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libro: eventi & recensioni
di Alberto Mingardi
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Introduzione a Tolkien: detto, fatto.
Il libro curato da Franco Manni per i tipi di Simonelli mantiene quel che
promette di essere, cioè un'introduzione organica all'opera e al
pensiero di quello che, a detta dei suoi lettori e di un numero imprecisato
di sondaggi, è l'"autore del secolo".
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Il saggio arriva a vent'anni di distanza dall'Invito alla lettura
di Tolkien di Emilia Lodigiani: "Veramente ottimo per intelligenza
interpretativa, critica delle fonti, chiarezza espositiva ed elevatezza
dello stile di scrittura". Solo, un po' datato. Ecco che si sente
l'esigenza di un volume che in qualche modo aggiorni e completi quel
percorso. Introduzione a Tolkien fa questo e altro: sono 500
pagine fitte fitte, prodighe di informazioni. Si tratta di un lavoro
sostanzialmente diverso dagli altri libri e librini ormai in circolazione
su Tolkien. Sono poche le critiche si possono muovere ai due lavori di
Paolo Gulisano (Ancora) e della coppia Monda-Simonelli (Frassinelli), ma si
tratta in entrambi casi di opere lontane dallo spirito di questo corposo
volume. Saggi attenti, suggestivi, accessibili: roba scritta per il
grande pubblico, con tutti i pregi e i difetti del caso.
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Il mattoncino curato da Manni, invece, si rivolge a tutt'altro target.
È opera per tolkieniani, minuziosamente cesellata da altri
tolkieniani. Non ci troverete nessuna scivolata filologica, nessuna
interpretazione strampalata. Giù il cappello: abbiamo a che fare con
un "prodotto" dell'intelligenza e della preparazione di oltre trenta
collaboratori, esperti brevettati. Gente che si è diplomata alla
scuola del fandom. Cos'è il "fandom" ? Ma l'insieme degli appassionati,
dei fans appunto, di questo o quell'autore. C'è anche un "fandom"
tolkieniano, ovviamente: che si riunisce attorno alla Società Tolkieniana
Italiana di Paolo Paron (Udine) e attorno a una rivista iper-specializzata,
sfiziosissima ma rigorosamente per "iniziati", che si chiama "Endòre"
(Brescia). "Endòre" è curata da Manni, professore di filosofia
uscito dalla Normale di Pisa, e che nel suo curriculum vanta un libro su
Piero Gobetti. Da Gobetti a Tolkien il passo non è affatto breve:
è un doppio salto carpiato. Certo è che l'esperienza
filosofica di Manni si fa notare, e un lettore attento apprezza la
meticolosità della ricostruzione e la ricchezza della bibliografia.
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Introduzione a Tolkien è un volume preziosissimo per la
critica su Tolkien: che non è ancora materia di studio nelle
università di questo Paese, ma probabilmente lo diventerà in
pochi anni. Allora l'importanza del libro di Manni verrà apprezzata
appieno: come verranno apprezzati i notevoli contributi che vi hanno dato
autori di assoluta competenza, italiani e stranieri. Da Tom Shippey a Paolo
Barbiano di Belgiojoso, da Alex Lewis a Carlo Stagnaro, da Fiorenzo Delle
Rupi a Manni stesso. Un'altra caratteristica del libro è, appunto,
questo suo pescare nel fandom, ed esserne genuino prodotto. È ora di
smetterla coi pregiudizi da editor incravattati e professori spocchiosi:
ci sono pochi studiosi che padroneggiano un autore, che hanno una vera
consuetudine con le sue opere, quanto certi fan. E se è vero che
l'ostruzionismo dell'accademia ha per certi versi penalizzato il fantastico,
è altrettanto vero che almeno ha impedito che diventasse carne da
cannone per le burocrazie universitarie.
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Non serve una cattedra per ragionare. Lo dimostra un illuminante passo di
questo libro, dedicato all'Anello che è al centro della narrazione
de "Il Signore degli Anelli", appunto. Una raffinata analisi che lo
inquadra come simbolo del potere, pronta a sviscerarne i sottintesi
reconditi e incastonarli nel quadro multiforme della storia del pensiero.
Eppoi un colpo di coda, forse un lampo di genio, sintetizzare e spiegare
Tolkien rubando parole e urticante poesia a Fabrizio De Andrè:
"Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica dell'obbedienza /
fino ad un gesto molto più umano / che ti dia il senso della
violenza. / Però bisogna farne altrettanta / per diventare
così coglioni / da non riuscire più a capire /
che non ci sono poteri buoni".
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L'ostruzionismo accademico ha penalizzato il fantastico, ma lo ha salvato
dalle burocrazie delle università.
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