola della etimologia come enunciata prima! Onions suggerisce (ODEE, pg. 357), che finger derivi dalla parola ancestrale per five, che egli riporta come *pengqe, divergendo alquanto dalle soluzioni dei suoi colleghi che abbiamo citato sopra.[4] Questo ci ha dato anche fist. Una delle regole più semplici delle Leggi di Grimm ci dice che l'Inglese f- corrisponde al Latino p- come in fish e piscis, o pellis e la parola per pelle che Tolkien usa una sola volta con questo senso, fellunclean beast-fell” (Lord of the Rings, edizione HarperCollins 2001, pg. 913). Finger, dunque, trova un parallelo nel Latino pugnare, combattere, che forse ci dice qualcosa sulla cultura antica, o possibilmente sulla natura umana.

            Sarebbe molto allettante continuare di questo passo, ma riassumerò un prodigioso ammasso di dati come segue:

         il Diciannovesimo secolo riuscì a recuperare la logica sottesa al cambiamento di suono.

         sarebbero stati molto soddisfatti di poter estendere questo risultato alla logica sottesa al cambio semantico, al cambio di significato, ma invece si impantanarono a un livello nel quale numerosi baluginii di intuizione non riscirono ad essere ricondotti ad una legge invariabile.

            Tolkien, per temperamento e per formazione professionale, era consapevole della storia delle parole ad un livello quasi viscerale: azzerderei a dire che non ha mai smesso di pensarci, perchè una volta che ne sei consapevole, i dati non cessano mai di affluire, per esempio ogni volta che senti un nuovo nome.

            E questo aiuta a spiegare cosa intendeva quando diceva cose come “Alla base c'è linvenzione delle lingue. Le 'storie' sono state scritte per fornire un mondo alle lingue, e non il contrario.”[5]

            In effetti, suggerirei che così come Tolkien profuse uno sforzo veramente enorme nello scrivere versione dopo versione di, per far un esempio, “The Tale of Beren and Luthien,” in differenti linguaggi, da prospettive differenti, perché pensava che un vero racconto tradizionale guadagnasse molto della propria potenza dal fatto di essere filtrato fino a noi attraverso molte menti, molte discordanze, molti scarti di materiale, allo stesso modo spese ulteriori enormi sforzi per fornire non solo esempi di molti linguaggi, umani e non umani, ma anche nel correlare quegli esempi l'uno all'altro attraverso complessi e rigorosi processi di mutamento. A che serve un linguaggio senza una storia? Sarebbe come un giorno senza sole.

            C'era, naturalmente, un elemento di “pedanteria” in buona parte dello sforzo così profuso - “pedanteria”: una parola “di oscura origine”, così il Sig. Onions mi informa (ODEE, pg. 661), ma probabilmente si tratta di una formazione popolare o poco colta dal latino paedagogus, lo schiavo che accompagna un bambino a scuola, dunque un maestro di rango relativamente basso.  Questo è proprio lo status che i docenti di liguaggi hanno continuato ad occupare. Tolkien era assai consapevole di questo, forse anche dolorosamente consapevole dello status mediocre e in continuo peggioramento della sua branca professionale e si consolava di tanto in tanto creando delle piccole facezie a tal proposito. Un'auto-rappresentazione è quella del parroco del Cacciatore di draghi, rimarchevole per la sua cultura libresca e per l'abilità di leggere “segni epigrafici”. Ma questo gli è in qualche modo di giovamento? Non avrebbe dovuto capire che sui giuuramenti del drago Chrysophylax non si poteva fare affidamento? “Forse lo aveva fatto”, nota Tolkien. “Era un grammatico e  senza dubbio sapeva vedere nel futuro più in là degli altri”.[6] Nel nostro mondo i grammatici non sono noti per la loro abilità di vedere nel futuro o per le loro abilità pratiche, invero i nostri moderni grammatici – quelli che insegnano Ret. e  Comp. 101, che mostrano alle matricole come usare i loro vocabolari e dove mettere apostrofi e punti e virgola – sono, non voglio dire gli inferiori fra gli inferiori, ma spesso studenti neo-laureati che stanno attraversando una fase della loro carriera che non desiderano prolungare. Dunque la facezia di Tolkien in quel “senza dubbio” rimane puntuta come allora: anche se alle fine si dimostra che il parroco-grammatico aveva ragione, quando consigliava Giles di avere con sé della corda nella sua seconda spedizione.

            Minor successo ha il Mastro Erborista delle Case di Guarigione, che conosce tutti i nomi per l'athelas e persino una rima dall'equivalente della Terra di Mezzo delle ammen und spinnerinnen di Grimm, ma non ha materialmente un po' di quell'erba, né sente il bisogno di averne. Mostra, in modo alquanto profetico, come la genuina conoscenza può decadere a vetusta tradizione, che viene sì ricordata, ma non è più ritenuta avere un qualche valore pratico. Questo è ciò che accadde, alla fine, all'etimologia e alla specializzazione stessa di Tolkien, che non viene più insegnata in alcun luogo nel mondo degli studi anglofono.

            Infine, non posso evitare di pensare a Gollum come una sorta di auto-rappresentazione di Tolkien. Il costante verificare un linguaggio attraverso un altro, di cui ho dato alcuni flebili esempi sopra, portò gli etimologi ad una preoccupazione ossessiva, non con le forme di un linguaggio in particolare, ma con le forme non attestate di quello da cui erano tutti discesi, qualunque cosa fosse. Se guardate, non il Dictionary of English Etymology di Onions, ma i successivi “dizionari comparativi dei linguaggi Indo-Germanici”, come Fick[7] o Walde[8], vedrete che sono in un certo qual modo del tutto illeggibili e quasi inutilizzabili, perchè sono organizzati per radici, una radice essendo, secondo l'OED (senso 15a) ”uno di quegli elementi fondamentali di un linguaggio che non possono essere ulteriorimente analizzati, e che formano la base del suo vocabolario.”(OED, XIV, pg. 88). Anche Gollum, ricorderete, quando era ancora Sméagol, viveva in una famiglia “retta da una nonna del popolo, severa e ferrata in materia di antiche tradizioni.” Ed egli seguì le sue orme, in un certo qual modo, essendo “curioso e ficcanaso (…) Si interessava di radici ed origini.” Ma questo interesse potenzialmente ammirevole lo porta a non guardare più verso l'alto, e alla fine va sottoterra, pensando: “Le radici di quei monti sì che son radici; devono nascondere grandi segreti mai scoperti sin dal principio.” Ma Gollum si sbagliava. Come dice Gandalf, “non restava più niente da scoprire, niente che valesse la pena fare”.[9] È duro doverlo dire della propria materia, ma questo mi ricorda decisamente della sensazione che Tolkien deve aver spesso provato riguardo ad una rivoluzione intellettuale che veniva progressivamente dimenticata, che scivolava via, si trasformava in una serie di testi per le prime classi che devi forzare gli studenti ad usare e che la maggior parte di loro, alienati da un inseganmento scadente e da insegnanti scadenti, abbandonano al più presto possibile. Durante tutta la sua vita professionale Tolkien “combatté la lunga sconfitta”, per dirla con Galadriel (ISDA, pg. 381), avvertì il pericolo di diventare un Gollum, troppo interessato alle radici, per così dire, per fermarsi ed odorare le rose.

            Come far sì che la storia delle parole torni a vivere? Eccoci dunque infine al Tolkien's Thesaurus di Richard Blackwelder. Quando l'ho visto per la prima volta, devo confessare che ho pensato: “Beh, che senso ha questa cosa? È un tipico lavoro da hobbit, pieno di cose che sappiamo già, sistemate ordinatamente e senza contraddizioni.” Con ciò lo stavo mal giudicando, perché non mi resi conto di quanto fosse utile avere liste di parole prelevate dal loro contesto immediato e sistemate in modo da poter essere incrociate in modo diverso.  E non avrei dovuto giudicarlo male, perchè avrei dovuto ricordare quanto del lavoro di Tolkien, specialmente i suoi primi lavori accademici, era consistito in effetti per la gran parte in questo tipo di attività.[10] Cominciò col redigere il Glossario (1922) al Fourteenth-Century Verse and Prose di Kenneth Sisam, e sebbene questo sia in un certo modo un classico lavoro da studente neo-laureato, concepito solo come utile strumento, c'è una gran mole di lavoro e di riflessione in esso. E c'è il glossario, innovativo e senza precedenti, alla edizione di Sir Gawain and the Green Knight (1925) curata insieme a E. V. Gordon;  un glossario che, notate bene, non dà solo il significato delle parole così che le possiate tradurre, ma fornisce anche con accuratezza l'etimologia di ognuna di esse. Tolkien aveva anche chiaramente letto con attenzione e apprezzato A New Glossary of the Dialect of the Huddersfield District di W. E. Haigh (1928), e questo in effetti mostrava proprio una via di uscita dall'ossessione gollumiana per le radici e le origini, ovvero vedere come quelle radici sono fiorite, osservare da vicino le connessione tra le parole antiche e quelle del tutto contemporanee; parole contemporanee, notate bene ancora, che tendevano ad essere ignorate dalle persone colte, perché erano adesso attestate ad un livello sociale inferiore rispetto a quello che preferivano tenere in considerazione, dagli allevatori di cani e amanti dei piccioni, ammen und spinnerinnen ancora una volta. Forse il vero successo sarebbe, non solo procedere dalla radice al fiore, ma anche all'indietro dal fiore alla radice, e oltre, dalla foglia morta alla pianta vivente. E questo procedimento avrebbe particolare forza se si applicasse non solo alle parole e alla filologia, ma alle credenze e alla mitologia.

            I primissimi lavori accademici di Tolkien, che, lo dico con rammarico, sono per la maggior parte svaniti senza lasciare traccia nella produzione scientifica, hanno solitamente questa natura. Stava cercando a tentoni di tracciare una via a ritroso dal linguaggio alle credenze da cui le parole dovevano essere scaturite, sebbene quelle credenze fossero spesso, anzi di solito, fraintese dalle stesse persone che le avevano per la prima volta messe per scritto. L'autore, o il copista, del Sir Gawain, aveva frainteso la parola woses.[11] Una successione di copisti anglo-sassoni (e studiosi moderni fino ai compilatori di dizionari dei giorni nostrti) non riuscirono a capire la parola hearwan, affine di carbo “fuliggine”. La parola eaueres in Medio Inglese è stata letta male, mancando così il significato di un'immagine degli inferi e dei demoni che vi abitano. La parola dwarf aveva perso il suo appropriato ed autentico plurale fino a che Tolkien non lo ha reintrodotto, e parole come elvish e etten avevano perduto il loro corretto significato o erano decadute in remoti dialetti. Ma da tali significati perduti e remoti dialetti si potevano rigenerare gli antichi concetti, come fu il caso con quasi tutte le specie immaginate da Tolkien, dagli Hobbit ai Balrog.

            Tornando al Thesaurus di Richard Blackwelder, l'ho trovato più volte utile per rintracciare e collocare sia parole che concetti. Una delle cose che ti aiuta a fare è verificare i tuoi  sospetti. Mi ha colpito come una cosa strana e significativa che Tolkien raramente, ma occasionalmente usi la parola heathen (pagano) nel Signore degli Anelli, un anacronismo nella Terra di Mezzo, perché, si viene portati a pensare, solo i cristiani la usano. Guardare nel Blackwelder mi ha permesso di verificare che la usa in effetti due volte in quell'opera, entrambe le volte in connessione con Denethor, il ché suggerisce che non sia un anacronismo accidentale, ma un indizio deliberato. Mi sentivo piuttosto sicuro che l'importante parola di Tolkien wraith (spettro) fosse derivata dall'Anglo-Sassone writhan “piegare”, e che questa fosse una parola importante per gli Inklings, creando, accanto ai Ringwraiths, gli Spettri dell'Anello, il parallelo concetto di Lewis dell' “Eldil distorto”, che è Satana. Il verbo writhan è diventato, nell'Inglese moderno, to writhe e un'occhiata al Thesaurus mostra che Tolkien usa quel verbo in uno stile moderno perfettamente normale, passato writhed, participio presente writhing. Ma se al verbo fosse stato permesso di svilupparsi normalmente, diremmo, non writhe-writhed-writhed, ma writhe-wrothe-writhen; e Tolkien effettivamente usa questo participio passato, oggigiorno irregolare e assai poco comune, due volte, writhen hill, writhen with age. Ma non avrei mai trovato questa conferma, se non per caso, senza il Thesaurus.  Ero solito dire che Tolkien abbandonò la parola goblin dopo aver introdotto il termine orc, perché non era soddisfatto della sua etimologia, e aggiungo che si tenne stretta la parola gnome molto tempo dopo che era divenuto chiaro che doveva lasciarla cadere, perché era sicuro che persone sensate avrebbero riconosciuto la sua etimologia.[12] Mi sbagliavo su goblin, come ancora il Thesaurus mi ha rivelato, rintracciando nove utilizzazioni della parola nel Signore degli Anelli. Il Thesaurus rivela anche, comunque, che la parola tende ad esser usanta, nel Signore degli Anelli, non dai saggi e longevi, come Gandalf o Elrond, ma dagli Hobbit:[13] e gli Hobbit, come i moderni anglofoni, non sono ferrati in etimologia. La parola è forse parte dello stile basso della loro modalità linguistica, che suscita particolare atternzione a Gondor e, significativamente, nel Riddermark. In poche parole, l'uso del inguaggio da parte di Tolkien è profondo e coerente, e il Thesaurus ti aiuta a tracciarlo.

            Concluderò, comunque, osservando alcune delle parole più strane di Tolkien, e il tempo a mia disposizione mi concede di affrontarne solo un paio.[14] Le ho scelte dagli estremi della scala letteraria e sociale, dal Rohirric elevato all'idoma Hobbit popolaresco. Cominciando da quest'ultimo, Sam Gemgee usa due volta la parola ninnyhammer (SDA, 644 e 647, tradotto nella versione Fatica come  “grullo”, nella versione Alliata/Principe come “testascema”. N.d.t.). In cima ai precipizi degli Emyn Muil, quando improvvisamente ricorda che hanno con sé una corda, dice “you're nowt but a ninnyhammer. Same Gamgee” e aggiunge che così è come suo padre Hamfast lo chiamava abitualmente. Alla base del dirupo, quanto pensa di non poter recuperare la corda, aggiunge: “Ninnyhammers! Noodles! My beautiful rope!” E dunque, ci potremmo chiedere, che cos'è un ninnyhammer? Anche questa domanda fu posta ai Quattro Saggi Letterati di Oxenford, con i quali intendo nuovamente riferirmi a The Oxford English Dictionary, e devo riportare che hanno risposto evasivamente, dicendo solo “(apparentemente da ninny, ma la fonte del secondo elemento non è chiara). Un sempliciotto” (OED, vol. X, pg. 430). Ma Charles Onions deve averci ripensato, perché nel successivo Oxford Dictionary of Etymology  fornisce un po' più di dettagli (vedi ODEE, pg. 611). È caratteristica della lingua Inglese, per nessuna ragione conosciuta, di “nunnare”: ovvero, aggiungere una n- all'inizio delle parole, specialmente ai nomi e specialmente alla forma abbreviata dei nomi. Tolkien sembra fosse divertito da questa cosa, perché in Fabbro di Wootton Major i nomi di tutti i personaggi umani minori sono nunnati, Nokes, Ned - da Edward, Nan – da Ann, Nell – da Eleanor. Ninny è una di queste parole ed è per così dire una forma familiare del nome Innocent. È come se qualcuno abbia detto una volta, di qualcun altro, “he is an innocent”, poi, sentendo male o pronunciando male, “he is a ninnocent” e poi, abbreviando, “he is a ninny”. La parola inoltre aumenta il suo carattere peggiorativo con ogni alterazione, così che alla fine un ninny è qualcuno che è inadatto ai fini pratici. Hammer, come i Quattro Saggi Letterati riconoscono sopra, è un po' più difficile, ma io comincerei con l'osservare (e Tolkien era pignolo anche in questo, sebbene in un modo che raramente viene notato dalle persone)[15] che in gran parte dell'Inghilterra e certamente nelle West Midlands a cui Tolkien era così legato, c'è una tendenza a non pronunciare la h- iniziale e al contrario di aggiungerla, scrivendo, a parole in cui non ha nessuna ragione di essere. E dunque suggerisco che la parola sarebbe in verità ninny-ammer e che che questo è quello che avrebbero detto Sam e Ham Gamgee nella realtà. Ora c'è una parola Anglo-Sassone, amore [sic], registrata una sola volta, in un glossario, dove glossa il Latino scorellus. Non conosciamo il significato di nessuna delle due parole, ma la prima sopravvive ancora nel nome di uccello yellow-hammer o yellow-ammer ed è senza dubbio affine della moderna parola tedesca Ammer, “uno zigolo”. Quel che il vocabolo di Sam vuole significare, dunque, è in prima battuta un pasticcione, un buono a nulla, e poi forse qualcuno “col cervello di un uccellino”, che è  esattamente quello che sta pensando Sam di sé stesso in quel momento. Aggiungerei che né io, né i Quattro Saggi Letterati di Oxenford, né Onions in tarda età, sanno cosa farne del “Noodles!” di Sam, anche se certamente non ha nulla a che fare con quella cosa che si mangia nei ristoranti cinesi.[16] Tolkien non era stato, tuttavia, l'unico a mettere insieme le due parole, come si può vedere da una citazione del 1723 nell'OED, sotto noodle, “i termini ninnyhammer, noodle e numskull, sono spesso scambiati vicendevolmente dall'uno all'altro”; mentre ad un certo punto di una citazione del 1622 c'è una persona sconsciuta che lamenta: “posso essere stato uno studioso, aver imparato la grammatica (Grammar), ma ho perduto tutto, come un Ninnie-hammer” (OED, vol. X, pg. 506 e 430). L'alta considerazione in cui lo sconosciuto tiene la grammatica contrasta con i dubbi del Vecchio Gamgee sull'opportunità che Sam impari a leggere e scrivere, ma entrambi sembrano appartenere alla fascia bassa della scala sociale.

            All'altro capo della scala sociale, invece, abbiamo la famiglia reale del Mark, nativi anglofoni tanto quanto il Vecchio Gamgee, ma in una modalità molto più arcaica ed aristocratica. Quando affronta il Nazgûl, Éowyn gli urla: “Sparisci, immondo dwimmerlaik, signore della carogna!” Ora, che cosa diamine è un dwimmerlaik? L'ultimo elemento del termine non presenta problemi. È l'Antico Inglese lác, che significa “divertimento” o “gioco” ed è usato in nomi come Guthlac e Hygelac. La pronuncia, tuttavia, mostra l'influenza del termine norreno affine leikr, con lo stesso significato, che sopravvive nell'Inghilterra settentrionale come la parola abitualmente usata per “giocare” e si trova sia nel poema Sir Gawain del quattordicesimo secolo che nel New Glossary di Haig del ventesimo secolo (1928).

            E “dwimmer”? Secondo l'OED, la parola è attestata nella lingua Inglese, a parte in Tolkien, solo cinque volte, e solo nei due composti dweomercræft (una occorrenza) e demerlayk (quattro occorrenze). La paola  dweomercræft è attestata solo nel Brut di  Layamon, un'opera scritta nel paese natale di Tolkien, il Worcestershire, vicino in tempo e luogo alla Ancrene Wisse, su cui Tolkien lavorò così tanti anni, e che come l'Ancrene Wisse preserva molti lacerti delle tradizionali credenze locali, della cui perdita Tolkien così tanto si rammaricava. L'OED suggerisce (vol. V, pg. 3) che la parola significhi “giocoleria, arte magica” e derivi dall'Antico Inglese gedwimer “illusione” o gedwimere “giocoliere, stregone”- Non penso che Tolkien avrebbe apprezzato la parola “giocoleria” per “arte magica”: così come la definizione di “blunderbuss” in Il Cacciatore di draghi, puzza dell'altezzosa razionalizzazione del diciannovesimo secolo vittoriano. I suoi dubbi sarebbe stati aumentati dal tentativo dell'OED di affrontare il termine demerlayk stesso (vol. IV, pp. 435-436). Ancora una volta è definito come “magia, pratica dell'arte occulta, giocoleria”, ma le quattro citazioni riportate non suffragano al meglio  queste definizioni. Due di esse sono nuovamente tratte da Layamon, una di queste si riferisce ai modi di essere uccisi, “mid drenche oðer wid dweomerlace oðer mid steles bite.Dweomerlace potrebbe probabilmente significare “stregoneria” e questo vale anche per una delle altre citazioni, da un poema medievale su Alessandro in versi allitterativi, che dice: “All þis demerlayke he did bot be þe deuyllis craftis.” Tuttavia, la seconda citazione da Layamon si riferisce a “dweomerlakes song,” e questo potrebbe significare “canto di stregoneria”, ma lascia aperta la possibilità che un dwimmerlaik possa essere una cosa o una persona, non un'astrazione. Infine, l'ultima citazione, anche questa dal poema allitterativo medievale, parla di “Deuinores of demorlaykes þet dremes cowþe rede,” laddove un demorlayke deve essere un qualche tipo di sogno o incubo. I significati si raggruppano nell'area del soprannaturale, ma non vi si possono ricondurre così agevolmente come suggerirebbe l'OED. Confrontandosi con apparenti contraddizioni come queste, Tolkien per tutta la vita fu riluttante a scartare una qualsiasi delle testimonianze (perché riteneva che già ne avessimo anche troppo poche), e ancora più riluttante a presupporre che gli antichi autori non avessero un'idea chiara di quello che intendevano -  una soluzione che egli riteneva fosse troppo spesso prontamente sfruttata dagli arroganti critici moderni. Sebbene fosse invece sermpre prontissimo ad accettare che le chiare  e sensate affermazioni degli autori antichi fossero state mal copiate, lette in maniera erronea o fraintese con il passare dei secoli.

            La sua risposta a questo problema di storia delle lingua può essere mesa insieme con l'aiuto inestimabile del Thesaurus di Richard Blackwelder. Se lo consultate alle voci dwimmer e dwimor, vedrete che Tolkien usa la parola sette volte nel Signore degli Anelli. L'uso che ne fa Éowyn con il Nazgûl è già stato menzionato, ma questo occorrenza è l'ultima delle sette. Udiamo la parola per la prima volta pronunciata da Éomer, che dice di Saruman, “È uno stregone astuto, esperto delle arti arcane (dwimmer-crafty) e dalle molte maschere (ISDA, pg. 4265). A questo punto del romanzo la parola sembra strana e aiuta a caratterizzare la parlata di  Éomer come arcaica, ma non del tutto insolita. Tolkien, poi, fa glossare allo stesso  Éomer la propria parola, così che dwimmer-crafty deve significare qualcosa tipo “abile nella magia”, sebbene con la particolarità implicita di  saper  cambiare forma, o cambiare aspetto. L'uso successive del termine, tuttavia, viene da Gríma Rettilingua, che dice che non c'è da stupirsi se sono venuti da Lothlórien con l'aiuto di Galadriel, “Strega del Bosco d'Oro”, poiché “sempre reti d'inganni hanno tessuto a Dwimordene” (ISDA, pg. 547). “Dwimordene” è chiaramente il termine dei Cavalieri per  Lothlórien, un luogo che tutti loro temono e di cui diffidano, Éomer incluso, anche se solo per ignoranza. Il nome potrebbe voler dire “valle della magia”, ma si deve far attenzione alla associazione con “reti” e “inganni”, che di nuovo suggerisce velami, illusioni, mutazioni di forma. Gandalf coglie la parola e la ripete due volte, come se fosse pronto ad accettarla, sebbene non l'interpretazione che l'accompagna. Ma la sinistra natura di dwimor è confermata dal toponimo Dwimorberg, che Tolkien traduce due volte come “la Montagna Infestata” (ISDA, pp. 835 e 843). Al momento in cui  Éowyn arriva ad usare la parola dwimmerlaik, dunque, abbiamo avuto un certo numero di indizi riguardo al suo significato, anche se vorrei aggiungere un ulteriore pezzo al puzzle: l'OED cita anche la parola dwalm, dwam, e la glossa come “uno svenimento, sentirsi mancare”, sebbene io l'abbia incontrata anche con il significato di “astrazione profonda, assorbimento nei propri pensieri”.

            Penso che la linea di pensiero di Tolkien fosse qualcosa tipo quel che segue. La parola viene dall'Antico Inglese gedwimer, etc., e se fosse sopravvissuta nell'Inglese moderno apparirebbe come dwimmer; la preferenza dell'OED per demer in una delle sue voci è sbagliata, come si può vedere dalle citazioni stesse che riporta. “Arte magica”, tuttavia, è solo uno degli aspetti del suo significato. Essa è infatti una parola simile piuttosto a shimmer o glimmer, con un significato originario di “essere difficile da discernere, essere ai margini del visibile”. Le persone poi associano questo con gli spettri, come in “Dwimorberg”, con l'inganno, come in “Dwimordene”, con la mutazione di forma, come in dwimmer-crafty, significati che hanno tutti a che fare una visione sfocata o deformata; e con i sogni, in cui vediamo cose che non ci sono. La parola implica la credenza che le arti magiche stesse si basino sul lanciare incantesimi di illusione, che è, com'è noto, l'originaria credenza del Nord, come nel ben noto racconto della visita di Thor alla sala delle illusioni di Útgartha-Loki nella Edda in Prosa di Snorri Sturluson. Cosa intende, dunque,  Éowyn, infine, chiamando il Nazgûl dwimmerlaik? Potrebbe voler intendere “creatura di stregoneria”, che è la verità. Ricordando la fonte di -laik potrebbe voler dire “trastullo d'incubo”. La parola ammicca anche alla dubbia realtà del Nazgûl, alla sua apparente non-esistenza, come se anch'esso fosse una creatura dell'inganno e di una visione alterata. È infatti una dwimmery sort of word, una parola sfuggente, definita solamente, all'interno del Signore degli Anelli, dalla triangolazione di numerose  punti di vista molto differenti fra loro, quello di Gríma, quello di Gandalf, quello di  Éomer, quello di Éowyn, e al di fuori dell'opera da un analogo processo di ricostruzione ipotetica a partire da un numero di occorrenze dubbie e mal documentate. I vari usi che ne fa Tolkien e le parole composte che ne crea, comunque, ci ricordano in varie occasioni che i Cavalieri abitano un mondo intellettuale del tutto differente dal nostro, sebbene allo stesso tempo, avrebbe sostenuto Tolkien, letteralmente affine ad esso.

            Vi è, naturalmente, una ulteriore e ancor più estesa storia di parole nelle lingue elfiche di Tolkien, concepite come furono per far da cornice e corroborare quella storia narrativa che sono le varie versioni del “Silmarillion”. Decodificarla comporterebbe un'enorme mole di lavoro e io non posso che guardare con ammirazione agli sforzi e ai risultati di studiosi come Carl Hostetter. Ma c'è un'ancor più estesa storia di parole nell'intero corpus delle lingue umane e occorrerebbe uno sforzo almeno delle proporzioni di quello dedicato a tracciare il genoma per decodificarla – sebbene non vi sia la benché minima possibilità, naturalmente, che possa attrarre finanziamenti simili.

            Per quanto riguarda Il Signore degli Anelli, concluderei col dire che mi pare che una delle maggiori fonti della suo continua attrattiva, a cinquant'anni dalla sua pubblicazione, sia l'amplissima gamma del suo vocabolario – penso che sosterrei Tolkien contro Shakespeare senza pensarci due volte e certamente lo farei contro qualsiasi autore moderno – e insieme con questo l'estrema versatilità dei suoi stili narrativi. A Tolkien si rimprovera spesso di essere arcaico, e lo è, naturalmente, con un intero arsenale di parole strane o appena comprensibili che vengono messe in bocca ai Cavalieri, a Gandalf, a Elrond, a Barbalbero. Ma è frequentemente anche assai colloquiale, con le voci di Hamfast e Samwise Gamgee, e anche degli altri hobbit, e tutto questo è decisamente parte della tradizione filologica – la filologia, potrei anche dire, è sempre stata una tradizione altamente democratica, diversamente dalla sempre più altezzosa e consapevolmente elitaria tradizione della letteratura modernista (per non parlare di quella post-modernista). Per tornare alla gamma di stili di Tolkien, una delle cose divertenti della sua opera è ascoltare gli hobbit che tentano di modificare il proprio linguaggio, con Merry in particolare che prova a parlare come Re Théoden in una maniera che Théoden accetta e comprende, e Pipino che, più goffamente, cerca di parlare al modo di Gondor con Denethor.

            Se posso concludere con una riflessione personale, sentiamo spesso in questi giorni parlare dell'importanza di liberarsi del canone letterario e di ascoltare le voci messe a tacere nel passato. Ma è strano che più sentiamo parlare di “licenziare il canone”, meno varietà c'è in quello che viene letto nei dipartimenti di studi umanistici; e più ascoltiamo le voci messe a tacere, più sembriamo sentire solo echi della nostra. La letteratura moderna diventa uno stranco trascinarsi a cercare gruppi di vittime da patrocinare (senza la minima intenzione, naturalmente, di rinunciare ai privilegi elitari), mentre persino la letteratura medievale inglese è ridefinita come eminentemente metropolitana, erudita, da ceto medio, burocratica – come se fosse stata tutta scritta da membri pagati della Modern Language Association, qualcosa a cui nessuna tradizione letteraria riuscirebbe a sopravvivere. Come Tolkien sottolineava nel suo “Discorso di commiato” del 1959[17], i “misologi”, coloro che non vedono nessun senso nello studio delle parole in quanto parole, sono in ascesa: ma solo nel mondo accademico e solo negli studi umanistici. Le loro opinioni lasciano Tolkien indifferente, lasciano indifferenti scienziati operosi come il Dottor Blackwelder, e non hanno guadagnato alcun credito presso il grande pubblico. È davvero un peccato che il mondo accademico anglofono abbia preso come un dovere l'estinguere gli studi filologici, marginalizzare gli studi linguistici e restringere decisamente quelli letterari. Nonostante questo, tutti gli sforzi dei misologi palesemente non riuscirono ad estinguere Tolkien e i suoi compagni, gli appassionati e i seguaci. Forse, dunque, dalle ceneri potrebbe sorgere una fiamma, e dalle ombre una luce balenare, com'è accaduto nel caso dell'inaspettata e graditissima opera del Dottor Blackwelder. Non completerò la rima di Bilbo, ma la offro qui come un buon auspicio per il futuro.

 

 

 

 [ traduzione autorizzata da Tom Shippey ‘History in Words: Tolkien's Ruling Passion’, in Roots and Branches. Selected Papers on Tolkien, Zollikofen, Walking Tree Publishers, 2007; pp. 157-173]

 

 

 



[1]Questo pezzo è stato esposto per la prima volta alla conferenza della Marquette University  tenuta in onore di Richard E. Blackwerder, 21-23 ottobre 2004, e successivamente pubblicato in The Lord of the Rings 1954-2004: Scholarship in Honor of Richard E. Balckwelder; Milwaukee. WI,; Marquette University Press, 2006, pp. 25-39. Sono grato alla Marquette University e agli organizzatori, in particolare a Matt Blessing, per l'invito iniziale e per il permesso di ristamparlo qui.

[2]Vedi J.R.R. TOLKIEN; The Monsters and the Critics and Other Essays; edited by Christopher Tolkien; London, George Allen & Unwin, 1983; pg. 146 (trad. it. IDEM, Il medioevo e il fantastico; Milano, Bompiani, 2004; pg. 2016.

[3]Max Müller, Comparative Mytology, in IDEM, Chips from a German Workshop; London, Longmans, 1880; 4 volumi, volume II, pp. 1-126; pg. 26.

[4]La filologia comparativa ha continuato a svilupparsi durante la vita di Onions e di Tolkien. I primi volumi dell'OED, che cominciarono ad apparire nel 1884, spesso contengono etimologie e ricostruzioni sorpassate: uno dei punti di forza dell'opera nel suo complesso è stata la sua disponibilità alla revisione e al miglioramento.

[5]Lettera n. 165 alla Hoghton Mifflin Co. In The Letters of J.R.R. Tolkien; edited by Humphrey Carpenter and Christopher Tolkien; London, George Allen & Unwin, 1981; pg. 2019 (tr. it. J.R.R. TOLKIEN, Lettere 1914-1973; Milano , Bompiani, 2017; pg. 348).

[6]J.R.R. TOLKIEN, Il cacciatore di draghi; Milano, Bompiani, 2005; pg. 61.

[7]August FICK, Vergleichendes Wörterbuch der indogermanischen Sprachen, terza edizone, 4 volumi, Gottinga,  Vandenhoeck e Ruprecht, 1874.

[8]Alois WALDE,  Vergleichendes Wörterbuch der indogermanischen Sprachen, curato da Julius Pokorny; 2 volumi; Berlino, de Gruyter, 1930.

[9]J.R.R. TOLKIEN, Il Signore degli Anelli; Firenze/Milano, Giunti/Bompiani, 2020; pp. 66-68. D'ora in avanti ISDA nel testo.

[10]Vedi inoltre su questo argomento, così come su Tolkien e i dizionari in generale, Peter GILLIVER, Jeremy MARSHALL e Edmund WEINER; The Ring of Words: Tolkien and the Oxford English Dictionary; London, OUP, 2006.

[11]Vedi Sir Gawain and the Green Kinght; a cura di J.R.R. Tolkien e E.V. Gordon; Oxford, Clarendon Press, 1925, alla voce wodwos, pg. 208. I curatori hanno il tatto di non commentare l'errore del copista, ma può essere dedotto dalle etimologie che fornisconoper la parola. Vedi inoltre ulteriori spiegazioni a pg. 70 del presente libro nel mio saggio su “Tolkien e il poeta del Gawain”.

[12]Vedi J.R.R. TOLKIEN, The Book of Lost Tales, Part One; a cura di Christopher Tolkien; “The History of Middle-earth” I; London, HarperCollins, 1983; pp. 43-44.

[13]Cinque volte su nove la parola è usata da un Hobbit o in un contesto interamente hobbitesco. Anche Gimli e Gamling il Cavaliere la usano una volta, quest'ultimo forse mostrando la connessione tra la lingua dei Cavalieri e il linguaggio ancestrale degli Hobbit. Due volte viene usata nella narrazione generica.

[14]Da quando questo saggio è stato pubblicato, entrambe le parole sono state discusse, insieme a diverse altre, nel libro di Gilliver e altri citato alla nota 8. Dwimmerlaik è discusso alle pagine 108-110 e ninnyhammer alle pagine 170-171. Gli autori si attengono piuttosto da vicino alle definizioni dell'OED, che invece Tolkien spesso metteva in discussione.

[15]Come notato a pagina 71 del mio saggio su “Tolkien e il poete dal Gawain”, nel poema medievale Sir Gawain and the Green Knight, alcuni versi (come il 5, il 136, il 140) diventano metricamente irregolari a meno che uno ometta di pronunciare la h- iniziale scritta. Nella sua traduzione del poema, Tolkien ha riprodotto accuratamente questa peculiarità: anche alcuni dei suoi versi diventano metricamente regolari solo con la pronuncia “volgare” ovvero locale.

[16]Altri significati di questa parola, tutti, per quel che posso vedere, del tutto inutilizzabili, includono “Un trillo o improvvisazione con uno strumento […] Cercare opali (in mucchi di opali o “mullock”) […] improvvisare o strimpellare con uno strumento musicale” (vedi OED, vol. X, pp 506-507), [Dopo aver scritto e persino pubblicato queste parole, tuttavia, ho scoperto – da A New Glossary of the Dialect of the Huddersfield District, di Water E. Haig, Londra, OUP, 1928, che il termine nuidl usato nello Yorkshire era una forma diminutiva di noddy “uno che è mezzo addormentato”. Haig registra anche, come parola dal significato equivalente, sæmmi, che egli fa derivare dall'Antico-Inglese sámwís, cosicché l'auto-affibbiarsi di questo epitetoi da parte di Sam è del tutto appropriato. Vedi anche la voce New Glossary in Michael D.C. Drout (a cura di) J.R.R. Tolkien Encyclopedia: Scholarship and Critical Assessment; London and New york, Routledge, 2007 ]

[17]J.R.R. TOLKIEN, “Discorso di commeiato all'Università di Oxford”; in Il medioevo e il fantastico; Milano, Bompiani, 2004; pp. 320-321